
Il secondo criterio che sancisce l’efficacia delle ritualità giovanili è da ricercarsi nella loro conformità alla “moda”. Già Baudrillard all’inizio degli anni Ottanta aveva osservato che la moda, nel mondo contemporaneo, è ciò che contribuisce a disgregare ogni identità culturale legata ad una tradizione marmorea, venendo a rappresentare quel criterio di dinamismo del gusto che meglio si associa alle identità deboli del postmoderno. La moda infatti – osserva giustamente A. N. Terrin - è strettamente correlata al valore che più rappresenta l’epoca postmoderna, l’effimero. Gli adolescenti, oggi, inseguendo i parametri per loro stessa natura mutevoli della moda, cercano di riconformarsi alla realtà sposandone la mutevolezza ed elaborando riti altrettanto mutevoli, attraverso cui sentirsi parte integrante del mondo . Rientrano in questo campo tutti i rituali connessi a quella che G. Ritzer ha definito, con rara forza espressiva, “la religione dei consumi” , la quale si inscena negli spazi delle nuove cattedrali profane degli ipermercati. Seguire affannosamente l’imperativo del cambiamento diviene dunque un dovere inconsapevole, ma fortemente cogente, per gli adolescenti, che li spinge a inseguire la mutevolezza fine a se stessa per sentirsi parte di un mondo che fa del cambiamento la sua cifra per eccellenza.
Ma, anche se il mondo appare in continua trasformazione, gli adolescenti cercano attraverso alcune ritualità dinamiche di rintracciare una parvenza di uniformità al mondo stesso finalizzata a ricollocarli in un sistema sempre più intricato di segni, di linguaggi e di prospettive. Seguire la moda, diviene, allora un modo per riconfermarsi nel mondo come soggetti attivi e, insieme, per riconformarsi continuamente ad esso, dal momento che, se non si entra nel flusso del dinamismo, a loro pare evidente che il soggetto perda appeal sociale.
La moda, quindi, diviene il gusto per l’effimero camuffato da sostanza, soprattutto quando si sposa con l’accelerazione tecnologica nei campi della comunicazione e dell’informatica, avvertiti come i settori per eccellenza del cambiamento. Essere aggiornati comporta delle vere e proprie ritualità necessitanti , prime fra tutte quelle relative all’aggiornamento tecnologico nel campo della telefonia e dell’informatica, che si mettono in atto attraverso la frequentazione assidua e in gruppo dei templi dedicati a questi settori, primo fra tutti MediaWorld, generalmente il sabato pomeriggio, come confermano oltre 80 ragazzi da me interpellati. Frequentare gli ipermercati, in particolare quelli monotematici, diviene necessitante perché assume un forte valore simbolico e sociale, conferendo autorevolezza e prestigio a chi diviene capace di anticipare le novità. Pur trattandosi di ritualità che conoscono un notevole grado di reiterazione e una certa formalizzazione, sono avvertite dagli adolescenti come spontanee e non organizzate e in questa contraddizione sta anche la loro efficacia. Si tratta di comportamenti rituali avvertiti come spontanei, ma capaci di strutturare socialmente le identità deboli degli adolescenti, per i quali essere aggiornati in determinati settori risulta essere davvero necessitante.
Ovviamente non basta essere aggiornati, ma occorre anche possedere questi strumenti e utilizzarli in maniera continuativa. Il valore dello strumento è, poi, determinato dal modello ritenuto esteticamente – e non necessariamente a livello funzionale – più efficace. Il re dei prodotti tecnologici è sicuramente il pc, attraverso il quale è possibile collegarsi ad Internet, ma soprattutto caricare i videogiochi, giunti ormai ad un livello raffinatissimo di definizione.
Ma, prima ancora del computer, è il telefono cellulare a ricoprire un profondo valore simbolico, perché il venirne in possesso prima, e il cambiare annualmente modello poi, sono avvertiti come veri e propri riti di passaggio . L’acquisizione del telefono cellulare è avvenuta, per la generazione dei sedicenni attuali, intorno ai tredici anni, generalmente come regalo ricevuto in concomitanza con il sacramento della Confermazione e in prossimità dell’ingresso alla scuola superiore. Il suo significato è quindi chiaramente simbolico perché consente di avvertirsi pienamente adolescenti e non più bambini. Una volta che se n’è venuti in possesso, chiedere ad un adolescente di spegnere il telefono cellulare è praticamente impossibile, dal momento che tenere costantemente acceso l’apparecchio è il modo con cui lui definisce la sua presenza nel mondo . “Esisto perché sono raggiungibile sempre e ovunque”, sembra essere la filosofia che guida il comportamento adolescenziale contemporaneo, per il quale anche la comunicazione diviene più densa se si realizza per mezzo di sms, piuttosto che oralmente. I rituali connessi al telefono cellulare denunciano, in ultima istanza, che gli adolescenti avvertono un’urgenza comunicativa frutto di un vuoto di comunicazione che non può essere messa tra parentesi, pena il finire con il considerare le loro ritualità pura conseguenza del consumismo. Sono anche il tentativo per rifondare una comunicazione simbolica basata su un codice condiviso, fatta di attesa e di speranza di venire contattati.
Altri riti fondamentali sollecitati dai dinamismi della moda sono quelli connessi all’apparire. Riconoscersi ed essere riconosciuti sono per un adolescente sensazioni estremamente legate alle modalità con cui si è in grado di uniformarsi ai cambiamenti imposti dalla moda nel campo dell’abbigliamento e, ancor più, degli accessori di abbigliamento. In questo ambito sono estremamente vincolanti i parametri imposti dai mass media e in particolare dalla televisione.
