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L'iniziativa

La vita di ogni cristiano trova la sua fonte ed il suo vertice nella liturgia domenicale: "nell'Eucarestia Cristo ci mostra il suo amore senza misura" (Giovanni Paolo II).

Ogni settimana don Salvatore, prete salesiano, ci aiuta ad approfondire il Vangelo della domenica e ci offre spunti per la nostra riflessione e per la nostra preghiera.

 

 I testi della domenica vengono di norma pubblicati il sabato precedente la festività.

 

2014    

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno A)
 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

Domeniche di Quaresima (Anno A)

Domeniche di Pasqua (Anno A)

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno A)
 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

Domeniche di Avvento (Anno B)

Tempo di Natale 

 

2015   

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno B)
 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

Domeniche di Quaresima  (Anno B)

Domeniche di Pasqua (Anno B)

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno B)
 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

Domeniche di Avvento (Anno C)

Tempo di Natale

 

2016   

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno C)
 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

Domeniche di Quaresima  (Anno C)

Domeniche di Pasqua (Anno C)

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno C)
 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

Domeniche di Avvento (Anno A)

Tempo di Natale

  

2017  

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno A)
 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

Domeniche di Quaresima  (Anno A)

Domeniche di Pasqua (Anno A)

Domeniche del Tempo Ordinario (Anno A)
 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

Domeniche di Avvento (Anno B)

Tempo di Natale

  


  

ANNO 2017

Tempo di Natale

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Domeniche di Avvento (Anno B)

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Domeniche del tempo ordinario (Anno A)

 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

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Domeniche di Pasqua (Anno A)

VI DOMENICA DI PASQUA - 21 maggio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Parola del Signore.

 

Commento

L’affermazione di partenza è che Gesù è una sola cosa con suo Padre. Aveva già detto che il Padre abita in lui e lui nel Padre e questo avviene perché egli ama totalmente Gesù e lui lo ricambia allo stesso modo. Gesù qui aggiunge che abita nei discepoli e loro in lui. Il modello del rapporto tra il Padre e Gesù si trasferisce nel rapporto tra Gesù e i discepoli. Una realtà inaudita, ma vera, che neanche la fantasia più sfrenata poteva immaginare, diventa dono reale a disposizione di tutti coloro che amano non a parole, ma nella verità e, cioè, vivendo i comandamenti di Gesù, che nel vangelo di Giovanni sono due: credere in lui e amare i fratelli come lui li ha amati, fino a dare la vita… È proprio vero? Gesù a dimostrazione di ciò che ha rivelato offre due segni.
Il primo: insieme al Padre manderà lo Spirito che continuerà la sua opera di Paràclito, cioè di difensore e consolatore, quella che Gesù ha esercitato in forma visibile dalla nascita alla morte; i discepoli faranno questa esperienza spirituale e 'fisica' nello stesso tempo.
Il secondo: Gesù non abbandonerà i suoi amici, sarà sempre con loro, visibile realmente solo agli occhi della fede di chi, ricevuto l’amore del Padre e di Gesù, lo ricambia e diventa capace di vedere e comprendere il mondo di Dio attraverso Gesù (questo significa che Gesù gli si manifesterà).
Tutto questo è nascosto agli occhi di chi non vuol credere (il mondo, in questo brano), ma rimane poco comprensibile anche a chi dice di credere, pure abbastanza sinceramente, ma non ama come ha insegnato Gesù.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Promesse incredibili ma dimostratesi vere negli apostoli. Sono anche per noi e si realizzano nella misura in cui camminiamo con Gesù e come lui. I santi l'hanno fatto, lo fanno e diventano segno della presenza di Gesù e dello Spirito.

  • Il 'mondo' non vede, non conosce e non può ricevere lo Spirito della vita. E noi vediamo che corre verso la morte. Il Signore è morto per salvare tutti. Ha voluto avere bisogno di collaboratori, cioè di noi.

  • Basta amare, come lui. Siamo tutti in cammino su questa strada. Non è una meta raggiunta una volta per tutte, è una vita da spendere giorno per giorno, fino alla fine. Non siamo soli e non abbiamo soltanto le nostre forze.

  • Essere la casa della Trinità. Solo l'amore di Dio poteva inventarlo e solo il nostro amore per lui e per i fratelli può renderlo nostro. Abbiamo avuto tempo per amare e ne abbiamo ancora; non sprechiamolo in cose inutili.

 

Proposta di impegno

  • Curare il dialogo personale ed intimo con Gesù e offrirgli gesti di amore verso un fratello "difficile".

 

V DOMENICA DI PASQUA - 14 maggio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 1-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Parola del Signore.

 

Commento

L’inizio del brano riporta delle espressioni tra le più affettuose di Gesù: da una parte vuole tranquillizzarli riguardo alla sua partenza verso il Padre, dall'altra, soprattutto, esprime il desiderio che i suoi amici stiano sempre con lui e si presenta quasi come colui che nella casa del Padre prepara per loro delle stanze accoglienti. Il movimento di Gesù si sviluppa in quattro tempi: vado, torno (non dice quando), vi prendo con me, abitate con me nel Padre. Tutto si sviluppa nel presente, perché Gesù abita già nel Padre, ma c'è anche un momento futuro, il ritorno definitivo di Gesù, perché i suoi condividano la sua gloria.
Ma subito si manifesta l’incomprensione dei discepoli.
Tommaso dice che non sa dove il Signore sta andando e si meraviglia che egli pensi che loro conoscano già la via per arrivarci. Con pazienza Gesù ripete quello che Tommaso, gli altri (e noi con loro) avrebbero dovuto capire: sta andando dal Padre e la via per arrivarci è lui stesso. La metafora della via, si lega strettamente a quella della porta del capitolo 10. Percorrere Gesù-via e attraversare la porta non richiedono adesione intellettuale, ma cambio di vita attorno ai due comandamenti giovannei: credere in Gesù e amare i fratelli.
Per Filippo, invece, c’è un rimprovero: “Come mai ancora non mi conosci? Perché non ti rendi conto di chiedere una cosa che ti ho già dato?”. In tutto il vangelo di Giovanni, Gesù si è sforzato di far capire che il Padre è diventato visibile nell’incarnazione del Figlio. Tutto quello che lui ha detto viene dal Padre e tutto quello che lui fa è opera del Padre, perché egli non fa altro che obbedire a lui. Filippo non ha ancora capito che Gesù è tutto ciò che si può vedere del Padre, perché sono una cosa sola. Non sono bastati tutti i segni che ha fatto.
Certo manca ancora il più grande segno, la sua morte e risurrezione. Per questo gli apostoli dovranno avere solo un po’ di pazienza. Ma non appena Gesù arriverà presso il Padre, dal momento che avrà realizzato la sua missione di salvezza, potrà mandare il suo Spirito e potrà mettere a loro disposizione tutta la ricchezza e la potenza della sua risurrezione.
Possiamo rimanere perplessi di fronte alla promessa che i credenti potranno fare opere anche più grandi di quelle che Gesù ha fatto prima della Pasqua. Non si tratta di miracoli strepitosi, ma del completamento dell'opera che Gesù ha iniziato con la sua morte e risurrezione: Gesù ha portato il vangelo a un territorio e a un numero limitato di persone, chi crede, grazie a lui e al dono dello Spirito, porterà il vangelo e la salvezza fino ai confini della terra e fino alla fine di questo mondo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù esprime il desiderio che i suoi amici stiano per sempre con lui e il Padre certamente lo esaudisce. Anche noi facciamo l'esperienza di questo desiderio nei riguardi delle persone che amiamo. Se il desiderio è vero, come Gesù, siamo disposti a dare la vita per loro e preghiamo il Padre, che certamente ci ascolta e ci esaudisce, perché anche lui ha lo stesso desiderio.

  • Gesù è la via. È la sua umanità la via che ci conduce al Padre; per questo lui si fa nostro modello di uomo-figlio di Dio e anche compagno di viaggio per guidarci, sostenerci, rialzarci, nutrirci con la sua parola e il suo corpo e sangue.

  • Gesù è la verità. La verità delle cose e delle azioni non è molto popolare in questo mondo. Il Signore ci comunica se stesso perché noi possiamo essere veri figli di Dio, vivere nella verità, dire la verità, testimoniarla, realizzarla.

  • Gesù è la vita. La morte ha conquistato molta parte del cuore di tanti uomini, donne, giovani. La vita, che il Signore è e dona, è umano-divina, rinnova ogni uomo, vince la morte e ci proietta nell'eternità.

 

Proposta di impegno

  • Leggere una pagina del Vangelo, per conoscere e incontrare Gesù.

 

IV DOMENICA DI PASQUA - 7 maggio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; o sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Parola del Signore.

