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VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Parola del Signore.

 

Commento

 

Per comprendere questo brano conviene dimenticare il Cristo del Giudizio Universale della Cappella Sistina, che è un capolavoro, ma presenta un Giudice irato. Michelangelo ha voluto rappresentare specialmente la seconda parte del brano di oggi, ma noi non possiamo mettere in secondo piano il Cristo che dà la vita per i peccatori e alla fine nel giudizio farà prevalere la misericordia.
Questo brano, a un primo sguardo, sembra molto semplice e chiaro, ma richiede una lettura attenta. Si tratta di un processo, con un giudice, che sottopone a una sentenza “tutti i popoli”. Ci sono anche i cristiani? Sia i “benedetti” che i “maledetti” dicono di non aver mai conosciuto e incontrato Gesù. Allora, secondo alcuni commentatori, questo giudizio riguarda i pagani; se è vero, con il brano di oggi Matteo ha voluto rispondere a questa domanda: come possono essere salvati quelli che non sono stati battezzati e non hanno conosciuto Gesù?
Per rispondere, assume tutta la sua importanza l'identificazione di Gesù con tutti i piccoli, i poveri e i bisognosi della storia. Il criterio di salvezza rimane Gesù, ma quelli che non lo hanno conosciuto, lo hanno seguito e servito, ugualmente e senza saperlo, nei poveri e nei bisognosi che hanno incontrato lungo la loro vita.
E i cristiani? A maggior ragione e con consapevolezza piena, sono impegnati a compiere le stesse opere di misericordia e, se questo avviene, non avranno bisogno di passare attraverso il giudizio, sono già salvati.
È notevole l'insistenza con cui per quattro volte viene ripetuto l'elenco delle opere da compiere. Così Matteo dice ai cristiani della sua comunità che seguire e servire Gesù non si fa con opere straordinarie, ma nella trama semplice della vita quotidiana, con azioni legate ai bisogni primari del corpo e dello spirito, offrendo, a chi ne ha bisogno, aiuto concreto e accoglienza fraterna.
Possiamo anche concludere che Matteo, rivolgendosi ai cristiani della sua comunità, non ha lo scopo di spaventare con la terribile descrizione della condanna, ma vuole con forza ricordare a tutti come deve vivere un discepolo di Gesù, per realizzare la propria vocazione cristiana e giungere a condividere con lui la gioia del Paradiso.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Questo brano di vangelo riconosce santi coloro che con amore gratuito hanno considerato e trattato da fratelli tutti i bisognosi e hanno sentito una spinta 'naturale' ad aiutarli concretamente. Per noi cristiani è davvero più facile?

  • Tutti siamo stati creati “a immagine di Dio per la somiglianza”. Nonostante il peccato del mondo e quello personale, abbiamo dentro il seme della bontà che ci viene da Dio e il desiderio insopprimibile di realizzare qualcosa di buono nella vita. Orientarci al male richiede lo sforzo di deturpare il nostro volto umano. Fare il bene degli altri esige la fatica della lotta contro le spinte egoistiche presenti anche in noi. Ma in questo secondo sforzo non siamo soli: sono con noi e per noi il Signore e la comunità dei fratelli.

  • Abbiamo un esame finale sull'amore. In realtà l'esame avviene ogni giorno e, se abbiamo la furbizia che viene dallo Spirito Santo, ogni sera ci esaminiamo da soli: quanto e come abbiamo amato oggi i nostri fratelli bisognosi? Il voto ce lo diamo da soli e il giorno dopo avremo molte occasioni per fare di più e meglio.

  • Quando guardiamo i santi canonizzati restiamo colpiti dalle loro opere o esperienze straordinarie. In Paradiso sono molti di più i santi che hanno vissuto con amore gratuito le esperienze semplici e ordinarie della vita quotidiana.

 

Proposta di impegno

  • Ogni giorno cerco attivamente un fratello povero e bisognoso a cui farmi vicino con un aiuto concreto.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Parola del Signore.

