
Ma sarebbe grave scambiare le scorciatoie per le soluzioni definitive. I compiti di uno sviluppo umanamente degno per ciascun adolescente e per tutti rimangono da evidenziare, proporre, aiutare a realizzare. A questo scopo credo importante fare un sondaggio in profondità sul mondo delle relazioni e di quelle intergenerazionali oggi.
Dopo l'ubriacatura sull'io-soggetto (individual-liberale, socialcollettivo, eurocentrico, positivista o idealista), il novecento ha portato in primo piano l'intersoggettività, la relazione (cfr. Buber: in principio era la relazione), il dialogo, la comunicazione (accanto alla svolta antropologica c'è stata la svolta linguistica e dal secondo dopoguerra viviamo l'utopia della comunicazione).
Ma persistono una serie di difficoltà:
1) l'altro è ancora vista molte volte come il complemento-oggetto, destinatario, utente, nemico, inferno (non partner, soggetto, socio, amico)
2) la relazione è vista solo nella sua dimensione orizzontale (interpersonale, intergenerazionale; il noi, l'istituzionale, lo strutturale, il bene comune sono messi in dissolvenza, sullo sfondo)
3) nel mondo delle relazioni 1'enfasi è sull'agire, l'operare, il fare, l'avere, più che l'essere; il comportamentale più che l'ontologico; i ruoli più che le persone; i processi più che i contenuti; il mutamento e l'innovazione più che il continuo, il perdurante; l'omologazione più che l'identità originale; l'agire più che l'essere; la facciata più che la personalità profonda dell'io e dell'altro (la mente, il cuore, lo spirito...)
4) viene poco evidenziata la dimensione verticale delle relazioni, verso le profondità del mistero della vita personale e cosmica e verso l'orizzonte ideale e valoriale (il culturale, il tradizionale, ecc.)
Secondo alcuni si starebbe consumando una profonda rottura del rapporto tra famiglia e società, tra privato e pubblico, tra universo familiare e universo civile.
Più profondamente persisterebbe una sorta di ideologia dell'adolescente, un "giovanilismo" generalizzato, che è ricercato più dagli adulti che dai giovani e che esalta la freschezza vitale, la spontaneità, la permanente novità, il libertarismo, l'assenza delle norme, l'instabilità, l'autoreferenzialità, l'ego-centrismo assoluto, l'esperienzialismo e lo sperimentalismo, ma anche il dislocamento delle scelte e delle responsabilità, una sorta di incapacità generalizzata ad assurgere a idee e valori universali concreti come sono le norme di un agire libero storico (pur nella coscienza del senso della misura, del tempo, dei limiti e delle condizioni di qualsiasi agire concreto). Anche dal punto di vista dello sviluppo del pensiero non si andrebbe oltre il pensiero universale ideale astratto, tipico dell'adolescenza, per arrivare al pensiero adulto che è per eccellenza pensiero dei nessi, delle contestualizzazioni, della misura, dello storico, ma anche dell'intimità, della continuità, della fedeltà all'impegno preso e della responsabilità per l'umanamente degno (Erickson).
L'autorealizzazione come religione del "self" e il narcisismo, come malattia mortale, ne sarebbero gli esiti più terribili, ma ineludibili, rinfocolati dalla retorica della cultura pubblica, dei mass-media, dell'industria dei consumi e dalle dinamiche complessivi della società del benessere.
In tal senso si arriva affermare che è il profilo morale della cultura pubblica che viene ad avere forme veramente gravi.
Questa difficoltà a crescere, a diventare adulto, ad agire responsabilmente, a darsi delle norme in nome di un umano universalmente degno di essere perseguito, avendolo colto, costruito o ricostruito o persino creato (stabilito, acconsentito) personalmente e socialmente, non è questione solo degli adolescenti o dei giovani, ma di tutti.
Ma in questa "adolescentizzazione" e giovanilismo degli adulti, gli adolescenti e i giovani vengono ad avere il problema supplettivo di non trovare modelli di identificazione adulti per una immagine adulta di sé (personali e relazionali, per l'identità e per le relazioni con gli altri e le altre) nei genitori e nei familiari. Sicché o sono "costretti" a cercarli altrove, tra quelli che gli vengono dal contesto sociale, spesso in alternativa o in provocatoria opposizione rispetto ai modelli genitoriali (forse si possono interpretare in questa linea le certe difficoltà di conseguimento di precise identità di genere e certe fughe per la tangente della devianza (implosiva, distruttiva o aberrante).

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