 

Commento

Questo è un brano complesso perché sovrappone due metafore legate a Gesù, la porta e il pastore, in rapporto alle pecore, a loro volta metafora del nuovo popolo di Dio, contrapposto ai ladri e ai briganti.
Il recinto delle pecore rappresenta l’assemblea del popolo di Dio, la Chiesa, la comunità dei salvati.
Gesù è il pastore che non si relaziona solo al popolo, ma a ciascuna persona, perché conosce il nome di tutti, li chiama uno per uno, per una relazione e una vocazione personale. Tutti conoscono il suo insegnamento e lo seguono volentieri e spontaneamente, perché hanno sperimentato che il pastore si prende cura amorevole di ciascuno e li conduce in luoghi in cui trovano tutto ciò di cui hanno bisogno, per gustare la pienezza della vita e della gioia.
Il pastore si preoccupa per il gregge, per questo lo mette in guardia dai mercenari, i quali, travestendosi da pastori, cercano solo il proprio interesse e si arricchiscono a spese del gregge, derubando e togliendo la vita.
Usando questa metafora, Gesù annuncia la realizzazione della profezia di Ezechiele: Dio, stanco e deluso dei pastori (re e sacerdoti), che si sono rivelati ladri e briganti, si prenderà cura personalmente del suo popolo e manderà un pastore, discendente di Davide, secondo il suo cuore.
La metafora della porta è molto diversa: indica un confine, una separazione tra casa e mondo, l’accoglienza o l’esclusione, la possibilità di entrare e di uscire. Gesù si definisce porta, indicando così la sua identità di mediatore tra il mondo di Dio e quello degli uomini. Chi passa attraverso lui trova casa accogliente, il luogo di vita fraterna della comunità, e può uscire per trovare nel mondo il luogo in cui manifestare la pienezza di vita ricevuta e annunciare l'amore del Padre che è per tutti. Passare attraverso questa porta vuol dire semplicemente decidere di avere Gesù come riferimento unico della propria vita, accogliere il suo insegnamento, vivere come lui ha mostrato, obbedendo al Padre e amando i fratelli. La porta chiusa indica anche protezione per chi è in casa ed esclusione per chi ha scelto di restare fuori e non riconosce in Gesù l’inviato del Padre, per dare la vita piena a tutti quelli che lo riconoscono Figlio di Dio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù denuncia ladri e briganti. Ce ne sono nella Chiesa e ce ne saranno fino alla fine dei tempi. Colpiscono i più deboli. Chi è più forte ha dal Signore il dono e il compito di aprire bene gli occhi per anticipare il male, per vederlo, quando si manifesta, per denunciarlo a chi può porre rimedio. È una lotta. Cristo l'ha vinta, offrendo la propria vita.

  • Gesù ci conosce personalmente. Il nome con cui ci chiama indica la nostra identità di figli di Dio e la nostra vocazione personale. Noi abbiamo bisogno di allenarci a riconoscere la voce di Gesù che ci chiama?

  • La voce degli estranei. Sono tanti quelli che ci invitano con voce suadente, dolce e falsa per condurci alle mille schiavitù che abitano la nostra cultura e la nostra società. Il vangelo e i richiami dei fratelli nella fede possono aiutarci a smascherare i falsi pastori.

  • «... io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Quale vita in abbondanza? Amore, libertà nello spirito, comunità di fratelli, missione verso chi non conosce Cristo, perseveranza nelle difficoltà e nelle persecuzioni, paradiso.

 

Proposta di impegno

  • Smascherare l'invito di un falso pastore e fuggire da lui, verso il Signore.

 

III DOMENICA DI PASQUA - 30 aprile 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 24, 13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».  Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Parola del Signore.

 

Commento

Piccolo capolavoro letterario di Luca, questo brano è una sintesi del vangelo della risurrezione e del suo senso.
Abbiamo due discepoli tristi (Cleopa e un altro senza nome: sono io, sei tu) che hanno perso la fede in Gesù e la speranza; rimane loro nel cuore solo il ricordo doloroso di un passato bello ma illusorio. Tornano a casa sconfitti. Un viandante che si aggrega e si mostra uomo ‘normale’, forestiero ignaro. Lungo il cammino succedono molte cose. Cleopa rimprovera il viandante di non sapere e poi racconta sui fatti una versione personale che non corrisponde per niente alla verità di ciò che è accaduto: un passato perdente e un presente senza fede, dato che non hanno creduto alle donne. I fatti vissuti dal viandante sono molto diversi!
Luca ci ha avvisati che il viandante è Gesù, ma essi non possono riconoscerlo, perché la perdita della fede ha oscurato loro gli occhi e la mente. Luca fa capire così che il risorto può essere riconosciuto solo da chi ha fede, chi non crede non può riconoscerlo; per questo Gesù non va dai Giudei, non lo avrebbero mai riconosciuto!
Dopo il racconto triste e rassegnato, il viandante li rimprovera a sua volta di non avere intelligenza né amore sufficienti per capire né la parola di Dio, né quella dei profeti e neanche quella che Gesù stesso aveva comunicato.
La spiegazione, che Luca fa dare da Gesù ai due discepoli, sintetizza l’esperienza della Chiesa primitiva che progressivamente ha riletto tutto il Primo Testamento alla luce della morte e risurrezione di Gesù e ne ha colto significati prima nascosti.
Intanto qualche cosa è successa nel cuore dei due: mentre Gesù parla, nel loro intimo si riaccende una fiamma, che essi non sanno spiegare, e li spinge a voler trattenere Gesù, che fa finta di andare oltre. Quando Gesù in casa fa il gesto e usa le parole abituali del pasto (gesti e parole che non appartengono solo all’ultima cena, che pure è stata unica), dopo l’amore si risveglia anche la fede ed essi diventano capaci di riconoscere Gesù, che sparisce, perché non c’è più bisogno della sua presenza fisica. Cleopa e l’altro hanno recuperato la fede e portano il risorto con sé, mentre tornano a Gerusalemme per dare la bella notizia dell’incontro che ha fatto rivivere in loro l’amore, la fede e la speranza del Regno di Dio e della liberazione non solo di Israele, ma di tutta l’umanità.
Il brano indica allora due luoghi permanenti in cui il risorto è presente, riconoscibile e raggiungibile: la Parola di Dio e l’Eucaristia.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • I cristiani contemporanei di Luca erano tristi per le persecuzioni. Noi oggi possiamo essere tristi per altri motivi non meno dolorosi, che toccano tutta la Chiesa. La tristezza e la sfiducia ci chiudono gli occhi e ci impediscono di riconoscere Cristo che cammina con noi.

  • «Stolti e lenti di cuore a credere...». Queste sembrano parole, più che di Gesù, di Luca, rivolte ai cristiani del suo tempo. Forse facevano fatica ad accettare che essere cristiani comporta seguire Gesù anche nella passione, per giungere alla gloria della risurrezione.

  • «Non ardeva forse in noi il nostro cuore...?». La parola di Dio, ascoltata con cuore aperto, è capace di risvegliare amore e fede anche in chi ha perso i riferimenti ideali e spirituali ed è in crisi di fiducia e di speranza.

  • L'Eucaristia è il luogo 'naturale' dell'incontro con Cristo, dell'apertura degli occhi, dell'ardore del cuore, della comunione con i fratelli, del desiderio di diventare annunciatori del vangelo.

 

Proposta di impegno

  • Cercare nel vangelo la risposta a un problema che stiamo attraversando, anche facendoci aiutare.

 

II DOMENICA DI PASQUA (DELLA DIVINA MISERICORDIA) - 23 aprile 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni  dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Parola del Signore.

Parola del Signore.

 

Commento

Tutti gli evangelisti, e anche Giovanni, ci tengono a dire due cose, altrettanto decisive, sulla risurrezione di Gesù: è sempre lui in carne ed ossa, per questo mangia, mostra le ferite, cammina, lo si può toccare…; ma è in una condizione nuova e diversa, per questo si presenta all’improvviso, entra a porte chiuse, scompare… È risorto a una vita nuova, la morte non può più toccarlo. Anche noi saremo così.
Lo stesso giorno di Pasqua Gesù viene a realizzare le sue promesse: affida agli apostoli la missione di continuare a rendere visibile l’amore del Padre nel mondo; per questo dona loro lo Spirito Santo, che li sosterrà nella missione e nell’esercitare, per la salvezza degli uomini, gli stessi poteri di Gesù, di cui il perdono dei peccati è un’espressione tipica.
Ma perché Gesù lega il perdono agli apostoli? Lui ha perdonato visibilmente i peccatori che ha incontrato. Questo perdono deve continuare ad essere sperimentabile, perché noi uomini non viviamo solo nella dimensione spirituale e abbiamo bisogno di segni visibili della presenza di Gesù in mezzo a noi. Per questo esistono i sacramenti, che sono segni visibili di una realtà spirituale, quindi invisibile, che è l’amore di Dio che ci salva. E allora, è il dono dello Spirito del Padre e del Figlio che rende gli apostoli capaci di continuare visibilmente la missione di Gesù sulla terra e quindi di perdonare i peccati.
Noi, che abbiamo difficoltà a credere, siamo gemelli di Tommaso. Lui ha deciso di seguire Gesù fino alla morte (Gv 11,16), ma, quando gli amici gli dicono di aver visto Gesù, ha una reazione comprensibile, ma di poca fede. In realtà aveva diritto di vedere Gesù, come gli altri, perché doveva essere anche lui testimone diretto della risurrezione, e per questo il Signore lo accontenta. Ma la sua fede si mostra imperfetta e lo dice Gesù, dichiarando beati coloro che crederanno senza aver visto. Giovanni non dice che Tommaso abbia messo le mani nelle ferite di Gesù, è più facile che gli sia bastato vederlo per prostrarsi ai suoi piedi. E noi lo ringraziamo, per aver fatto la nostra parte di fronte all’evento più grande e più incredibile, che abbraccia tutta la storia, la supera e fa risplendere la vita eterna di Dio, comunicata a noi da Cristo risorto.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Pace a voi!» Il saluto di Gesù è vero, comunica realmente la pace, che è la somma di tutti i beni che il Padre offre agli uomini. I risorti con Cristo hanno la missione di portare al mondo la pace del Signore Gesù.

  • «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati...» Tanti battezzati hanno perso il senso del peccato e il suo peso comunitario. La Chiesa ha il potere e la gioia di estendere visibilmente la misericordia di Dio a tutti i peccatori che chiedono perdono.

  • Tommaso non si è fidato della testimonianza dei suoi amici. Abbiamo anche noi gli occhi chiusi sulla testimonianza di amore e di servizio evangelico di tanti fratelli e sorelle nella fede?

