
A proposito questo mio intervento, proporrei di invertire così il titolo di questa relazione: “Gesù di Nazaret tra il percorso originale di ogni incontro a tu per tu e la novità assoluta delle Beatitudini”, perché vorrei partire dal momento originario, che è l'incontro a tu per tu, per poi arrivare all'annuncio delle Beatitudini. Vorrei riordinare questa scaletta in modo tale cioè che possiamo partire da quello che è il momento fondativo.
Per quanto riguarda l'incontro personale con Gesù, penso che il Vangelo che in maniera più larga e più diffusa si interessa di incontri con Gesù, sia il Vangelo di Giovanni. Qui infatti abbiamo delle grandi pagine, dei grandi quadri, che mettono in rilievo la dinamica di questi incontri. Ce ne sono tanti, posso menzionare i più famosi e poi prenderemo in esame qualcuno di essi: l'incontro tra Gesù e Nicodemo, l'incontro tra Gesù e la Samaritana, tra Gesù e il cieco nato, con Maria, Marta e Lazzaro, che poi sarà resuscitato, e via dicendo. Quindi quello di Giovanni è il Vangelo che in maniera più precisa e approfondita si diffonde sul tema dell'incontro con Gesù.
Vorrei iniziare questa mia relazione, leggendo la prima conclusione del Vangelo di Giovanni, molto significativa per il tema che dobbiamo affrontare. Guardate cosa dice l'autore in Gv 20,30-31: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro, questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché credendo abbiate la vita nel suo nome”. L'autore di questo Vangelo compone la sua narrazione, riportando soltanto alcuni segni compiuti da Gesù e, dice lo stesso autore, questi segni hanno una duplice funzione: una intermedia e una finale; la prima funzione, quella intermedia, è “che crediate”: il lettore attraverso il percorso narrativo è invitato a giungere ad una adesione di fede; però lo scopo finale non è l'adesione di fede, questo è solo il punto di passaggio. “Perché credendo abbiate la vita nel Suo nome”: lo scopo fondamentale, l'obiettivo irrinunciabile di questa lettura, del ripercorrere la vicenda di Gesù rinarrata dal quarto Vangelo, è quello di giungere alla vita, avere la vita nel Suo nome. Infatti, potremmo notare come tutti gli incontri di Gesù nel Vangelo di Giovanni abbiano come punto focale, elemento nevralgico, l'offerta che Gesù fa della vita - e della vita piena. Potremmo, così, rimbalzare allora all'inizio di questo Vangelo, a quel testo famosissimo, di difficile lettura e di difficile comprensione, che è il cosiddetto Prologo (è un testo difficile, perché le traduzioni sono difficili):“In principio era il Verbo”- io tradurrei “in principio era la Comunicazione, la Comunicazione era presso Dio, la Comunicazione era Dio” - e poi si dice: “In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”: quindi in maniera programmatica, qui si pone la relazione tra comunicazione, (Gesù è un evento comunicativo: è la rivelazione del Padre) vita e luce. Quindi si traccia il senso della vicenda di Gesù: la fine del Vangelo, in cui si pone l'obiettivo, chi legge e aderisce riceve la vita, e l'inizio, dove si dice che questa vita ha origine in Lui ed è Lui stesso la vita, per poi passare attraverso tutto il racconto, che in fondo è un gran caleidoscopio. Tutte le pagine del Vangelo di Giovanni, sono varie, variate: ci sono racconti di segni, racconti di incontri ecc., ma in realtà ogni pagina di questo Vangelo ha un fulcro, che è sempre lo stesso: il problema della vita - e guarda caso si parla (le traduzioni sono alquanto inefficaci) di vita eterna, Questa traduzione è, scusatemi, orrenda, perché rinvia il problema, che invece viene messo in evidenza nel Vangelo di Giovanni, che invece è la vita pena. La vita è eterna in quanto attualmente è già, è costitutivamente eterna, è eterna qui. La vita eterna non è quella dilazionata, rinviata in un futuro, che i teologi chiamano escatologico, per usare una parolaccia, non è l'aldilà, ma la vita eterna è questa qui, in quanto piena, in quanto carica di significato, in quanto irriducibile.
Andiamo ora ad affrontare dei testi in cui si parla di incontri e di vita.