 

Commento

 

Chi legge questa parabola in chiave socio-economica la trova incomprensibile e si scontra con un volto distorto del Signore. La stessa cosa succede se si trasformano i talenti in qualità umane da trafficare: rimane un Dio incomprensibile, se non ingiusto.
Ci chiediamo: perché Matteo utilizza questa parabola e cosa vuol comunicare ai cristiani, suoi lettori? I servi a cui il padrone affida i suoi beni sono sicuramente i cristiani e il padrone, che parte e ritorna, è Gesù, che viene alla fine dei tempi e della vita di ciascuno, per ‘regolare i conti’.
I talenti non sono le qualità umane, ma i doni finalizzati alla salvezza: il vangelo da annunciare, la fede, la speranza, la carità e tutti gli altri doni particolari che ciascuno riceve per vivere da cristiano e diffondere il regno di Dio nel mondo. La diversità è stabilita in base alla missione che ciascuno ha da compiere nel mondo. Questo però non dice che il Signore discrimina, semplicemente sottolinea un dato di fatto: ogni uomo è diverso dagli altri, ha una sua personalità, vive in un certo tempo e in un dato luogo, appartiene ad una famiglia, ha una sua storia e una vocazione personale uniche e irripetibili: tutto questo gli serve per vivere nel mondo da figlio di Dio e fratello degli altri uomini. In qualunque situazione è chiamato a vivere, riceverà il dono che gli apre la strada della salvezza e lo abilita alla missione nella Chiesa e nel mondo.
Questa strada, però, va percorsa con le proprie gambe. Trafficare i talenti significa utilizzare tutto ciò che abbiamo a disposizione per crescere nell’amore e vivere da figli di Dio. I due servi che hanno 'trafficato’, nella diversità dei doni e del risultato, hanno amato come ci ha insegnato Gesù e hanno costruito il suo regno, per questo ricevono lo stesso elogio e lo stesso premio.
Anche il terzo servo ha ricevuto il grande dono nella misura adatta a lui, ma invece di essere riconoscente e attivo, ha giudicato il suo padrone, ne ha avuto paura e non ha fatto nulla di buono. Non ha visto l’amore e la fiducia del suo padrone ed è rimasto schiavo della paura e prigioniero della pigrizia.
Il talento tolto a chi non l’ha trafficato e dato a chi ne ha già dieci dice semplicemente che chi non riconosce il dono di Dio e non lo vive perderà tutto (il Signore altrove dice: “chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” – Mt 16,25), mentre chi vive da figlio vedrà moltiplicati i frutti del proprio impegno.
Tutto questo vale anche per le comunità cristiane locali: quelle che con impegno e creatività trafficano i doni del Signore diventano sempre più 'ricche' di frutti; quelle che si accontentano di 'conservarli' con una religiosità timorosa e abitudinaria, diventeranno sempre più povere, fino al punto di non essere più riconosciute dal Signore come sue.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Uno dei più grandi torti che possiamo fare al Signore è quello di avere paura di lui. Se qualche volta proviamo questo sentimento, possiamo 'curarci' con tre 'medicine': prima, immergiamoci nella natura e proviamo a pensarla come un dono fatto personalmente a noi; seconda, facciamo l'elenco dei doni che abbiamo ricevuto da lui lungo la nostra vita; terza, mettiamoci in silenzio di fronte al crocifisso cinque minuti al giorno, finché la paura non sia passata.

  • Spesso questa parabola viene intesa come invito a trafficare le qualità umane da impiegare; così ci convinciamo che chi ha più qualità e mezzi è favorito e porta più facilmente dei risultati; quindi ci lamentiamo con Dio o lo accusiamo: “perché a lui tante cose e a me poco o niente?”. Nella linea dell'amore nessuno parte svantaggiato. I bambini o i diversabili gravi sono centro di amore solo per il fatto di esistere, ricevono amore e ricambiano come possono. Il Signore i conti li fa solo sulla fede e sull'amore.

  • Ogni comunità e ogni cristiano hanno ciò che serve per realizzare la loro missione nella Chiesa e nel mondo. I paragoni con gli altri sono dannosi. Il Signore non fa paragoni, ma giudica per come ciascuno ha valorizzato i doni ricevuti.

  • “Bene, servo buono e fedele... prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Vale la pena di affrontare qualunque difficoltà, per sentirsi dire queste parole dal Signore. La gioia che ci offre non è un sentimento passeggero, ma il frutto della condivisione della stessa vita di Dio, per sempre.

 

Proposta di impegno

  • Ogni sera mi interrogo: cosa ho fatto oggi per diffondere il Regno di Dio? E cosa posso fare domani?