  • «Mio Signore e mio Dio!» Anche se non possiamo condividere l'esperienza di Tommaso, che vede Gesù e le sue piaghe, abbiamo la possibilità di proclamare e di testimoniare la nostra fede nel Risorto, non solo con le sue parole, ma anche con la scelta di mettere la nostra vita nelle mani del Signore.

 

Proposta di impegno

  • Trovare il modo di portare la pace di Cristo a una persona che ne abbia bisogno.

 

PASQUA DI RISURREZIONE - Veglia del 16 aprile 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 28,1-10

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete». Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Parola del Signore.

Parola del Signore.

 

Commento

Il racconto di Matteo ha alcune caratteristiche che richiedono di essere notate. Insieme agli altri evangelisti situa gli avvenimenti della risurrezione nel mattino dopo il sabato. Solo lui però parla di un terremoto e fa vedere in azione l'angelo del Signore che rotola la pietra sepolcrale e si siede su di essa. Usa questo modo per dire che la terra è teatro di un avvenimento sconvolgente, la morte è vinta, i sepolcri non saranno chiusi per sempre. Lo spavento delle guardie è diretta conseguenza di ciò che esse vedono, ma non ne saranno liberate, perché l'annuncio non è rivolto a loro. Anche le donne si spaventano, ma ricevono la rassicurazione tipica delle apparizioni con buone notizie: “non temete”. L'annuncio della risurrezione risuona come la notizia più bella della storia e Matteo ci tiene a sottolineare che è la realizzazione di ciò che Gesù aveva detto.
Le donne sono le prime testimoni della risurrezione, per questo sono invitate a rendersi conto che il sepolcro è effettivamente vuoto, prima di ricevere il compito missionario: andare ad annunciare ai discepoli che Gesù è risorto. Il timore, che rimane nel cuore, non è più paura, ma sensazione conturbante di aver avuto contatto con il divino. Ma sul timore prevale la gioia che mette loro le ali ai piedi, per portare al più presto la bella notizia agli altri.
L'incontro con Gesù apre tutte loro all'adorazione amorosa per il maestro che fino a poco prima ritenevano perduto e che invece rivedono nella gloria della sua risurrezione. Le sue parole contengono per i discepoli un ordine, andare in Galilea, una promessa, là lo vedranno, e il riconoscimento di loro come “fratelli”, resi, dalla croce e risurrezione, figli nel Figlio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Per tanti 'cristiani' Cristo magari sarà risorto, ma noi non è sicuro che risorgeremo. Radice o conseguenza di questa 'impressione' è la convinzione che la vita umana è solo di questo mondo; perciò, qualcuno pensa, prendiamoci con buona pace il bello e il brutto di questa vita e non aspettiamoci altro. Senza la risurrezione di Cristo e nostra, noi cristiani, se viviamo secondo il vangelo, siamo gli uomini più stupidi della storia, secondo san Paolo. Ma Cristo è veramente risorto...

  • Le donne “con timore e gioia grande” volano per portare l'annuncio. Il mondo di oggi, che fa esperienza di morte in troppi modi diversi, ha bisogno della bella notizia della risurrezione di Cristo e nostra. Il Signore oggi manda noi a portarla.

 

Proposta di impegno

  • Il Signore è risorto e vivo. Invitiamolo a partecipare alla nostra vita quotidiana.

 

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Domeniche di Quaresima (Anno A)

DOMENICA DELLE PALME - 9 aprile 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 26, 14 – 27, 66

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore». Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie. Parola del Signore.

Parola del Signore.

 

Commento

Il Messia che cavalca un asino, non realizza solo la profezia di Zaccaria, ma annuncia un Regno diverso da quello di Davide. Il cavallo, simbolo della guerra, è sostituito da un puledro d’asina, simbolo di pace. Gesù si comporta da re, requisendo la cavalcatura di cui aveva bisogno (ma lo restituisce!) e la gente lo tratta da re, acclamandolo e tappezzando la strada con i mantelli, come si usava nelle visite del re. Non c’è contraddizione in Gesù tra cavalcare l’asino e presentarsi da re di pace e salire sulla croce. Sarà una contraddizione nei capi e in parte del popolo.
Matteo dice che “tutto il popolo” ha gridato: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Sicuramente la gran parte del ‘popolo’ non ha chiesto la morte di Gesù. La folla urlante era costituita in gran parte dai partigiani di Barabba, in combutta con i capi. Matteo però con questa espressione sottolinea il rifiuto di Gesù da parte di Israele, rappresentato dai capi. Ma l’evangelista interpreta teologicamente questo rifiuto e lo indica come causa della distruzione del tempio e della dispersione del popolo d’Israele che continua ancora oggi.
Qui è necessaria un'attenzione storica e teologica: in nessun modo il popolo d'Israele nella sua totalità può essere accusato di deicidio. Coloro che hanno portato Gesù sulla croce, e lì c'erano ebrei e romani, sono i rappresentanti di tutti i peccatori della storia, quindi anche i nostri: il Figlio di Dio l'abbiamo ucciso tutti. L'antisemitismo, che dal IV secolo ha percorso la storia fino ai nostri giorni, avendo come iniziatori i cristiani e gli imperatori romani, non ha nessuna giustificazione evangelica, ma è un peccato di cui chiedere perdono a Dio e agli ebrei.
Gli insulti che Gesù riceve costituiscono il ritorno di Satana per l’ultima tentazione: dimostrare di essere il Figlio di Dio con un atto di forza. Ma Gesù non risponde nulla, al contrario è impegnato a dimostrare che il Figlio di Dio è tale proprio perché dà la sua vita per la salvezza dei peccatori. Ma è impegnato anche in un’altra lotta che avviene nel suo intimo. “Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»”.
È il grido del Figlio innocente che ha preso dentro di sé il peccato di tutta l’umanità e, dal momento che questa assunzione è terribilmente reale, sta sperimentando le conseguenze, non, come noi, di qualche peccato personale, per quanto grave possa essere, ma dei peccati di tutta la storia, da Adamo all’ultimo uomo. La conseguenza 'infernale' è la lontananza da Dio. Gesù sulla croce è lacerato nell’anima, molto di più che nel corpo, perché sperimenta contemporaneamente la massima lontananza da Dio, in quanto rappresentante di tutti i peccatori, e la massima vicinanza a lui in quanto Figlio innocente e obbediente. Noi arriviamo a commuoverci per le sofferenze fisiche e la morte di Gesù, anzi a volte ne chiediamo conto a Dio Padre. Ma la sofferenza enormemente maggiore è stata quella dello spirito e i responsabili sono tutti gli uomini, noi compresi. A tanto è arrivato Gesù per salvare tutti e ciascuno di noi. È un abisso di amore e di sofferenza che possiamo intuire soltanto un po’.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù ha tolto la spada dalle mani di Pietro, perché la violenza dei suoi amici gli avrebbe impedito di mostrare fino in fondo il suo amore e quello del Padre. Questo dice qualcosa ai cristiani di oggi nei rapporti con le altre religioni e in particolare con l'Islam?

  • I passanti e soprattutto i capi dei sacerdoti sfidano Gesù a scendere dalla croce per dimostrare di essere davvero il figlio di Dio. Quando mettiamo alla prova il Signore, chiedendogli i miracoli come condizione della nostra fede, ci comportiamo come loro.

 

Proposta di impegno

  • Per quanto possiamo, partecipiamo alle celebrazioni del triduo santo, accostandoci al sacramento della riconciliazione e meditando gli avvenimenti che celebriamo.

 

V DOMENICA DI QUARESIMA - 2 aprile 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 11, 1-45

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Parola del Signore.

 