Il primo testo che voglio affrontare con voi, è quello dell'incontro tra Gesù e Nicodemo. Nicodemo rappresenta l'intellettuale giudeo che ha come punto di riferimento e fondamento della propria esistenza la Legge. Tutta la sua vita umana, sociale, religiosa, politica e intellettuale è regolata da uno schema, complesso, ma fisso, quello della legge, suo compito è obbedire ad una Legge. Questo personaggio però, va da Gesù, anche se di notte, quasi a dire che proviene da una situazione di buio per arrivare da Gesù. Vediamo che cosa gli dice: “Rabbì sappiamo che sei un maestro venuto da Dio, nessuno infatti, può fare i segni che Tu fai se Dio non è con lui. Gli rispose Gesù: in verità, in verità ti dico se uno non rinasce dall'alto non può vedere il Regno di Dio. Gli disse Nicodemo: come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? Gli rispose Gesù:” Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio.” (Gv 3,2-5).
Gesù gli fa una proposta molto chiara. Gesù è la vita. Incontrando quest'uomo che ha già orientato la sua esistenza, che ha già dei punti di riferimento, ha già un programma stabilito, l'adesione alla Legge, è un fariseo, fissa per contrasto il suo programma, che è notevolmente diverso. Questo programma ha inizio attraverso un evento di rinascita:. rinascere dall'acqua e dallo Spirito. Ci si può arrovellare il cervello domandandosi cosa vuol dire rinascere dall'acqua e dallo Spirito. “Rinascere dall'acqua cioè dallo Spirito”, così bisognerebbe tradurre se vogliamo essere un po' attenti alle traduzioni. L'acqua fa parte della simbologia più antica, per parlare della vita. Lo Spirito viene qui, immaginato attraverso il simbolo dell'acqua,. Si tratta di rinascere. Che cos'è dunque l'esperienza cristiana? Aderire ad una legge, avere delle regole, delle norme? sapere ciò che vale, ciò che è bene e ciò che è male? Non primariamente. In prima battuta si tratta di rinascere. Si tratta di un processo esistenziale, di un evento che coinvolge la vita della persona nella sua totalità, nella sua interezza, nella sua complessità e nella sua completezza. Rinascere: siamo disposti a questo? Questa è l'esperienza cristiana, il punto fondamentale. Nicodemo resta piuttosto spaesato: chi conosce questa pagina, che è illustre, si pone nella stessa posizione dell'interlocutore di Gesù: ma che cosa vuol dire rinascere? Gli interventi che seguiranno, da parte di Nicodemo, sono solo domande. “Come può accadere questo?” Gesù rispose: “Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto, ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete quando parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell'Uomo, che è disceso dal cielo e come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque creda in Lui abbia la vita piena.” (Gv 3, 9-15 ).
Possiamo ricomporre questo dialogo che, sembra scompaginato, ma che in realtà ha un ordine molto ben costruito. Rinascere dall'alto significa aderire alla figura dell'Innalzato. Attenzione, però, l'immagine dell'Innalzato non è soltanto in riferimento alla croce, ma anche alla resurrezione. La croce è il primo momento, è il primo stato, prima tappa di un processo molto più ampio e che riguarda la resurrezione di Gesù: Gesù è asceso al cielo. Rinascere è aderire a questo progetto di vita: l'Innalzato è il Crocifisso risorto, è il datore di vita, perché chiunque crede in Lui abbia la vita piena. Quindi, rinascere per avere la vita piena.
Una seconda pagina che possiamo prendere come punto di riferimento per la nostra riflessione è un altro bellissimo quadro, quello di Gesù con la Samaritana. Qui la comunicazione è complessa, difficile; gli sbarramenti sono forti. Intanto lei è una donna e per giunta appartenente ad un popolo fedifrago, scismatico, eretico, un popolo boicottato dai giudei. Gesù è invece un illustre sapiente, un maestro, che non dovrebbe, per il suo codice deontologico, fermarsi a parlare in un luogo equivoco come è il pozzo, con una donna di dubbia fama. L'avvio non è semplice. E' molto bello che tutta questa difficoltà riceva un surplus significativo quando i discepoli mostrano di non voler avere niente a che fare con questa donna. Di solito i commentatori si soffermano sull'immagine della donna o sull'immagine dei Gesù, e perdono di vista il quadro - che non è per niente parentetico - di Gesù con i discepoli: i discepoli che entrano in campo quando la donna esce. E qui c'è tutto un discorso sulla mietitura, su chi deve essere pagato, su chi non deve essere pagato, un discorso molto strano, che sembra criptato, però ha un senso: i discepoli non vogliono che Gesù si relazioni con la Samaritana, non vogliono avere niente a che fare con questa donna, loro sono religiosi, sono pii, hanno una visione della vita ben precisa. Incontrare questa donna non è proficuo per nessuno: a che pro, a cosa serve? È tutto il problema della missione in Samaria, missione non omogenea, non verso un popolo simile, una cosa invece molto complessa. A parte questa cornice molto interessante, fermiamoci a piccoli elementi che, già tutti conosciamo. Quando la donna arriva al pozzo, Gesù dice “Dammi da bere”, perché deve iniziare un dialogo, vuole mettersi in rapporto con questa donna.