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 23, 1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Parola del Signore.

 

Commento

 

In questo brano Gesù parla ai discepoli e alla folla, contemporaneamente Matteo parla alla sua comunità, composta prevalentemente di cristiani provenienti dall’ebraismo, noi leggiamo queste parole del vangelo come rivolte direttamente alle comunità e ai cristiani del nostro tempo.
Gesù mette in guardia dai cattivi maestri che insegnano correttamente la Legge di Mosè, ma non la mettono in pratica. Per di più nei confronti della gente, alle prese con i problemi quotidiani e con la difficoltà di mettere insieme l'osservanza di 613 precetti, non hanno nessuna capacità di comprensione, di misericordia e di aiuto spirituale: non vivono secondo la Legge che insegnano e non aiutano la gente a viverla, anzi la fanno sentire oppressa da un peso insopportabile. La radice di questi atteggiamenti è nel fatto che non cercano la volontà di Dio e la sua approvazione, ma il potere, il prestigio, la ricchezza di questo mondo. Invece di osservare la Legge con tutto il cuore, la scrivono su pezzi di papiro e la mettono nei contenitori di pelle (i filattèri) che si attaccano alla fronte o alle braccia durante le preghiere pubbliche. Invece di aiutare i fratelli, si preoccupano di allungare le frange del mantello (fiocchi di cotone appesi agli angoli) per apparire più rispettabili e più degni di onore… I discepoli del Signore, invece, riconoscendo un unico Padre, un unico Maestro e un’unica Guida, sanno di essere tutti sullo stesso piano e possono costruire una comunità autenticamente fraterna, in cui nessuno pensa o si sente superiore agli altri, ma tutti, con umiltà sincera, si mettono a servizio gli uni degli altri.
Matteo, da parte sua, ha bisogno di questo insegnamento di Gesù per rassicurare i fratelli che la legge di Mosè è buona, che Gesù l’ha rinnovata e completata, che possono continuare ad osservarla, ma in maniera diversa dagli scribi e dai farisei, perché essa ora è animata dalla nuova Legge promulgata da Gesù. Difatti, essi finalmente hanno come Guida e modello non più Mosè, ma Gesù, il vero maestro e il legislatore definitivo. Per questo non devono considerarsi superiori ai cristiani provenienti dal paganesimo, perché, se si esaltano, saranno umiliati, mentre, se riconoscono la verità che ha rivelato Gesù e considerano gli altri veramente come fratelli, riceveranno la lode da Dio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Dicono e non fanno”. In genere questo detto passa dai farisei ai preti di oggi. In alcuni casi è vero, purtroppo. Ma ci sono anche laici che dicono di essere cristiani e mettono da parte il vangelo. Ci sono battezzati che non dicono e non fanno. Ci sono non battezzati che non dicono, ma si comportano con retta coscienza. Tutto questo giustifica qualcuno? No. Ciascuno deve rispondere a se stesso e a Dio di come ha scelto di vivere.

  • Se non vai in televisione, se non sei sulle riviste, se non abiti il web, non esisti. Oggi sembra che l'apparire sia più importante dell'essere. Per grazia di Dio, non tutti la pensano così.

  • Il Magistero della Chiesa non dipende dal comportamento di qualche prete o anche di qualche vescovo o cardinale. Il vangelo va tradotto nella lingua del XXI secolo e tutti, laici e pastori, abbiamo bisogno del dono dello Spirito, che ci fa riconoscere la via che conduce alla salvezza.

  • L’antidoto ad ogni orgogliosa superiorità è il farsi servo delle persone che il Signore in mille modi ci mette accanto, non solo dei fratelli nella fede, con i quali dovrebbe essere più facile, ma anche di tutti gli altri, specialmente quelli che non hanno voce.

  • Il Signore giudica con durezza i comportamenti di scribi e farisei e mette in guardia i suoi discepoli di tutti i tempi, anche noi. Ma non condanna mai le persone, che hanno sempre il tempo di convertirsi. Noi cristiani abbiamo il dovere evangelico di denunciare i mali e i peccati di questo mondo, per non restarne contaminati e per offrire a chi sbaglia la possibilità di ravvedersi e convertirsi.