Commento

Nel vangelo di Giovanni i 'segni' compiuti da Gesù hanno lo scopo di rivelare la sua identità di Verbo incarnato e Figlio eterno del Padre, venuto nel mondo per rendere gli uomini figli del Padre e donare loro la stessa vita di Dio.
Il ritorno di Lazzaro alla vita per l’evangelista Giovanni è il segno del suo potere di dare la vita, come il Padre.
Gesù lotta contro la morte e vince, ma in questa lotta è solo, come sarà sulla croce, infatti nessuno dei suoi amici lo sostiene, eccetto il Padre.
Lo informano che Lazzaro è gravemente malato, ma lui non si muove. Sa già cosa farà e perché. Spiega agli apostoli che questa malattia servirà a rivelare la presenza del Padre che salva e a manifestare a tutti che lui è davvero il Figlio che obbedisce al Padre e rende suoi figli gli uomini. Ma gli apostoli non capiscono, anche se decidono di seguirlo, più per legame affettivo che per fede, come fa capire l’espressione sconsolata di Tommaso: «Andiamo anche noi a morire con lui!», un Messia perdente.
Marta, corre incontro a Gesù, ma prima velatamente lo rimprovera di non essere stato presente alla malattia del fratello, poi, di fronte alla rivelazione di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita», ripete alcune formule di fede già dette da altri precedentemente, però conserva la convinzione che di fronte alla morte lui non può fare niente, e questo si capisce bene quando proprio lei si oppone all’ordine di Gesù di togliere la pietra dal sepolcro.
Maria aspetta di essere chiamata e subito va da Gesù e si inginocchia di fronte a lui, ma anche lei lo rimprovera e senza aspettare nessuna risposta si mette a piangere sconsolatamente insieme ai Giudei.
Questo è un punto delicato del brano. La traduzione «si commosse profondamente e, molto turbato…» porta naturalmente a pensare ad una partecipazione di Gesù al pianto di Maria, e ancora di più l’espressione “scoppiò in pianto” (il testo greco dice semplicemente “pianse”). Senza escludere la commozione naturale per la morte di Lazzaro, riconosciuta da molti commentatori, riflettiamo sul fatto che commozione, turbamento e pianto di Gesù possono avere anche un’altra spiegazione. I giudei leggono il pianto come debolezza di Gesù che, mentre poteva guarire Lazzaro da una malattia, non può fare niente contro la morte. Gli apostoli non lo hanno capito, le sorelle, sue amiche, lo hanno rimproverato e non credono che possa fare qualcosa, i giudei ironizzano su di lui. E dunque, Gesù, che è venuto per mostrare l’amore potente suo e del Padre, che vince la morte, si ritrova incompreso, rimproverato, deriso e solo. Possiamo comprendere allora che Gesù piange perché sperimenta il potere devastante della morte che spegne la fede dei suoi amici e perché è turbato, deluso e amareggiato da chi, avendo compreso che è il Figlio di Dio, doveva credere in lui.
Ma non si ferma. Ordina di togliere la pietra, dà una risposta secca a Marta e ringrazia il Padre a voce alta perché tutti i presenti ascoltino e possano credere che il Padre è presente e che lui è il Figlio.
Lazzaro esce legato dalle bende: sono il segno del suo ritorno ad una condizione mortale. Gesù invece uscirà dal sepolcro e lascerà le bende perché la morte non avrà più potere su di lui. La fede di ‘molti’ giudei anticipa la fede di coloro che crederanno nel Cristo crocifisso e risorto. Ma il ritorno alla vita di Lazzaro per l'evangelista sarà anche l'evento che spingerà i capi a decidere definitivamente la morte di Gesù.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La morte delle persone care è quasi sempre occasione di crisi per la nostra fede. Pensiamo che il Signore sia assente, che non si curi del nostro dolore, che potrebbe restituirci la persona amata, ma non lo fa. Ci chiediamo “perché?”, e non troviamo risposta. È proprio in queste situazioni che il Signore ci chiede se crediamo in lui.

  • Anche noi cristiani spesso, in pratica, consideriamo la morte 'fisica' più importante e più seria della morte 'spirituale'. Quante persone a cui vogliamo bene sono 'morte' nello spirito? Come posso collaborare con il Signore, perché lui li faccia risuscitare, restituendo loro la vita spirituale che hanno perso?

  • Molti Giudei, vedendo che Gesù fa tornare in vita Lazzaro, credono in lui. È la fede causata dai miracoli. È una fede fragile, può essere solo un inizio, ma deve trasformarsi in fede che si affida non alla potenza di Gesù, ma al suo amore, che dalla croce comunica la stessa vita di Dio, quella che è capace, non di evitare la morte, ma di attraversarla e vincerla per sempre.

 

Proposta di impegno

  • Preghiamo il Signore per la risurrezione spirituale di parenti e amici.

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA - 26 marzo 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù si definisce ‘luce del mondo’. E inizia ad illuminarci su una questione angosciante: malattie e sventure sono una punizione di Dio per i nostri peccati? La sua risposta è no! La condizione umana è all’origine dei malanni di ogni genere di cui l’umanità fa esperienza. Dio si adopera instancabilmente per salvarci non dai malanni (qualche volta lo fa e sa lui perché), ma nei malanni (questo lo fa sempre perché ci ama). Nelle nostre difficoltà normalmente il Signore ci mette vicino dei fratelli che possano prendersi cura di noi, così qualunque situazione, per chi la vive, diventa occasione di crescita nell’amore ricevuto e donato. Nel caso del cieco nato, Dio ha mandato Gesù affinché quest'uomo guarito diventi l’annuncio della nuova creazione che il Signore sta realizzando per tutta l’umanità.
Fango e saliva richiamano l’atto creatore di Dio, raccontato nella Genesi. L’ex-cieco che torna dalla piscina di Siloe (significa ‘inviato’, il cieco ha davvero incontrato l’inviato del Padre) è l’uomo che ha ricevuto in dono la capacità di ‘vedere’ la verità, anche se deve ancora fare un percorso faticoso e doloroso per giungere alla fede.
Mentre è costretto a raccontare più volte la sua straordinaria esperienza, egli si scontra con la curiosità perplessa della gente, con i sillogismi teologici dei farisei (schiavi delle loro sicurezze ideologiche e volontariamente ciechi di fronte alla realtà dell’opera di Dio), con la paura dei suoi genitori di essere ‘scomunicati’, con l’opposizione farisaica, che perde la bussola tra il rispetto del sabato e il dono della vista, con la scelta finale, di fronte alla quale viene messo, di fidarsi dei farisei ciechi o credere in Gesù che lo ha guarito.
Il suo cammino è lineare: ha fatto l’esperienza di vedere per la prima volta grazie all’uomo chiamato Gesù, anche se di lui non sa nulla, poi, rifiutando di considerarlo peccatore, lo riconosce come profeta e si considera suo discepolo, diventa testimone della verità, affrontando la persecuzione e la scomunica, infine arriva alla fede vera, riconoscendo in Gesù il Figlio di Dio e inginocchiandosi davanti a lui.
In stridente contrasto è il percorso di chiusura dei Giudei che, sicuri di vederci bene, chiudono gli occhi del cuore e della mente di fronte all’opera di Dio. Essi, credendo di essere fedeli a Mosè, in realtà lo rinnegano, perché egli aveva riconosciuto la presenza di Dio che liberava il suo popolo dal Faraone, loro invece non riconoscono in Gesù l’inviato del Padre, per illuminare l’umanità nella vera conoscenza di Dio e per liberarla dalla schiavitù del peccato.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gli apostoli sono prigionieri dei pregiudizi umani riguardo all'opera di Dio. Gesù li illumina. Anche noi abbiamo delle domande su di lui, sul suo insegnamento, sul senso degli avvenimenti e dell'intera nostra vita. Basterebbe avere il coraggio di chiedere e dedicare un po' di tempo ad ascoltare la risposta di chi ci può aiutare, per vedere bene e riconoscere la verità che ci libera.

  • Gesù prende l'iniziativa, il cieco obbedisce e acquista la vista. Anche con noi il Signore prende iniziative, attraverso persone o avvenimenti, per la nostra guarigione dalle malattie dello spirito e ci ordina di vivere il vangelo. Quando obbediamo, sperimentiamo sempre la luce e spesso la guarigione. Ma se siamo pigri o presuntuosi?

  • I farisei si rifiutano di prendere atto di un'opera di Dio e tormentano il cieco guarito, i suoi genitori e coloro che li contraddicono. Preghiamo perché nella Chiesa non si trovi chi, per difendere il proprio ruolo o potere, dimentichi il vangelo e tratti male chi cerca la verità e la misericordia di Dio

  • La situazione di bisogno e di dipendenza dagli altri in tutto ha reso il cieco, umile, attento e riconoscente. Chi non ha bisogno degli altri, spesso è incapace di rapporti veri con gli altri e con Dio. Noi abbiamo valorizzato le situazioni di difficoltà e di sofferenza per crescere nell'umiltà, nell'apertura e nella riconoscenza verso Dio e i fratelli?

 

Proposta di impegno

  • Se abbiamo delle domande importanti sulla fede e sulla vita, cerchiamo una persona 'spirituale' a cui chiedere una risposta.

 

III DOMENICA DI QUARESIMA - 19 marzo 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i
Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Parola del Signore.

 