“I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibo. Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? I giudei, infatti, non mantengono buone relazioni con i samaritani”. Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è che ti chiede dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Gli disse la donna: “ Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo, da dove dunque hai quest'acqua viva? Sei forse tu più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo, ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?”. Rispose Gesù “Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve l'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. “Signore, disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. (Gv 4, 8-15)
Che cos'è quest'acqua viva che Gesù offre? L'acqua è un’immagine, che fa parte non soltanto di un repertorio biblico, ma anche del simbolismo intraculturale, che riguarda tutti i popoli. L'acqua è proprio immagine della vita, senz'acqua non c'è vita. Gesù offre quest'acqua, l'acqua viva. Nell'Antico Testamento l'acqua è simbolo della salvezza, dello Spirito, è simbolo della Legge. L'immagine dell'acqua si presta a tante applicazioni e tante attualizzazioni. Qui è abbastanza chiaro qual è l'offerta che Gesù fa. Se l'acqua è immagine di salvezza, Gesù offre l'acqua viva, una vita salvata, una vita piena. Ed è molto bello questo, perché, per arrivare a questa vita piena, c'è un percorso. La donna deve arrivare a riconoscere di avere cinque mariti. Senza scadere in interpretazioni moralistiche, che poco servono alla comprensione del testo, qui i cinque mariti non sono altro che i cinque culti idolatrici, che i samaritani avevano, cinque montagne della Samaria dove appunto c'erano cinque santuari. La donna diventa rappresentativa di un popolo che prima era sottomesso, sottoposto a Dio e poi lo ha abbandonato, per darsi ai culti idolatrici. La donna, per arrivare alla vita piena, deve avere consapevolezza del proprio punto di partenza, deve giungere alla conoscenza della propria situazione reale, concreta. C'è un'offerta, ma la persona si trova in una situazione tale che non ha la possibilità di acquisire quest'acqua, se non ha la percezione della propria situazione, della propria condizione. Poi la proposta di Gesù: come ricevere quest'acqua, attraverso il culto in spirito e verità. Qui ritorniamo alle congiunzioni che già il prologo del Vangelo di Giovanni aveva proposto: verità, vita, luce. Il culto in spirito e verità. Che cos'è la verità? Perché non c'è vita senza verità, non c'è vita piena senza comprensione della verità. Il culto in spirito e verità non è il culto fatto invece che di alcune preghiere, di altre preghiere. Il culto in spirito e verità è quel culto che ha un imprinting specificamente cristologico. Per il Vangelo di Giovanni, che cosa è la verità? La verità è Gesù stesso. Non un sistema dogmatico. Tutti si sono interrogati sulla verità: la verità è una scienza, la verità è una filosofia, la verità è un sistema speculativo, varie le ipotesi di verità. Ma per il cristianesimo che cosa è la verità? Fino a un certo punto noi abbiamo pensato che la verità fosse un catechismo, o addirittura un sistema dogmatico. La verità non può essere un sistema dogmatico. La verità è una persona: Gesù Cristo “Io sono la via, la verità e la vita”. Allora soltanto il culto in spirito e verità, attraverso l'azione dello spirito nella ricerca della verità, giunge alla vita piena.