 

Proposta di impegno

  • Ascoltando con cuore attento la Parola, troviamo un'indicazione da mettere subito in pratica.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Parola del Signore.

 

Commento

 

Nella Chiesa dei primi tempi si era diffusa la convinzione che Gesù sarebbe tornato presto e avrebbe realizzato la parola dei profeti sugli ultimi giorni: sconfitta e castigo dei malvagi e premio per i buoni.
All’epoca in cui Matteo scrive, qualcuno era rimasto sconcertato e deluso per il ‘ritardo’ di Gesù. Questa parabola risponde a quella delusione e istruisce i cristiani sull’attesa e sulla vigilanza, per essere sempre pronti al ritorno di Gesù alla fine dei tempi o alla fine della vita terrena di ciascuno, e questo riguarda sicuramente tutti.
Il Regno di Dio non è un luogo riconoscibile sulla terra, ma una condizione dello spirito: vi appartengono coloro che credono in Gesù e vivono da figli di Dio. Per questo Gesù non lo definisce ma lo descrive con molte parabole.
Quella delle dieci ragazze è piuttosto complessa perché, mentre dà un insegnamento preciso, richiede anche la spiegazione di alcuni elementi simbolici.
È chiaro che lo sposo che deve venire è Gesù, per inaugurare il banchetto eterno nel Regno del Padre, e che le ragazze rappresentano gli invitati di tutti i tempi, i quali sanno che devono essere pronti. Il ritardo dello sposo e il sonno degli invitati rappresentano la vita quotidiana dei credenti, che si svolge nelle occupazioni ordinarie, le quali a volte fanno dimenticare chi e che cosa essi stanno aspettando.
All’arrivo dello sposo inizia il dramma: l’olio delle stolte finisce e le sagge non gliene danno del proprio. Ma quell’olio è ciò che consente di partecipare alla festa eterna, cioè la realizzazione della volontà di Dio, che è costituita dalla fede e dall’amore concreto per Gesù e per i fratelli. È evidente che quest’olio non si può prestare, dato che nessuno può presentarsi a Dio con la vita e le opere di un altro.
Se lo sposo dice di non conoscere le stolte, è perché in Paradiso possono entrare solo quelli che, vivendo il vangelo, si sono impegnati a somigliare al Figlio di Dio, gli altri sono sconosciuti.
Matteo sta dicendo ai suoi lettori, e anche a noi, che tra i battezzati ci sono alcuni che sono stolti: pensano di entrare in Paradiso perché fanno parte della Chiesa. Non basta. Bisogna attuare la volontà di Dio, altrimenti il Signore alla fine non ci riconoscerà, anche se siamo andati a messa tutte le domeniche.
L’insegnamento chiaro di Gesù è questo: ogni giorno bisogna vivere da cristiani, perché solo così possiamo essere pronti quando il Signore ci chiamerà, difatti non sappiamo (ed è meglio!) quando lui verrà.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Si assopirono tutte e si addormentarono”. La debolezza e la fragilità umana appartengono a tutti . Non sono esse a renderci incapaci di accogliere il Signore che viene.

  • “Dateci un po’ del vostro olio...”. Abbiamo tutta la vita per imparare la saggezza del vangelo e conosciamo tante persone che ci danno il buon esempio. Aspettare l'ultimo momento per rimediare è da stolti e presuntuosi.

  • “In verità io vi dico: non vi conosco”. Sentirsi dire questa frase è la tragedia più grande. Alcuni hanno detto che a 40 anni uno ha il volto che si merita. La stessa cosa vale per lo spirito, senza arrivare a 40 anni. Chi cerca di vivere il vangelo ogni giorno, nonostante le proprie debolezze, senza accorgersene, assume le fattezze del volto di Cristo, in certi periodi quello della Sindone, in altri quello del Risorto.

  • Noi, cristiani di questo tempo, forse pensiamo poco al Paradiso. Eppure è questa certezza che ha sostenuto i martiri e ha alimentato la capacità dei santi di affrontare difficoltà, sofferenze, persecuzioni e di servire in tanti modi i fratelli bisognosi. Magari questo ricordo ci può aiutare a diventare saggi.

 

Proposta di impegno

  • Quando al mattino ci guardiamo allo specchio, chiediamoci in che cosa, lungo la giornata, possiamo somigliare a Gesù.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Parola del Signore.

