
Quando giocano, i bambini sono molto seri. Al contrario quando gli si chiede di esserlo, non lo sono quasi mai. Infrangono sistematicamente, quasi per definizione, le regole poste dagli adulti nella vita quotidiana, ma quando giocano stabiliscono regole ferree, definiscono i ruoli e una trama stringente, e tollerano malvolentieri infrazioni allo schema fissato o intrusioni di adulti guastatori. Insomma i bambini hanno un’idea di gioco e di serietà esattamente opposta alla nostra. E senz’altro hanno la loro ragione, perché fingere è una cosa molto seria: vuol dire prendere qualcosa nelle mani e modellarlo fino a farne ciò che si vuole. Ricrearlo. I bambini si ricreano ricreando. In quanto creazioni i loro giochi hanno il carattere della gratuità e della leggerezza. Certo gli riconosciamo decine di valenze psicologiche e formative, dalla capacità d’espressione alla rilettura del proprio vissuto emotivo, ma fondamentalmente rispondono ad esigenze di bellezza più che a quelle dell’utilità pratica. Sono voli fatti per il piacere di volare. Per questo girano distanti dalla nostra logica di adulti, e rimangono per noi ‘cose da bambini’. E come ogni bellezza, e anche come ogni creazione, i giochi dei bambini sono fragili. Disarmati. Senz’altra forza che quella dell’invenzione.
Non c’è bisogno che ce lo ricordi chi approfitta di questa fragilità. O quel frasario sempre più ampio e diffuso nell’aria culturale circostante, fatto di ‘attenzioni ai bambini’, ‘giochi con i bambini’, oscure ‘stanze di giochi’, ‘giochetti’, che ci rimanda l’eco di un’invasione adulta nel loro territorio, di una violenza che tenta di piegare anche la parola stessa, gioco, e l’espressione ad una serietà tragica, innaturale, ignota ai piccoli.
Sono i bambini con la loro serietà lieve a chiederci di difendere i loro giochi, di comprenderli, di impararne la logica.
di Massimo Leone

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