Io credo che nel tema del convegno che stiamo affrontando, l'aspetto della vita piena sia centrale. Noi come comunità cristiana, che cosa abbiamo da comunicare? Abbiamo da comunicare un'unica “speranza”: quella di vivere una vita piena, che è quella stessa che Gesù ci offre. Gesù offre il pane della vita, cioè il pane che dà la vita, che è lui stesso. È il racconto bellissimo, drammatizzato, costruito con dialoghi intrecciati del cieco nato, quel cieco che lentamente, non soltanto attraverso l'azione di Gesù, ma attraverso tutti gli incontri, vede. Vede, riconosce il Figlio dell'Uomo. E vita e vedere sono strettamente uniti, perché: “In Lui era la vita e la vita era luce per gli uomini”. Quindi vita non soltanto biologica, non soltanto fisica, fisiologica, non basta la vita. Vedere è capacità ermeneutica, interpretativa della vita. Soltanto attraverso l'interpretazione noi possiamo arrivare ad una vita piena. Tutti viviamo più o meno gli stessi fatti, però come li guardiamo? Che senso hanno? Che approccio abbiamo alla vita? È l'approccio che fa sì che la nostra esistenza assuma significati di pienezza. Per questo c'è il racconto del cieco nato. Guarda caso al capitolo 11 - un racconto che è stato tanto messo in discussione, tanto dibattuto da un punto di vista storico e storico-critico - la resurrezione di Lazzaro. Possibile che Gesù abbia risorto uno? Nella trama del Vangelo di Giovanni questo testo è irrinunciabile, ha un posto che non gli può essere tolto, perché ad un certo punto la sorella Marta dice “so che risorgerà nell'ultimo giorno”: sembra una definizione di fede, invece non lo è. Gesù dice “Io sono la resurrezione e la vita”, ora, adesso, sono io quella vita piena, tant'è vero che questo morto risuscita. Non una resurrezione alla vita piena nell’al di là, ma qui, ora, senza dilazioni, senza ritardi. Capite che qui si chiude un po' il cerchio, perché si inizia con l'offerta della rinascita rivolta a Nicodemo e questo Vangelo pubblico (perché c'è la prima parte del Vangelo pubblico, poi c'è il discorso di addio) si chiude con la scena di Lazzaro, dove un uomo viene resuscitato. Quindi che cosa è l'evento cristiano? È una rinascita o un risuscitamento, ma non in una speranza ipotetica, nella realtà della storia, nella condizione concreta del nostro quotidiano.
Ora passerei al secondo punto, al secondo aspetto: l'assoluta novità delle beatitudini. Con questo secondo capitolo apriamo un tema molto importante, all'interno del discorso della felicità o della vita piena. Passando al Vangelo di Matteo, ma potendo tener conto anche del Vangelo di Luca (voi sapete che le Beatitudini sono un testo presente sia in Matteo che in Luca, con delle differenze, sulle quali adesso io non mi soffermo) noi incontriamo quest'annuncio moltiplicato di beati, beati, beati, in un ritmo scandito di beatitudine proprio nel primo discorso tenuto da Gesù nel vangelo di Matteo. Il primo problema di Gesù dopo aver chiamato i discepoli, è di dire, di annunciare la beatitudine. Ora, quando noi oggi parliamo di beatitudine, diciamo una parola che quasi non ha senso. Che vuol dire beatitudine? È una parola un po' desueta, che ha poca consistenza, che ha un quadro un po' rarefatto nel suo significato. Per me la traduzione, anche qui, sarebbe un po' da cambiare: non beati i poveri, beati gli afflitti..., ma felici. Il primo discorso di Gesù affronta un problema fondamentale: il problema della felicità. Guarda caso, tutti i grandi filosofi, tutti i grandi intellettuali hanno inteso affrontare questo tema, e Gesù non è da meno. Affronta il problema della felicità, del come essere felici. Abbiamo un’offerta di vita piena. È vero Gesù ci offre la vita piena, ma com'è essere felici? E soprattutto qui, se abbiamo letto il testo con una certa attenzione, la felicità riceve un’interpretazione del tutto particolare. Di fronte alla domanda: che cosa è la felicità? noi abbiamo tre grandi ordini di risposte, a prescindere dal testo del Vangelo, quello proclamato da Gesù: Beati, beati, beati ... La cultura antica, moderna, post- moderna, ha risposto fondamentalmente in tre modi al tema della felicità:
– o dicendo che è un'utopia, che non esiste, che non c'è, una chimera;
– o dicendo che ci sarà una felicità, ma non qui, qui non c’è, è nell'aldilà;
– oppure tentando di individuare delle realtà che possono portare alla felicità. Qui abbiamo le risposte più disparate: dalla ricerca del piacere, dalla ricerca del potere, dalla fama, alla bellezza, alla carriera, alla ricchezza, ad aspetti psicologici, allo stare bene con se stessi, ecc...