 

Commento

 

Sappiamo già che i precetti della legge ebraica sono 613. Ma gli stessi maestri non erano così ingenui da considerarli tutti della stessa importanza nel rapporto con Dio. Le scuole rabbiniche da tempo si impegnavano non solo a distinguere i precetti in gravi e leggeri, in piccoli e grandi, ma cercavano anche un principio generale a cui tutti i precetti potessero riferirsi come a una fonte, a un vertice o a una chiave interpretativa.
Ci spieghiamo così la domanda del dottore della Legge a Gesù, che nella risposta raccoglie i due precetti principali.
Dal Deuteronomio egli prende quello del primato dell'amore di Dio con la specificazione delle dimensioni principali della persona: il cuore, che indica la convergenza di tutti gli affetti verso Dio senza spazio per piccoli o grandi idoli; l'anima, cioè la vita, che dice la disponibilità consapevole a rinunciare a tutto pur di non allontanarsi da Dio; la mente, che impegna ad aderire alle verità che Dio rivela e testimoniarle con l'esempio e la parola.
Dal Levitico prende il precetto dell'amore del prossimo. Naturalmente per Gesù il prossimo da amare come se stesso non è solo l'ebreo, ma ogni uomo. Però, la novità in questa risposta di Gesù si trova nel fatto che lui mette il secondo comandamento sullo stesso piano del primo. Dall'apostolo Giovanni poi sentiremo che dire di amare Dio senza amare i fratelli è una menzogna.
Perciò, questi comandamenti, insieme, sono la chiave di lettura e interpretazione di tutti gli altri precetti, i quali acquistano senso e valore nella misura in cui sono legati all'amore per Dio e per i fratelli, lo esprimono e lo realizzano. Gesù va anche oltre: questi comandamenti sono pure la chiave per comprendere tutta la Sacra Scrittura, che egli compendia con il binomio “la Legge e i Profeti”, senza questa chiave di lettura la Parola di Dio non solo non può essere compresa, ma viene travisata e tradita, come succede ai farisei e a tutti coloro che separano l'amore di Dio da quello del prossimo.
Questo episodio è anche servito all'evangelista Matteo per richiamare la sua comunità, e la Chiesa di tutti i tempi, sul rischio di cadere nel fariseismo, appesantendo e stravolgendo la vita di fede dei discepoli di Gesù con minuziosi precetti ritualistici e moralistici. L'unità dell'amore di Dio e del prossimo, invece, abilita i credenti non solo a comprendere rettamente la Sacra Scrittura, ma ad offrire a chi non conosce Gesù l'autentico splendore del suo vangelo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Un maestro della Legge si serve di una domanda, che il popolo sinceramente si poneva, per mettere alla prova Gesù. Non è sbagliata la domanda, ma il motivo. I dubbi e le domande fanno parte di una fede impegnata. Quali domande mi piacerebbe porre a Gesù? Se siamo sinceri, ci sentiamo spinti a ricercare le risposte, anche con l'aiuto di altri fratelli.

  • Tutti abbiamo una nostra personale classifica dei comandamenti di Gesù. Con la luce dello Spirito Santo, possiamo riconoscere il comandamento più grande, quello che determina il nostro modo di pensare e di vivere e le scelte piccole o grandi. Chiediamoci come e quanto corrisponda alla risposta di Gesù.

  • Cuore, anima e mente. Era il modo degli ebrei per intendere la persona intera e tutte le singole facoltà. L'amore di Dio o prende tutti gli aspetti della persona e della vita oppure è parziale o malato. In ogni caso Gesù è pronto a illuminarci, a curarci e a farci crescere, per questo ci dona ogni giorno il suo Spirito.

  • L'amore del prossimo è possibile nella misura in cui ci amiamo, cioè, vogliamo il vero bene di noi stessi. Se ci amiamo in modo disordinato o sbagliato, non stiamo facendo il bene per noi, non possiamo capire il vero bene degli altri e non siamo capaci di realizzarlo.

 

Proposta di impegno

  • Nell'esame di coscienza ci chiediamo: oggi, ho agito per amore dei fratelli o per me stesso?

 

Associazione di Volontariato C.A.Sa.

Aperta ogni giorno dal martedì al sabato dalle ore 20.30 alle ore 22.00

Lecce

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