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Ma io sono paziente?

La malattia fisica: una di quelle esperienze senza limiti di età, esperienza di finitudine  da attraversare comunque, anche se si preferisce rimuoverla, non affrontarla, considerarla una parentesi sia che ci riguardi personalmente, sia che riguardi quelli che amiamo.

Se poi tocca bambini o ragazzi, la parola d’ordine sembra essere ‘evitare’: di parlarne, di rifletterci insieme, di esprimere paure, sentimenti… Evitare è un modo di nascondere ciò che, soprattutto gli adulti, percepiscono come il volto negativo dell’umanità perché contraddice gli standard vincenti di sanità, bellezza, spensieratezza.

La presenza nelle nostre comunità di uomini coraggiosi che non temono di mettersi a nudo, di condividere, sono un sostegno per chi vuole guardare in faccia questa esperienza/dimensione dell’esistenza umana, vuole viverla come uno dei tanti percorsi attraverso cui si impara a dire di SI alla vita, agli altri da amare e da cui farsi amare.

Il percorso che segue, per ragazzi dai 10 ai 13 anni, prevede due momenti:

- il I crea uno spazio di disponibilità all’argomento della malattia

- il II, attraverso e la testimonianza di chi la incontra più da vicino, propone la cura e la sollecitudine come modi per partecipare della sofferenza di altri  e orienta lo sguardo su Gesù di Nazaret, l’Uomo-Dio che, nella sua passione per l’uomo, volendo proferire come parola finale  ‘VITA’, ha avuto occhi grandi per vedere le malattie e le sofferenze di quanti ha incontrato, mani e parola pronte per intervenire e cuore per farsi vicino-vicino ad ognuno, passando lui stesso attraverso la sofferenza fisica.

Non è facile, in gruppo, proporre un argomento del genere: i tentativi di esorcizzare, i disagi dovuti a situazioni che si vivono, il forte l’imbarazzo che si prova nel parlare di qualcosa che in genere è poco verbalizzato sono il minimo di opposizione che ognuno cerca di mettere in atto. E’ opportuno, allora, creare il clima perché si possa comunicare senza troppa difficoltà.

Come fare? Si può non rivelare in anticipo il tema dell’incontro; magari alla fine della riunione che precede questa, si consegna ad ogni membro del gruppo un bossolo bicolore, tipo capsula medicinale con dentro del borotalco e un biglietto su cui è scritto: “Ma tu, per qualche motivo, sei stato o sei PAZIENTE?” (biglietto). L’animatore invita i ragazzi a non aprire la capsula prima di sera, a prestare un po’ di attenzione al suo contenuto e a riportarla all’incontro successivo.

Ritrovandosi, chiede di raccontare dove hanno aperto la capsula, come hanno reagito, quindi passa a raccogliere le risposte alla domanda proposta e gioca sul doppio senso del termine.

Si può partire anche proponendo la lettura di un articolo di cronaca, sull’argomento in questione, poi si chiacchiera insieme, provando a ricostruire brevemente i fatti, soffermandosi con più attenzione sui sentimenti e le reazioni manifestate dai diversi personaggi coinvolti.

È al termine di una di queste tecniche di aggancio che l’animatore invita a pensare all’ esperienza di sofferenza vissuta, con l’aiuto di un questionario (Test: io e lla malattia) che consegna ad ogni membro del gruppo e chiede di completare in 10 minuti.

Le risposte, condivise, saranno registrate su cartelloni già predisposti come:

L’animatore, alla fine,  commenta i risultati emersi, quindi fa notare che non è mai facile mettersi di fronte alla malattia, propria o di altri, che essa altera gli equilibri della vita, perché modifica il ritmo quotidiano, che fa fare esperienza del proprio corpo, delle proprie forze e delle proprie risorse in modo del tutto nuovo e sconvolgente.

 

Guardando più a fondo…

L’animatore propone la visione di uno spezzone del film Patch Adams (Usa 1998 con R. Williams regia di T. Shadyac). Presenta brevemente la storia narrata nel film fino alla sequenza scelta, quella dell’incontro tra il protagonista - lo studente di medicina H. Adams, detto Patch - con un paziente particolarmente ostile e chiuso, affetto da malattia terminale. Patch, guidato dall’idea che sia necessario curare le persone oltre la malattia, riesce a conquistare la fiducia del paziente e ad accompagnarlo al momento della morte.