Quindi, abbiamo un ventagli molto ampio di possibilità di felicità. Certo che quando ci imbattiamo nel testo delle beatitudini in Matteo, notiamo che la prospettiva è tutt'altra: c'è un approccio completamente diverso, perché le beatitudini intendono affrontare un tema particolare; non soltanto la felicità, ma come congiungere la felicità con la drammaticità dell'esistenza. Perché è facile dire di essere felice a uno che è pienamente realizzato, ha i soldi, il successo, il potere, e forse non lo è neppure lui. E comunque è facile dire. Ma non è così facile dire a uno che vive situazioni di conflitto, di dramma, di angoscia, di sofferenza, di morte, di limite, che è felice o che può essere felice. Il cristianesimo intende risolvere questo iato apparente che c'è tra il benessere dell'uomo e l'esperienza drammatica del dolore e della sofferenza, ricompaginando le cose, mostrando come non esiste in realtà una contrapposizione, un contrasto, un’ impossibilità a congiungere le due cose, ma anzi, che proprio nel congiungimento c'è l'esperienza della felicità. Naturalmente non possiamo qui fare un commento preciso, appropriato delle beatitudini, ma soltanto toccarle per tangente. Intanto, il primo annuncio è l'annuncio fondamentale: “Beati - o felici - i poveri in Spirito perché di essi è il Regno dei cieli”. Questo è l'elemento fondamentale, una specie di introduzione, di portale di ingresso e di punto di riferimento per la comprensione di tutte le altre situazioni di beatitudine. Io non so cosa pensino i cristiani quando leggono questo testo, perché francamente l'espressione “poveri in Spirito” è abbastanza enigmatica. Cosa vuol dire poveri in Spirito? Sarebbe interessante sentire da ciascuno di voi cosa pensa quando legge questo testo. Io ho sentito le fantasie più strane. Certo è che è strano leggere questo testo, come è strano quando noi leggiamo il Padre Nostro. Ogni tanto ai miei studenti chiedo: “Ma secondo te, sia santificato il Tuo nome che cosa significa? Per dire un'altra espressione, che in maniera equivalente a poveri in Spirito, è suscitatrice di fantasie, le più diverse. Si dicono le cose più strane, che in realtà non toccano proprio il testo. Noi ci rendiamo conto, siamo cristiani, magari leggiamo anche la Bibbia, ma poi che cosa capiamo di questa Bibbia non si sa. Quindi sono parole al vento che, se non capiamo, non possiamo interiorizzare. Figuriamoci che cosa possiamo capire della Parola di Dio quando non la capiamo. Guardate che ho parlato del Padre Nostro e ho menzionato le Beatitudini che sono i due testi capitali del Cristianesimo, eppure non sappiamo che cosa significhino. Beati i poveri in Spirito, non significa poveri così come comunemente lo intendiamo. La Bibbia è piena di attenzioni ai poveri: nell'Antico Testamento Dio aiuta, soccorre, provvede ai poveri, dà il pane per i poveri. Anche gli ebrei in Egitto erano poveri, insomma tanti poveri, ma nessuno è “povero in Spirito”. Non conosciamo questa espressione all'interno del vocabolario biblico. Effettivamente, non c'è nessun riferimento e bisogna andare a ricercare cose un po' più complicate nel linguaggio di Qumran, di quella setta elitaria, stanziata nel deserto, che usa questa espressione. Ma loro non sono certo poveri, anzi fanno parte delle famiglie aristocratiche gerosolimitane, figli contestatori che se ne vanno dai padri – i padri detenevano il potere sul Tempio - e vanno a fondare un gruppo snobistico, elitario. Proprio quelli di Qumran si dicono “poveri in Spirito”. Hanno dovuto studiare con dovizia di particolari, con strumentazione filologica piuttosto forte per capire che cosa voleva dire poveri in Spirito. Povero in Spirito è colui che fonda la propria esistenza totalmente in Dio. La base, l'ancoraggio, il quadro di riferimento è Dio. La prima beatitudine dice questo: “attenzione tu sarai felice, se come