Commento

Commentando solo parzialmente questo brano ricchissimo di simboli e significati, ci fermiamo solo su alcuni aspetti. Iniziamo con due premesse.
La prima. Nel vangelo di Giovanni i ‘fatti’ raccontati nascondono una rivelazione ‘profonda’. Questo brano racconta l’incontro tra Gesù e una donna di Samaria, ma dice anche chi è Dio e cosa desidera, chi è Gesù, quale dono è venuto a portare, cosa sono chiamati a fare gli apostoli, a chi è destinato il messaggio evangelico e il dono di Gesù, quale cammino bisogna fare per arrivare alla fede…
La seconda. Questo racconto va compreso in tre tempi: l’incontro di Gesù con la Samaritana; la predicazione del vangelo fatta ai samaritani e ai pagani e la loro risposta di fede al tempo degli apostoli; il messaggio evangelico che arriva a noi oggi.
Nel primo momento dell’incontro, Gesù rivela la sua missione, ma la donna non capisce affatto il messaggio del Signore sul dono che è venuto a portare a tutti: l’acqua viva (per la samaritana è la rivelazione su Dio; per i primi cristiani e per i credenti di oggi è lo Spirito Santo che agisce in noi) che estingue la sete di Dio e di vita piena in questo mondo. Lei si preoccupa solo di chiedere la soluzione del suo problema materiale: non essere più costretta a venire al pozzo. La fede è ancora lontana.
Poi Gesù segue un’altra strada: la provoca sulla sua situazione irregolare, come quella dell’umanità che ha voluto come mariti tanti idoli, rimanendo delusa. La donna allora approfitta per chiedere la soluzione di un problema secolare tra giudei e samaritani: dove abita Dio, a Gerusalemme o sul Garizim (il monte del loro santuario)? Gesù quindi le rivela Dio e l’uomo: Dio è Padre, è spirito e abita dovunque, perciò gli uomini possono incontrarlo sempre e in ogni luogo a patto che vogliano somigliargli e realizzare il suo progetto di salvezza, adorando “in spirito e verità”. La donna rimane perplessa e rimanda la sua risposta di fede alla venuta del Messia. E a questo punto Gesù rivela se stesso: sono io il Messia. L’umanità non deve aspettare nessun altro, il Messia è venuto ed è lo stesso Figlio di Dio. Possiamo facilmente intuire come questa risposta di Gesù risuonasse nel cuore dei primi cristiani, specialmente quelli provenienti dall'ebraismo. Noi, cristiani di oggi, possiamo meditare su quanti mariti-idoli ha oggi l'umanità e anche su quanti possono averne le comunità cristiane locali e anche ciascuno di noi.
La donna lascia la sua anfora. Questo particolare ha sempre colpito i commentatori. È il simbolo dell'abbandono della vita vecchia per iniziarne una nuova. Dice perciò che la fede ha fatto breccia nel cuore della samaritana e lei inizia a muovere i primi passi concreti di una credente.
Così andare a chiamare i compaesani è la sua prima risposta di fede. Ella annuncia la propria esperienza e pone una domanda essenziale, in questo modo accende la curiosità dei samaritani che subito vengono ad incontrare direttamente Gesù. Dopo due giorni, non di miracoli ma di ascolto della sua parola, essi arrivano a una professione di fede che supera i loro confini: Gesù è il salvatore del mondo intero. È fede vera. L'evangelista così ha fatto dei samaritani i rappresentanti di tutti i credenti autentici, quelli che credono non per i miracoli, ma per l'ascolto della Parola.
Gli apostoli, da parte loro, proseguono il faticoso cammino di crescita nella conoscenza di Gesù e nella risposta di fede. Ancora legati agli aspetti materiali della vita, non capiscono qual è il cibo che sostiene il Signore nella sua missione e non riescono a vedere i frutti dell'azione di Gesù verso i samaritani. Anzi, non possono neanche pensare che essi, considerati eretici dai giudei, possano rappresentare i veri credenti. Gesù invita loro, e tutti i pastori futuri, ad alzare lo sguardo, per vedere i frutti dell'azione di Dio nel cuore degli uomini e delle donne di ogni tempo e rendersi conto che ogni pastore ha un duplice compito: raccogliere i frutti delle fatiche di chi li ha preceduti e seminare gratuitamente per il raccolto di chi erediterà la loro missione.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù si presenta nella debolezza della sua umanità: stanco e assetato. Chiede qualcosa, ma offre molto di più. Ogni vita spirituale autentica deve fare i conti con l'umanità di Gesù. Chi lo considera lontano, sopra le nuvole, irraggiungibile nella concretezza della propria vita, non lo incontra e non può capire e accogliere i suoi doni.

  • Gesù vuole incontrare la Samaritana e la aspetta non al tempio, ma al pozzo, un luogo della sua vita quotidiana. Con questo, l'evangelista vuole forse suggerire qualcosa ai pastori del XXI secolo?

  • Gesù ha un comportamento strano con la Samaritana. Le offre un dono, che lei non desidera perché non lo conosce, non si scoraggia per l'incomprensione, non emette nessuna condanna morale, elogia la sincerità, affida la rivelazione di se stesso a una peccatrice eretica che non ha manifestato volontà di conversione, ma solo l'attesa di un Messia 'lontano'... Possiamo chiederci come ci muoviamo noi verso i peccatori e i credenti di altre religioni.

  • La samaritana somiglia ai primi apostoli: appena incontra Gesù e ha capito qualcosa di lui, immediatamente va ad annunciarlo ai paesani, che forse la emarginavano per la sua condotta di vita. A quante persone parliamo del nostro incontro con Gesù?

 

Proposta di impegno

  • In famiglia o sul lavoro, proviamo a creare o a cogliere un'occasione per parlare di Gesù.

 

II DOMENICA DI QUARESIMA - 12 marzo 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 17, 1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte,  su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.  Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Parola del Signore.

 

Commento

La trasfigurazione è un evento strano, che per i sinottici ha un’importanza straordinaria. Qualche studioso dubita che sia avvenuto davvero e lo legge come racconto simbolico. Altri no. In ogni caso per noi è vangelo e tanto basta per cercare di comprendere la bella notizia che ci viene donata.
Gesù aveva annunciato la sua passione, morte e risurrezione. Gli apostoli si erano spaventati, Pietro aveva reagito a modo suo e le aveva buscate di brutto (“vai dietro di me, satana...”). Gesù pensa bene di dare, solo ai tre più vicini (ma rappresentanti di tutti), un segno su cui riflettere e da cui trarre coraggio (sono gli stessi che terrà vicini nel Getsemani, ma non resteranno abbastanza svegli). Gli altri forse non avrebbero capito o avrebbero potuto equivocare e aspettarsi l’uso di poteri divini per acquistare il regno terreno che sognavano. E questo è anche il motivo per cui i tre non ne potranno parlare agli altri prima della risurrezione.
Le parole che vengono usate per descrivere la ‘trasfigurazione’ sono insufficienti; si capisce solo che Gesù diventa luminoso dal di dentro, facendo sfolgorare anche le vesti. Poi compaiono Mosè ed Elia: rappresentano tutto il Primo Testamento, la Legge e i Profeti, che si inchinano al Messia di cui avevano preannunciato la venuta. La nube luminosa e la voce di Dio ricordano e superano l’esperienza dell’Esodo, per annunciare che Gesù non è ‘solo’ il Messia, ma lo stesso Figlio del Padre eterno e bisogna ascoltarlo: difatti Gesù, dando la nuova Legge, completa e sostituisce Mosè e realizza, superandole di molto, le già straordinarie attese dei Profeti.
Secondo i calcoli degli esegeti, questa esperienza sul Tabor avviene durante la festa delle capanne, che gli israeliti celebrano per una settimana all’inizio dell’autunno, per festeggiare i raccolti dell’anno, per ricordare il tempo in cui, camminando verso la Terra Promessa, abitavano in capanne e per anticipare i tempi messianici, in cui aspettavano di abitare in capanne preparate da Dio stesso. Per questo Pietro se ne esce con la proposta di preparare tre capanne. Sembra quasi dire: sono felice che il Messia stia proprio qui. Ma forse pensa anche di voler prolungare un evento troppo bello, e la voce dalla nube stronca questo desiderio fin troppo umano, per ‘ordinare’ non di godersi solo la presenza di Gesù, ma di ascoltare la sua parola e metterla in pratica.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Abramo non aveva tutto chiaro, si è fidato ed è partito. La fede è così. La pretesa di capire tutto prima di muoversi sulle strade del vangelo, nasconde la mancanza di fiducia nel Signore. Invece, chi si fida, e parte, sperimenterà la presenza e la benedizione del Signore, ogni giorno e in tutte le situazioni

  • La chiamata del Signore è santa perché viene da lui e ci rende santi. Se rispondiamo con fede e amore, annunciando e testimoniando il vangelo, incontreremo difficoltà e forse persecuzione, ma in noi risplenderà la vita stessa di Dio e le persone di buona volontà se ne accorgeranno.

  • L'identità profonda di Gesù è invisibile agli occhi. È così anche per noi. Solo l'occhio della fede è capace di vedere in tutti dei figli di Dio, anche in coloro che non lo sanno o che non lo manifestano nelle parole e nelle opere.

  • “Ascoltatelo”. Non ci viene 'naturale' ascoltare Gesù, cioè obbedirgli, perché, con ciò che ci insegna o ci ordina, ci scomoda. Abbiamo bisogno di onestà interiore e di umiltà per riconoscere che, ascoltando altri maestri, siamo andati fuori strada. Solo Gesù ci porta sulla strada della verità e dell'amore, che non vengono mai meno, anche in mezzo alle difficoltà.

 

Proposta di impegno

  • Ricordiamo un insegnamento di Gesù che ultimamente abbiamo trascurato e ci impegniamo a viverlo.

 

I DOMENICA DI QUARESIMA - 5 marzo 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù è stato tentato, lo dicono i tre sinottici; come questo sia avvenuto in realtà non lo sappiamo. Matteo racconta le tentazioni di Gesù, tenendo presenti la storia di Israele e i cristiani per i quali scrive.
I riferimenti all’esperienza del popolo di Israele e di Mosè nell’esodo sono evidenti: il deserto, i 40 giorni, la fame, la richiesta di miracoli, mettere alla prova il Signore, l’ansia di ‘possedere’ la Terra Promessa, l’idolatria…
L'evangelista ci tiene a sottolineare che mentre Israele è caduto, cedendo alle tentazioni, Gesù vince e scaccia satana, il quale tornerà con tentazioni simili messe sulla bocca di coloro che sfidano Gesù a scendere dalla croce, per dimostrare di essere il figlio di Dio.
L’arma che Gesù usa per sconfiggere il tentatore è la parola di Dio. Anche satana se ne serve, dando a Matteo la possibilità di far capire ai cristiani di tutti i tempi che la Sacra Scrittura va presa per intero e che va interpretata correttamente, senza presunzione, nella Chiesa animata dallo Spirito e guidata dai successori degli Apostoli.
I cristiani subiscono le stesse tentazioni, che stravolgono i rapporti con le cose, con Dio e con gli altri.
Con le cose. Abbiamo bisogno di tante cose per vivere da uomini, il nutrimento le sintetizza. Ma tutto noi riceviamo come dono di Dio. La tentazione è pretendere di essere produttori dei beni solo per se stessi e gestirli egoisticamente, senza gratitudine e senza fraternità. Chi si nutre della parola di Dio, sazia la propria fame di senso e di felicità, è riconoscente, vive con sobrietà e si interroga costantemente su come condividere i beni ricevuti con i fratelli bisognosi.
Con Dio. Egli ci ama e si prende cura di noi. Il tentatore vuole riuscire a minare la fiducia in lui. Strumentalizzando un salmo, ci spinge a pretendere da Dio interventi miracolosi, per la riuscita delle nostre imprese, anche apostoliche. Gesù risponde per noi: Dio ci ama e noi non abbiamo bisogno di altre prove.
Gli altri. La tentazione del potere, che trasforma gli altri in 'cose' da possedere e manipolare, è terribile. L'autoesaltazione ti porta a considerarti un piccolo dio e nel delirio di potenza ti credi padrone degli altri, legittimato anche a servirtene a piacimento e a distruggerne la vita. Può succedere a chi dimentica di dovere tutto a Dio, non solo ciò che ha, ma la vita e il suo essere stesso. Invece di adorare Dio adora se stesso. È l'idolatria. Gesù scaccia satana ed esprime la gioia irrinunciabile di obbedire solo a Dio.
Sono state tentazioni di Israele, però Matteo ci tiene a dire che sono tentazioni permanenti per tutta la Chiesa e per i singoli cristiani. Egli ci invita a guardare a Gesù che vince non solo per sé, ma soprattutto per noi, dandoci l'arma invincibile, la sua Parola, e l’energia più che sufficiente, il suo Spirito. Il servizio degli angeli per chi sconfigge satana è una promessa per questa vita e per l’altra, che tutti i santi hanno visto realizzarsi.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Le tentazioni fanno parte della vita ed hanno anche una loro funzione: ci spingono a prendere la vita con serietà, a guardarci dentro per conoscerci, a lottare per crescere nella fede e nell'amore, a scegliere con verità di amare Dio e i fratelli. Nessuna tentazione è invincibile, perché lo Spirito è sempre con noi e ci dà luce per riconoscerla e forza per superarla.