Ognuno dei ragazzi riceve una scheda (allegato scheda), da leggere prima della visione; subito dopo, in sottogruppi la completeranno. Il fine è focalizzare l’attenzione su alcune parole chiave dell’esperienza di malattia: paura (è l’atteggiamento prevalente del difficile paziente) e cura (Patch rivela di intenderla in senso integrale per l’uomo).

Le risposte, comunicate dai sottogruppi, vengono raccolte su un cartellone che ha la stessa struttura della scheda.

L’animatore propone cinque parole chiave che possano racchiudere le idee emerse dal questionario e dalla visione del film: Paura, Futuro, Cura, Altri, Quotidiano, richiama quanto già detto insieme per motivare la sua proposta. Scrive  i 5 termini su un cartellone (allegato 5), quindi affida ad ogni membro del gruppo 5 post-it e chiede di associare ad ognuno dei termini un’idea che lo ha colpito.

 

La pazienza di chi vede e cura

L’animatore allestisce in una cappella o in una sala che abbia riferimenti religiosi discreti, un luogo accogliente e caldo utilizzando qualche luce colorata,  qualche telo di stoffa che dia movimento e una stampa del quadro del Buon samaritano di Van Gogh

il cartellone con le 5 parole chiave, intitolato PRONTUARIO DELLA MALATTIA.

Dopo aver richiamato il percorso fatto, invita i partecipanti ad un momento di confidenza. Spiega che ognuno ha l’occasione di raccontare qualcosa della propria esperienza, liberamente.

Consegna quindi ad ognuno una pista che possa guidare la riflessione (allegato) e concede dei momenti di silenzio perché ciascuno possa riflettere. Poi invita chi vuole a comunicare. Anche lui racconta di sé. Dopo ogni intervento ringrazia chi ha parlato.

 

Si passa alla lettura del brano del buon Samaritano (Luca 10,25-37) e al commento, che l’animatore orienta sulle azioni del protagonista (l’incontro è casuale, scombussola il piani del samaritano;  costui è un uomo mosso interiormente da ciò vede: la sofferenza di un altro uomo che è un perfetto sconosciuto, anzi un nemico; si ferma, lo cura, se ne fa carico, provvede alla sua guarigione, paga; la sua generosità si fa gesto concreto, con la sua azione vuole che l’uomo sofferente riconquisti la pienezza della vita). Il quadro di Van Gogh è uno spunto di commento e spiegazione con i suoi colori e le sue linee.

A questo punto l’animatore presenta ai ragazzi un ospite.

Si tratta di una persona che vive la cura e la sollecitudine verso i malati (meglio se è un giovane che fa volontariato in ospedale) che, raccontando la sua esperienza potrà testimoniare che anche nella malattia e nella sofferenza si esprime il desiderio di vita e trova compimento nell’incontro con chi si fa compagno di viaggio. 

Lo introduce in gruppo raccontando brevemente cosa fa e la sua storia personale; rivolto all’ospite,  racconta il percorso fatto insieme e poi gli rivolge alcune domande tipo:

-         quali le richieste dei malati che incontri?

-         come hai risposto?

-         di cosa, secondo te, ha più bisogno chi è malato?

-         chi è vicino ad un malato come dovrebbe comportarsi?

-         quali sono le paure che hai visto in chi sta male?

-         cosa ti spinge a fare ciò che fai?

-         cosa ti dà questa esperienza?

Invita i ragazzi a intervenire con ulteriori domande.

Al termine della testimonianza, l’animatore propone di pregare insieme con un canto, una preghiera già scritta o spontanea.

Infine, con l’aiuto dell’ospite, consegna ad ogni ragazzo una boccettina di olio e un biglietto: l’invito che proprio a loro rivolge il Signore, quello di farsi attenti e vicini a coloro che incrociano e sono malati nel corpo.

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