condizione vivi in questa situazione, ma attenzione, la ragione ultima della tua felicità non sta nel tuo essere povero in Spirito, sta nel fatto che sei raggiunto dall'azione di Regno, “perché di essi è il Regno dei Cieli”. Questo varrà per tutte le beatitudini, non sono felici, perché afflitti, non sono felici, perché miti, non sono felici, perché misericordiosi, non sono felici perché puri di cuore, no. Ma sono felici perché di essi è il Regno dei Cieli, perché saranno consolati, perché saranno saziati, perché troveranno misericordia, perché vedranno Dio. Questa è la ragione della loro felicità, ma la ragione ultima non è nel loro stato o psicologico, o morale, o etico, non è in questo. Noi non siamo felici perché siamo dotati di un senso di misericordia, o di un senso di pietà o di giustizia, o di integrità o di purezza. Noi siamo felici perché Dio ci raggiunge con la sua azione. Condizione di questo raggiungimento, di questo contagio, è vivere quelle condizioni. La prima beatitudine dice questo: uno è felice perché viene raggiunto dall'azione di Dio, quando sa che Dio è il fondamento e la ragione ultima della propria esistenza, ed è alla base del suo essere, della sua identità, della sua capacità relazionale, di tutto quello che fa e che è. Questo, come dicevo, è una specie di portale di ingresso, di quadro iniziale programmatico. Poi, se notate tutte le altre beatitudini, nelle vostre meditazioni quotidiane, avrete fatto caso che riguardano tutte situazioni che non dovrebbero essere situazioni di beatitudine, perchè gli afflitti fanno riferimento alla morte evidentemente. Chi è afflitto? Afflitto è uno che ha vissuto l'esperienza della morte, attraverso la perdita dei propri cari, dei propri amici. I miti sono quelli che diventano destinatari delle aggressioni altrui. C'è il famoso Salmo 37 che dice: “Non arrabbiarti, non irrigidirti, non angosciarti, gli altri fanno tutto quello che vogliono, tu vivi la condizione di mite”. I miti, allora, sono quelli che non spadroneggiano, non violentano, non prevaricano, non costringono. Sono, invece, oggetto e destinatari delle azioni irrazionali e violente degli altri. Quelli che hanno fame e sete della giustizia, in un mondo dove giustizia non c'è, di nessun genere, di nessun tipo. Sappiamo che per il Vangelo di Matteo giustizia non è tanto una giustizia sociale, retributiva, economica, ma è invece compimento della volontà di Dio. Questa è la giustizia vera. I misericordiosi sono quelli che, di fronte al peccato altrui, perdonano. Sono quelli che, quando vengono minati nella loro identità, nel loro essere, dalle mancanze degli altri, da una serie di cose estremamente diverse che gli altri possono fare, perdonano. I puri di cuore sono gli integri, mentre il mondo è costellato da quelli che danno bustarelle o ricevono bustarelle, il puro di cuore è l'integro. È quello che non accetta le logiche di connivenza nel male. Operatori di pace sono quelli che, di fronte a rapporti conflittuali, riaprono la possibilità di relazione. Per ultimo, beati i perseguitati per causa della giustizia. Quindi, se notiamo, tutte queste situazioni rimandano a contesti dove proprio la felicità apparentemente sembra negata, dove ci sono altre persone che minacciano nella identità, nella integrità, che imperversano, che boicottano, che violentano. Noi leggiamo questo testo e ci chiediamo per chi varrà questo testo, per chi valgano le beatitudini, che cosa ci sia dietro questa struttura di testo che è sempre uguale, a parte le difformità esteriori. La beatitudine, la felicità, qui affronta il problema della composizione o della ricomposizione tra negatività e positività, tra male e bene. Dietro la struttura portante, dietro queste beatitudini, c'è un'unica logica, la logica della morte e della resurrezione: morire per risorgere.
Concluderei prendendo tre immagini, tre riferimenti.