  • Le cose di questo mondo sono a servizio della vita personale e comunitaria. Le riceviamo da Dio, le usiamo per una vita dignitosa, le condividiamo per realizzare una vita fraterna, sul modello delle prime comunità cristiane. Se non nutriamo il nostro spirito con la parola di Dio, perdiamo il senso e la misura del rapporto con le cose.

  • Dio non ci lascia mai soli nella missione che ci ha affidata in questo mondo. Davanti a lui non conta il successo o il fallimento delle nostre imprese umane, spirituali o apostoliche. Siamo solo suoi collaboratori nella costruzione del Regno e saremo valutati per l'amore che abbiamo messo in ogni azione.

  • Un solo potere ci conduce direttamente a Dio, quello di amare fino a dare la vita. Qualunque altro potere sugli altri o è al servizio dell'amore o porta alla adorazione di sé, che conduce alla distruzione degli altri e di se stessi.

 

Proposta di impegno

  • Cerchiamo la tentazione per la quale abbiamo detto: “è più forte di me”, e la combattiamo. Non da soli.

 

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Domeniche del tempo Ordinario (Anno A)

 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 19 febbraio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 6, 24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno  e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Parola del Signore.

 

Commento

La vecchia traduzione riportava semplicemente il termine originale aramaico: «non potete servire Dio e 'mammona'». Questa parola indicava la sicurezza derivante dal potere del denaro. Gesù lo pone in alternativa a Dio, perché chi cerca la ricchezza non ha tempo e voglia di cercare e di affidarsi al Signore. Semplicemente consegna al denaro la propria vita e gli offre nel cuore il posto che spetta a Dio: è il peccato di idolatria. Matteo passa quindi a mostrare l'amore di Dio che si fa provvidenza.
Questo brano può suscitare molte e diverse reazioni che possiamo raccogliere attorno a due fondamentali: ci si può sentire incoraggiati o sfiduciati, a seconda delle condizioni economiche e spirituali in cui ci si trova. Ma il Signore non intende offrire facili incoraggiamenti e tanto meno causare terribili delusioni. Qui semplicemente invita il cristiano a una duplice crescita nella fede: maturare un atteggiamento fondamentale di fiducia, che libera dalle 'pre-occupazioni' angoscianti sul futuro e rende capaci di 'occuparsi' con impegno del presente; scegliere chiaramente di stare dalla parte di Dio Padre.
Anzitutto si tratta di riconoscere qual è il vero volto di Dio. Siamo proprio convinti che è Padre, che ci ama come figli, che si prende cura di noi e non ci lascia soli? Se si prende cura degli animali e dei fiori, è perché possano servire alla vita e alla felicità dei suoi figli. E qui nessuno può pensare allo scadimento paternalistico di un Dio che privilegia solo alcuni, a cui non fa mancare niente, senza che lavorino, mentre si dimentica di tanti altri, che muoiono di fame. Gesù parla ai ‘figli’ di Dio, i quali, desiderando costruire il suo regno e la sua giustizia in questo mondo, costruiscono la comunità e diventano così capaci di aiutare chi è nel bisogno, anche se non appartiene alla Chiesa. La fiducia nel Padre non genera ozio, ma impegno concreto (san Paolo non esita a dire che chi non vuole lavorare non ha diritto di mangiare).
La scelta di campo poi deve essere chiara. C’è chi si fida di Dio e chi si fida della ricchezza, la quale promette sicurezza e possibilità di potere e divertimento. Chi si fida di Dio, invece, diventa interiormente libero, si impegna a lavorare, costruisce il Regno e aiuta i fratelli. Chi si fida della ricchezza diventa schiavo, egoista e succhia il sangue e la vita degli altri. Non si può stare nel mezzo. Bisogna scegliere.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il nostro mondo sembra essere idolatra, schiavo del denaro e dimentico di Dio. La Chiesa, i pastori, i singoli cristiani lungo la storia non hanno sempre dato la testimonianza di una fede piena nel Padre, che provvede ai suoi figli. La ricerca del denaro è una tentazione permanente per tutti. Ma gli uomini di oggi hanno bisogno di vedere la bellezza non solo di una vita sobria, ma anche di una comunità cristiana in cui chi ha veramente bisogno trova sempre dei fratelli che lo aiutano.

  • La natura, bella e feconda, è dono di Dio e grande alleata dell'uomo. Chi sa contemplarla e ascoltarla (il creato è una parola di Dio) con estrema semplicità si prende cura della propria vita e di quella degli altri e arriva alla contemplazione dell'amore del Creatore.

  • Cercare il Regno di Dio significa costruirlo con la fraternità. Con essa fioriranno le virtù che renderanno gli uomini capaci di affrontare e risolvere tutti i problemi che oggi affliggono l'umanità. La fraternità salverà il mondo.

  • Vivere il presente non vuol dire dimenticare il passato e non preparare il futuro. Il Signore della vita ci esorta a valorizzare il passato per realizzare nel presente il bene, personale e comunitario, che ci proietta in un futuro fraterno e aperto al Paradiso.

 

Proposta di impegno

  • Un fratello ci aspetta per sperimentare, attraverso noi, l’amore provvidente di Dio Padre.

 

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 19 febbraio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Parola del Signore.

 

Commento

Gli ebrei avevano un comandamento sintetico: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il concetto di ‘santità’ nel Primo Testamento è già abbastanza complesso e, partendo dal significato di ‘separato’ dal mondo profano, si arricchisce fino a manifestare la potenza, la misericordia, la presenza salvifica, l’identificazione con il nome stesso di Dio, ‘il Santo’. Matteo sintetizza tutti i ‘nuovi’ comandamenti di Gesù di questa sezione del discorso della montagna nel comando: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Naturalmente qui non si tratta del concetto greco di perfezione, che potrebbe tendere all’astrattezza, ma di perfezione dell’amore concreto, specialmente verso i nemici e gli avversari, espresso dall’esempio che Matteo pone nei doni che Dio elargisce indistintamente a tutti, buoni e cattivi.
Questo brano è spesso causa di scoraggiamento, specialmente nei giovani, e occasione di presa in giro da parte di chi non crede, non solo, ma anche di quei cristiani che ogni tanto considerano Gesù e il vangelo un po’ ‘esagerati’ e ‘fuori dal mondo’. In realtà Gesù offre ai cristiani e a tutti gli uomini il modo concreto per disarmare la violenza, che troppo spesso determina i rapporti tra le persone, i gruppi, i popoli, le religioni e si sviluppa in una spirale inarrestabile che porta alla distruzione anche di chi crede di vincere. E per somigliare a Dio è necessario seguire la strada che ci indica Gesù.
Qui, e in altri momenti, Gesù ci invita a guardare al modo di comportarsi di Dio nei nostri confronti. Quando mi comporto da 'nemico' di Dio con il peccato, lui come mi tratta? Si vendica, mi usa violenza? Mi toglie ciò che mi serve per vivere? Oppure mi perdona e aspetta, provocando il mio pentimento? Se lui continua a rispettare la mia libertà e la mia vita, allora anch'io devo fare lo stesso con i miei nemici.
Tuttavia l'impressione, che sia troppo difficile vivere questi insegnamenti di Gesù, rimane. E allora dobbiamo dire semplicemente che, se contiamo sulle nostre forze o sulla nostra bravura, somigliare a Dio non è difficile, ma impossibile. Noi cristiani però abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo che è luce, per comprendere, e forza, per realizzare il vangelo. Se ci crediamo allora ci troveremo tra le mani i miracoli dell'amore vero, come hanno sperimentato tanti santi, e non solo quelli che stanno sugli altari.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Mettiamoci di fronte al “...ma io vi dico...”. È vangelo, bella notizia, ma per qualcuno di noi può acquistare il sapore di un rimprovero. Non siamo riusciti sempre ad andare oltre il Primo Testamento. A volte somigliamo più a Mosè che a Gesù. Eppure, teoricamente, siamo pronti a dire che la violenza genera altra violenza e non risolve nessun problema.

  • Quando siamo riusciti a comportarci come dice Gesù, abbiamo provato un retrogusto amaro? Abbiamo conservato una 'piccola' speranza che il 'cattivo' fosse punito, magari con l'intervento del Signore? Dobbiamo chiedere perdono anche di qualche meschinità che alberga nel nostro cuore.

