C’è un quadro di Rembrandt, conservato nel museo dell’Ermitage a San Pietroburgo, intitolato il “ritorno del figliol prodigo”. Chiaro è il riferimento al brano evangelico del figliol prodigo o del padre misericordioso, in cui si narra la vicenda del figlio minore che, dopo aver chiesto e sperperato la sua eredità, torna a chiedere ospitalità al vecchio padre, il quale lo accoglie a braccia aperte.

Il quadro però, ci dice H.M. Nouwen, teologo e scrittore olandese, ci svela qualcosa di straordinario proprio sull’abbraccio che il padre offre a suo figlio. Guardando con attenzione la figura del padre, si nota che le mani sono molto diverse tra di loro: la mano sinistra è forte e muscolosa, una mano maschile che tocca e sorregge. La destra, invece, è più esile e delicata, una mano che accarezza e consola, “una mano di madre” , spiega Nouwen.

Il padre raffigurato è dunque Dio, nel quale paternità e maternità convergono senza confondersi. Chi è impegnato nel mestiere di genitore sa bene di avere un compito difficile e meraviglioso: offrire al bambino la possibilità di sperimentare l’amore incondizionato, come quello di Dio per l’uomo. E sa anche che questo è possibile solo se si è capaci di esprimere tratti diversi dell’amore: quello di un padre capace di sorreggere e slanciare verso il futuro e quello di una madre pronta ad offrire protezione, serenità e consolazione. Non si tratta di una rigida divisione di ruoli o di strategica organizzazione familiare. Essere padri e madri consapevoli del proprio ruolo significa prima di tutto riconoscere di non essere soli, di avere un altro accanto con cui definire una linea educativa, intrecciare risorse, e perché no, decidere insieme di confrontare la propria esperienza con quelle di altri.

Mariapia

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