Il primo riferimento: l'annuncio del Vangelo. Che cos'è Vangelo? Che cosa vuol dire Vangelo? Da un punto di vista etimologico, il termine è abbastanza semplice nel suo significato. Vuol dire: buon annuncio, lieto annuncio, lieta notizia. Sappiamo che questa espressione, come tante altre, può essere interpretata o in senso soltanto informativo o anche in senso performativo. Quando è un buon annuncio? Un buon annuncio in senso informativo è quando io guardo la TV, sento che la Guerra in Iraq è finita, sono tanto contento, dico: “Che bello, la guerra è finita!”, ma di fatto nella mia vita non cambia assolutamente niente. Domani mattina riprenderò la mia borsa e me ne andrò a lavorare, come ieri, come dopodomani, sempre uguale. È un buon annuncio, che di fatto, lascia la mia vita immutata. C'è, poi, un buon annuncio, che è performante o performativo ed è tale se io sono un iracheno, apro la televisione e vengo a sapere che la guerra nel mio paese è finita. Allora quell'annuncio mi cambia la vita . L'esperienza cristiana è un Vangelo, che cambia la vita. Cambia la vita non per mortificarla, non per ancorarla ad una legge, ad un catechismo, o a una morale. Cambia la vita perché dà la vita piena. Offre la vita piena.
Una seconda immagine, mutuata da quel bellissimo testo, estremamente complicato tra l'altro, ripreso dal Vangelo di Matteo, dove Gesù dice:“Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. (Mt 11, 25). Traduzione orrenda, tra l'altro, perché cosa vuol dire, che il cristianesimo è qualcosa per vecchierelle o per stupidi? Sembra che i sapienti non siano messi a parte, mentre lo sono i piccoli. “Si, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, (é il problema della drammaticità dell'esistenza) e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre vite. Il mio gioco infatti è dolce e il mio carico leggero”. (Mt 11,26-30). Io credo, che un cristiano quando legge questo testo, resta per lo meno perplesso. “Il mio carico è dolce e leggero. Voi siete affaticati, venite a me” e poi Gesù muore tragicamente in croce. Ma dov'è questo carico leggero e questo giogo dolce? È un mito, una leggenda, una bella storiella, ma non si è realizzata, parole al vento che Gesù ha detto. In cosa consiste questo carico leggero che Gesù offre? Non consiste, evidentemente, dall'esimersi dalla croce, altrimenti queste parole non avrebbero senso, o non avrebbe senso l'esperienza della croce. Evidentemente, il carico leggero e il giogo dolce consistono in un approccio diverso all'esistenza e questo è dato dalla fede. La fede porta in qualche maniera a relativizzare tutte le esperienze. Non c'è nessuna esperienza, che ci possa tramortire, che ci possa rendere affaticati e oppressi, nemmeno la croce. Anzi, la croce è un giogo leggero. Questa è la fede del cristiano. Parlavamo prima del cieco che viene illuminato da Gesù, che dice: “Io sono la luce del mondo”. Che cosa è questa illuminazione? Evidentemente, è la capacità ermeneutica di leggere le cose in maniera diversa, cioè di avere un quadro di lettura, di modo che nessuna realtà ci renda né affaticati né oppressi.
Terza immagine. L'esperienza cristiana comunica il quadro di lettura, che è quello della morte e della resurrezione. Quali sono le nostre morti? Ognuno deve, nella propria preghiera e nella propria meditazione, ritrovare le proprie morti. Deve saperle leggere. Deve saperle interpretare. Deve saperle comprendere. Ma soprattutto, alla fine, deve saper accogliere quella forza di Dio, che diventa vita, perché non c'è morte fine a se stessa. Non esiste dramma fine a se stesso. Né esiste conflittualità, non esiste forma di prevaricazione fine a sé stessa. Per fede noi crediamo che dove c'è morte, lì ci sia pure quella forza, che ci viene da Dio, che è forza di resurrezione.
E allora qui ricomponiamo il quadro. La vita del cristiano è una vita piena, perché si avvale di quella forza di Dio, che, qualora sopraggiunga un evento di morte, un dramma, una sofferenza, un dolore, un'angoscia, questa vita piena non viene assolutamente negata o messa tra parentesi, o rifiutata, ma anzi è da quella morte che è possibile risorgere. Questo è il grande annuncio del cristianesimo: in ogni realtà, in ogni situazione, in ogni condizione di vita, noi siamo chiamati a rinascere e a risorgere, sull'immagine di quel Gesù che è morto e risorto, che è sempre per noi offerta, di vita totale, di vita piena, di vita felice.

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