  • Non reagire alla violenza non è passività, ma richiede una attività spirituale molto impegnativa: non mettere al primo posto il torto ricevuto, considerare comunque l'altro come fratello, pregare per lui, perdonarlo, fargli del bene, gustare la gioia di somigliare a Dio Padre, come ha fatto Gesù con i crocifissori. Altro che passività!

  • Contempliamo la bellezza del Padre e del suo amore misericordioso per noi e assaporiamo un po' l'eredità che ci è promessa ed è già a nostra disposizione. Quando, grazie a Gesù, saremo di fronte a Dio, lo vedremo faccia a faccia e scopriremo di essere diventati “simili a lui”, come ha detto san Giovanni apostolo.

 

Proposta di impegno

  • Cerchiamo di somigliare a Dio Padre nei confronti di una persona che ci disturba o ci crea delle difficoltà.

 

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 12 febbraio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Parola del Signore.

 

Commento

Di fronte a questa pagina, e a quella di domenica prossima, tanti cristiani restano sconcertati e si chiedono se il Signore non abbia un po’ esagerato con questi precetti. Gli Ebrei avevano 613 regole da osservare e Gesù dice di essere venuto non ad abolire, ma a dare compimento alla legge di Mosè. Però aggiunge senza mezzi termini che non si tratta solo di meritare la benedizione di Dio in questo mondo, per sé e per il popolo, ma di entrare o essere esclusi dal regno di Dio e, quindi, dalla vita eterna.
In realtà il Signore non è interessato a dare nuovi precetti ma ad offrire i punti di riferimento interiori dai quali partire per sapere in ogni circostanza come comportarsi. In questa sezione del discorso della montagna ne dà due: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”; “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. La legge di Gesù è interiore e lui non si accontenta di una osservanza materiale delle regole, come fanno i farisei. Per questo il cristiano deve essere più ‘giusto’, cioè deve cercare e realizzare la volontà di Dio, il quale desidera che ogni suo figlio gli somigli.
Alcuni esempi vanno un po’ commentati per superare l’impressione di eccessiva severità.
La radice della violenza è nell’ira. E allora, non bisogna fermarsi solo davanti all’omicidio, ma davanti a ogni scatto di ira che spinge anche solo all’insulto del fratello, perché l’ira, non bloccata, conduce a qualsiasi violenza, anche all’omicidio (come dimostrano tanti assassini quando, dopo, dicono “ma che ho fatto? non volevo arrivare a questo...”).
La radice degli adultéri è il desiderio della donna degli altri (o dell'uomo delle altre). Il cristiano (e la cristiana) deve combattere tutti i movimenti interiori che, per il fascino della bellezza, lo spingono a considerare una persona dell’altro sesso come un oggetto da possedere e di cui godere, al di fuori delle regole dell’amore vero di una coppia. Il Signore, quindi, non limita i giusti e buoni sentimenti e desideri che fanno sbocciare, crescere e vivere l’amore di coppia, bensì combatte tutte le spinte interiori disordinate, che, purtroppo, si servono della sessualità per trasformare l’amore in possesso egoistico. Ci tiene tanto Gesù a questo, che usa delle espressioni molto forti: le immagini di tagliare la mano o cavarsi l’occhio dicono che di fronte al pericolo di perdere la vita eterna dobbiamo essere disposti al sacrificio di qualunque cosa, perfino della vita, come dirà in un’altra occasione.
Il perdono. Possiamo immaginare che quando litighiamo con un fratello dobbiamo presentarci al giudice, che è il Signore. Gesù dice di metterci d’accordo lungo il cammino, cioè di perdonarci, perché, se arriviamo di fronte a lui per accusare, magari a ragione, un fratello, egli ci presenterà il conto di tutti i nostri peccati contro lui e i fratelli. Se invece ci presentiamo rappacificati, allora lui perdona entrambi. Può succedere a volte che il fratello non accetti la riconciliazione. In questi casi ci tocca, imitando Gesù, perdonarlo lo stesso, non alimentare dentro di noi il risentimento, pregare per lui e trattarlo con buona educazione, anche se i rapporti non possono più essere tranquilli e sereni come prima.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • È una pagina che mette tutti in difficoltà. Il Signore ci chiede di essere più giusti di scribi e farisei e ci fa degli esempi che ci scuotono nel profondo, perché toccano la nostra vita quotidiana, i nostri rapporti con i fratelli, i pensieri che ci passano per la testa, i nostri istinti. Ci toglie anche tutte le facili giustificazioni, quelle che ci servono così bene per tranquillizzare la coscienza: non è colpa mia... mi ha fatto proprio arrabbiare... se l'è meritato... se il primo passo lo fa lui, allora...

  • Ci chiediamo: ma cosa desideriamo davvero? Abbiamo il forte desiderio di entrare nel regno di Dio? Possiamo correre il rischio di rimanerne fuori? Assolutamente no, pensiamo. Ma è necessario dare corpo e sangue a questo desiderio, perché non resti un fatto teoricamente scontato, che a poco a poco si riduce solo a parole che non cambiano la vita.

  • La scelta è nelle nostre mani: vogliamo seguire il Signore e somigliargli almeno un po'? E allora tutto quello che egli ci chiede, in fondo, è una semplice conseguenza di quello che abbiamo scelto.

  • Semplice? Per molti cristiani non è per niente semplice. Eppure tutto si riduce all'amore per il Signore e per i fratelli: chi ama non si chiede quanto costa l'amore, ama con tutto se stesso e basta. Ecco allora la bella notizia: chi vive come ci chiede il Signore diventa persona veramente libera di amare, è figlio di Dio ed ha come ricompensa la vita eterna.

 

Proposta di impegno

  • La riconciliazione tra fratelli rende felice il Padre nostro. Facciamo un passo verso un fratello con cui non siamo in piena comunione.

 

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 5 febbraio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore.

 

Commento

Il profeta Isaia parla a Israele egli indica la strada della vera devozione, quella che ottiene la benedizione di Dio e risolve i problemi sociali: la carità verso i bisognosi. Le pratiche religiose fatte di riti e di parole non sono gradite a Dio, egli preferisce la carità e l'umiltà. Chi le pratica diventa luminoso davanti a Dio e agli uomini.
Paolo ha saputo della superbia e della presunzione di alcuni Corinzi. Afferma con forza che Dio apprezza i poveri e gli umili e si serve solo di loro per diffondere l'annuncio della salvezza. Per questo presenta se stesso come piccolo e debole, per niente dotato di grandi qualità oratorie, ma totalmente disponibile a lasciarsi usare dalla sapienza e dalla potenza di Dio per testimoniare il suo amore, manifestato nel Messia crocifisso.
Siamo in perfetta continuità con il discorso delle beatitudini.
Così il vangelo di oggi presenta le due similitudini del sale e della luce che estendono l'ultima beatitudine, la quale riguardava i discepoli perseguitati. Quindi il 'voi' è certamente riferito ai discepoli.
Per comprendere la prima similitudine osserviamo a cosa serve il sale e quale significato assume nella Bibbia. Il sale dà sapore ai cibi, è indispensabile per la buona salute (la mancanza di sale provoca disturbi), purifica e conserva alcuni cibi. Nella Bibbia è utilizzato come simbolo della sapienza, il gusto delle cose che riguardano Dio, la conoscenza profonda di lui e della sua Parola. I discepoli del Signore dunque hanno una responsabilità precisa e grande nei confronti dell'umanità (è questa la terra di cui essi sono il sale). Senza i discepoli l'umanità è scipita, malata, si corrompe, non ha conoscenza profonda e vitale di Dio e del suo mondo. Ma se i discepoli perdono la loro identità il danno non è solo per l'umanità, ma anche per loro stessi: diventano inutili e meritevoli di biasimo da parte di coloro a cui avrebbero dovuto 'dare sapore'.
'Luce del mondo' è il titolo che Gesù dà a se stesso nel vangelo di Giovanni, ma qui è conferito ai discepoli. La luce nella Bibbia è l'inizio della creazione e in termini universali è simbolo di vita, permette la visione e il contatto con persone e oggetti, apre alla conoscenza di Dio e del mondo. Se i discepoli sono luce, allora il mondo grazie a loro può vedere e conoscere Dio. La luce non ha bisogno di mettersi in mostra, basta che sia se stessa, così illumina. Perciò i discepoli non hanno bisogno di cercare visibilità, basta che vivano il vangelo. Infatti essi saranno riconosciuti come luce per le opere buone compiute. Un discepolo che nasconde la luce ricevuta nel battesimo (non vive la propria fede e la carità) è inutile e rinnega la propria identità cristiana.
Il Signore, concludendo esprime il fine dell'essere e dell'agire dei discepoli: la gloria del Padre, cioè il fatto che tutti riconoscano che il Padre è presente nella storia e si dona con amore, attraverso il Figlio nello Spirito, per salvare gli uomini e renderli suoi figli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Sale e luce per l'umanità: una responsabilità pesante, troppo. Ma non è un compito morale, un altro 'lavoro' da aggiungere a tutti gli altri. È un dono. L'abbiamo già ricevuto nel battesimo e porta frutti a causa della nostra scelta di credere e di seguire Gesù. Basta essere e vivere da cristiano, niente di più.

  • Portare sapore in questo mondo. Avere e comunicare il gusto e il piacere di vivere sulla terra come cittadini del cielo; come fratelli di sangue divino; come pellegrini in cammino verso il Paradiso, che si aiutano, si incoraggiano e insieme cantano la gioia della vicinanza della meta.