Il fenomeno più interessante da rilevare a questo proposito è il grande cambiamento imposto dal fenomeno dei reality show nei meccanismi di identificazione degli adolescenti . Mentre fino a un decennio fa le grandi direttrici della moda e dell’apparire erano dettate dai cantanti di successo internazionale – basti citare il caso di Madonna negli anni Ottanta e Novanta – con l’avvento di programmi quali “Il Grande Fratello” e “Uomini e Donne”, coloro che guidano i criteri dell’apparire sono ragazzi comuni che hanno ricevuto notorietà solo per il fatto di essere stati protagonisti di tali programmi senza particolari meriti artistici. I modelli degli adolescenti sono dunque essi stessi sempre più dinamici ed intercambiabili, ma nel medesimo tempo ancora più idealmente vicini dal momento che vengono proposti come “persone comuni”. Il consumo diviene un rituale di adeguamento a modelli avvertiti come vincenti e soprattutto come modalità per acquisire una forma socialmente riconoscibile. Più precisamente, il vero rito, condiviso, necessitante, efficace, non sta solo nei comportamenti che questi programmi riescono ad attivare, ma si estende anche ai programmi stessi che si propongono con una serialità a lungo termine. Seguire l’evolversi delle vicende diviene necessario per acquisire un linguaggio e uno stile comuni e viene favorito anche dall’avvento dei canali satellitari che programmano 24 ore su 24 in presa diretta gli eventi relativi ai protagonisti dei reality. Un fenomeno nuovo è poi rappresentato dal programma “Amici”, condotto da Maria de Filippi e trasmesso dall’emittente “Canale 5”, sicuramente il reality più seguito ed amato dagli adolescenti. Si tratta di un programma in cui alcuni ragazzi con doti artistiche nei più disparati campi dello spettacolo si sfidano settimanalmente al fine di eliminarsi fino all’individuazione del migliore, secondo il giudizio del pubblico televisivo, espresso mediante televoto. Le vicende di “Amici” vengono seguite con molta attenzione dagli adolescenti per diversi motivi: in primo luogo, perché il programma simula le lezioni di una scuola con finalità artistiche, proponendosi come modello ideale di istruzione, ossia come scuola davvero interessante perché lontana dai cliché abituali; in secondo luogo, perché i protagonisti vengono a ricoprire dei ruoli abbastanza riconoscibili (il solitario, l’eclettico, il socievole, l’altruista, il perfido, l’arrivista, il timido…) nei quali i telespettatori adolescenti a casa possono facilmente identificarsi; in terzo luogo, perché il programma riesce ad individuare e a rilanciare le aspirazioni di notorietà che sono molto diffuse tra gli adolescenti. Seguire il programma diviene dunque un vero e proprio culto per i ragazzi e, in particolar modo, per le ragazze che, attraverso il meccanismo identificativo, vivono le vicende dei protagonisti mischiando i piani della finzione e della realtà, fino ad avvertire il successo o l’insuccesso del personaggio preferito come se fosse il proprio.
Anche qui siamo in presenza di una certa formalizzazione del rito, offerta dalla standardizzazione televisiva, che si esprime con un linguaggio verbale e simbolico altamente condiviso e immediatamente decodificabile dai ragazzi . Le sfide vengono ad essere delle vere e proprie liturgie, con momenti preparatori e riti finali, e vincolate da procedure rigide. L’identificazione che i personaggi consentono potrebbe far parlare di un vero e proprio rito mediatico, avvertito come necessitante, cogente e insieme come strumento capace di strutturare un senso valido per gli adolescenti, capace di riorganizzare i frammenti di esistenze spesso molto difficili per motivi di diversa natura. L’identificazione proiettiva permette di vivere, in maniera mediata e insieme immediata, la situazione interpretata dai protagonisti, in formule del tutto nuove e veramente inesplorate, se si escludono i timidi tentativi esplorativi di alcuni antropologi, psicologi e semiologi tra cui M. Canevacci, A. Oliverio Ferraris e A. Grasso . Anche in questo caso sarebbe improvvido definire come strettamente secolari le ritualità mediatiche che si possono osservare, anche se, a prima vista, l’aspetto religioso sembrerebbe assente. Ma, se ci si sposta ad osservare l’evento dalla curvatura d’orizzonte di un adolescente, non ci si può non accorgere di quanta commozione, compartecipazione, immedesimazione esso comporti dal punto di vista soggettivo e intersoggettivo. E’ presente, inoltre, anche l’aspetto sacrificale del rito, tradotto nella forma spuria della selezione mediante televoto dei personaggi in sfida; sacrificio al quale partecipa tutto il popolo degli spettatori adolescenti, creando un forte pathos emotivo in loro, che rievoca il sangue delle arene riproposto in una forma meno cruenta, ma ugualmente efficace. Il “sacrificio” di uno dei due ragazzi entra a far parte di una drammaturgia che mutua alcuni elementi dal sacro, ma li reinterpreta in una forma secolare e con un linguaggio capace di coinvolgere il sentire dei ragazzi.
Ma, al di là di queste considerazioni, è evidente che la televisione diviene “mito”, per quanto mito debole e in movimento, capace di produrre i suoi riti. E i miti televisivi si propongono implicitamente a modello, permettendo ai ragazzi di dirigere verso un centro la confusione che li contraddistingue e di attingere dei riferimenti percepiti come pregnanti, un po’ come l’uomo del medioevo cercava il senso della sua fede contemplando gli affreschi. Il paragone è sicuramente improprio, ma deve essere inteso a livello puramente formale, nel senso che l’adolescente cerca nelle immagini televisive un senso che lo rimotivi come individuo e, insieme, come membro di una società in cui si condividono “valori” comuni. E questo messaggio amalgamante viene oggi dalla televisione, grande fucina di immagini, grande mitografa della postmodernità, anzi, mito in se stessa prima ancora che nei contenuti che veicola.

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