
“Il diritto della sofferenza di esistere non è un’idea molto alla moda”, ha scritto qualcuno. Come dargli torto?
Sebbene la sofferenza sia una condizione ineluttabile della natura umana, la tendenza è quella di relegarla ad incidente, perché così è più facile cercare di eliminarla o ignorarla, oppure quella di considerarla umanamente insopportabile e quindi subirla in modo penoso. Delle due sembrerebbe preferibile la seconda: meglio soffrire male che negare la sofferenza, perché solo chi soffre sente il bisogno e ha l’umiltà di chiedere aiuto e aprirsi ad un cambiamento.
Una sofferenza può essere causata da un evento che ci ha coinvolto o stravolto la vita, può dipendere dal contatto con chi vive situazioni dolorose, lievi o estreme, ma può anche essere legata a scelte di valore desiderate e intenzionalmente perseguite. In questi casi… come la mettiamo?
Indubbiamente nell’esperienza di amare un figlio, il coniuge, un amico, oppure in quella di cercare di realizzare un valore come la giustizia o la legalità, ci sono momenti in cui il cuore sembra spezzarsi. La tentazione è quella di mollare del tutto. Questi sono i momenti in cui si sceglie se continuare a credere in una passione o seguire le emozioni. Da una parte, le emozioni ci portano a cambiare continuamente, alla ricerca di ciò che ci può far sentire bene; dall’altra, le passioni ci costruiscono come persone solide e capaci di realizzare legami duraturi. Solo se siamo appassionati, soffriamo per la distanza tra ciò che siamo e ciò che vogliamo essere, tra come è la realtà e come desideriamo che sia. Allora azzardiamo: soffrire in questi casi non fa male, se la sofferenza diventa motivo per prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie possibilità o se aiuta a sintonizzarsi su un livello realistico di aspirazioni.
Non è forse vero che le persone che più ci colpiscono e ci affascinano sono quelle che hanno saputo osare e perseverare per ciò che ritenevano importante, per una passione, anche se per questo hanno dovuto affrontare momenti molto difficili? Non mostrano una “grandezza” che vorremmo anche per noi e alla quale vorremmo saper educare anche chi ci è affidato?
Paolo e Mariapia.