  • Preservare il mondo dalla corruzione. Ci tocca anzitutto non lasciarci corrompere dai fermenti del peccato. Anche noi abbiamo bisogno di chi ci preservi e ci liberi dal male: lo fa Gesù, se noi abitiamo in lui e lui in noi. Così possiamo collaborare con lui per fermare il diffondersi del male tra gli uomini.

  • Illuminare il mondo. Molti uomini e donne camminano nel buio, non distinguono il bene dal male, non si rendono conto di andare verso il precipizio. Se incontrano un cristiano caritatevole, misericordioso e felice, anche in mezzo alle difficoltà, agli insulti e alle persecuzioni, allora possono aprire gli occhi e il cuore al vangelo che li salva.

 

Proposta di impegno

  • Vivere e mostrare la gioia di essere cristiani e realizzare tutto il bene che possiamo.

 

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 29 gennaio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Parola del Signore.

 

Commento

Nella prima lettura il profeta Sofonia, a nome del Signore, dà una nuova definizione di povero: non è più chi ha pochi mezzi, ma colui che umilmente accoglie e realizza la volontà di Dio, osservando i suoi comandamenti. Così, già nel Primo Testamento, il povero, secondo il pensiero di Dio, trova nella propria condizione sociale e religiosa il terreno per una maggiore vicinanza al Signore. Chi invece è ricco di denaro e si ritiene superiore agli altri, facilmente è tentato a mettere da parte Dio e la sua parola.
Paolo afferma con forza che la logica di Dio, che anima il suo agire, funziona in modo completamente diverso dalla logica dei potenti e degli intelligenti di questo mondo. È incomprensibile per chi non riconosce Gesù Cristo come il Figlio di Dio, che salva l'umanità con la sua debolezza crocifissa. Ma a volte non è compresa neanche dagli uomini di Chiesa, tentati di diffondere il vangelo attraverso il successo, la ricchezza, il potere e i compromessi con i potenti della terra. Per questo la liturgia ci invita a contemplare la pagina di vangelo più 'rivoluzionaria': il manifesto delle Beatitudini.
È un brano che fa sorgere anche molte domande e quindi richiede delle risposte non facili da comprendere e soprattutto da accettare, specie se si ha una fede debole o vacillante. Chi non è credente potrebbe considerare le beatitudini il manifesto dell’“oppio dei popoli”.
Nel vangelo di Matteo esse costituiscono il proclama che apre il discorso della montagna, il primo dei grandi discorsi, e che, in qualche maniera, annuncia una nuova creazione e un'alleanza nuova e definitiva, quella del nuovo popolo di Dio attorno a una Legge nuova, scritta non più su tavole di pietra ma nel cuore di chi crede.
Sono elencate nove categorie di persone che Gesù dichiara ‘beate’, in contrasto con la mentalità corrente tra gli uomini, non solo del suo tempo. Sono beatitudini dichiarate, ma non sempre sperimentate dalle persone che vivono le situazioni descritte. È qui il primo problema. I poveri di spirito e i perseguitati per la giustizia sono beati nel presente, perché il regno di Dio appartiene a loro. Tutte le altre situazioni troveranno una risposta nel futuro di Dio. È una promessa alienante? I credenti sono spinti a proiettare solo nel futuro il loro anelito alla felicità? Non è quello che dice Gesù. Chi crede ha la capacità di leggere ora la sua vita nella prospettiva evangelica e di sperimentare la beatitudine anche nelle situazioni di sofferenza citate da Gesù. Tutte le persone che appartengono a queste nove categorie possiedono il regno, ma Dio non interviene immediatamente e miracolosamente a cambiare le situazioni. I martiri hanno sperimentato la presenza di Dio, perché hanno avuto da lui la forza per affrontare vittoriosamente il martirio, conservando e testimoniando splendidamente la fede, e i santi non hanno avuto vita facile ma felice, man mano che si rendevano conto di somigliare sempre di più al Figlio di Dio e di collaborare con lui alla salvezza dei fratelli. Anche se le persecuzioni e le sofferenze continuano, la promessa del Signore rimane e i credenti sperimentano subito la consolazione della presenza salvifica del Padre e della somiglianza a Cristo, e anticipano nella fede la felicità che gusteranno in questa vita, se è nella volontà di Dio, e certamente, in pienezza, nell’eternità. Capiscono e gustano tutto questo soltanto i poveri in spirito, cioè coloro che non mettono la loro felicità solo nelle cose di questo mondo, acquistando così una vera libertà interiore, e che gioiosamente riconoscono di dipendere da Dio, scelgono di fidarsi di lui e si aspettano solo da lui la vita piena e la vera felicità.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • È facile ammirare le beatitudini, più difficile è credere che siano vere. Sono troppo in contrasto con la mentalità comune, anche dei cristiani. Ci provocano ad una presa di posizione sulla fiducia da accordare a Gesù.

  • Beatitudini e “oppio dei popoli”. Coloro che Gesù proclama beati, non sono passivi nei confronti di Dio e, tanto meno, degli uomini o degli avvenimenti. Essi lottano con tutte le loro forze e con la forza della preghiera. Come ha fatto Gesù.

  • Le beatitudini sono vangelo per la Chiesa, quando somiglia a Gesù e realizza la propria missione tra le persecuzioni. La mettono in crisi, quando deve annunciarle e mostrarle ai poveri e ai perseguitati del nostro mondo.

  • Le beatitudini sono tutte al plurale. Chi soffre da solo, facilmente si avvicina alla disperazione. Nella sofferenza solo la comunione con i fratelli in una comunità viva porta sollievo, forza e speranza.

 

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 22 gennaio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Parola del Signore.

 

Commento

L'inno di gioia del profeta Isaia, che annuncia la nascita di un bambino e che noi leggiamo nella notte di Natale, è un invito a guardare con realismo le tenebre in cui la nostra umanità cammina, senza lasciarci vincere dallo sconforto e dallo scoraggiamento. La luce di Cristo risplende ogni giorno nelle tenebre e si offre a noi e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, perché possiamo camminare sulle strade della pace e della salvezza.
Tanti problemi che sembrano insolubili nel mondo e nella Chiesa derivano dalle divisioni che nascono dai più diversi motivi, nessuno dei quali giustifica le gravi conseguenze che ne derivano. Paolo rimprovera duramente i suoi amici di Corinto, perché hanno dimenticato che il centro della fede e della vita della comunità cristiana è Cristo e nessun altro. Non solo la Chiesa intera lungo la storia se ne è dimenticata e ancora oggi ne subisce i frutti amari, ma anche le nostre piccole comunità spesso si ritrovano divise. Il primo compito dei pastori e di tutti i fedeli rimane quello di costruire la comunione e salvare l'unità.
E il vangelo ci riporta all'inizio dell'azione evangelizzatrice di Gesù.
Giovanni viene arrestato e così termina la sua missione che sarà completata con il martirio. Per Gesù è un’indicazione precisa: finito il compito del precursore, inizia la sua missione con la predicazione. È il passaggio di testimone, secondo la volontà di Dio. Per alcuni è strano che Gesù lasci la terra di Giuda e parta da una regione che nella Sacra Scrittura non è stimata per niente. È comunque un fatto di cui la chiesa primitiva deve prendere atto: ha iniziato in Galilea.
Perciò Matteo si impegna a darne una spiegazione teologica. In Isaia si trova una famosa profezia che parla di un popolo immerso nelle tenebre che vede una grande luce a causa della nascita di un bambino. La lettura messianica e cristologica di questo brano è immediata per i cristiani. Il profeta aveva visto questa luce partire dalla Galilea delle genti, terra in cui erano mescolati ebrei e pagani, che nel vangelo diventano il simbolo di tutta l’umanità, avvolta nelle tenebre del peccato e dell’incredulità, bisognosa di conoscere la verità e di essere salvata.
Questa opera di salvezza inizia proprio con la 'bella e buona notizia' della presenza del Regno di Dio, unita all’invito di Gesù a convertirsi, per farne parte. In questo modo Gesù si ricollega alla predicazione del Battista e la arricchisce con la presenza del Messia in persona.
L’inizio della missione coincide con la necessità di formare un gruppo di discepoli che lo seguano, si lascino istruire e lo aiutino nella predicazione. Può sembrare strano che chiami non dei giovani studenti, ma dei pescatori adulti. Ma lui non vuole fondare una scuola rabbinica di persone colte, vuole un gruppo di ‘apostoli’, umili e credenti, da inviare nel mondo. Il fascino di Gesù è esaltato dalla semplicità della chiamata e dalla immediatezza della risposta dei primi quattro. Certamente essi hanno sentito parlare di Gesù e l’hanno ascoltato (Giovanni evangelista lo dice), ma Matteo vuole proprio sottolineare la novità della missione e la disponibilità di questi pescatori, che vedono in lui qualcosa di molto più grande di quanto si aspettavano riguardo al Messia. Predicazione e guarigioni sono la prime caratteristiche che essi vedono in Gesù e che presto impareranno ad imitare.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù inizia a evangelizzare in Galilea, terra di culture e religioni mescolate. Sembra che il vangelo attecchisca meglio che in una terra con un'unica religione (nella 'pura' Giudea Gesù sarà crocifisso). Chi si spaventa oggi della necessità di portare il vangelo in una Italia multiculturale e multireligiosa?

  • La prima bella notizia è questa: «...il regno dei cieli è vicino». Vicino vuol dire che è già arrivato e noi, cristiani del XXI secolo, ci siamo dentro. C'è solo una verifica da fare, se abbiamo accettato l'invito a convertirci. Il cambio di mentalità richiesto dalla conversione non è un atto compiuto una volta per tutte, ma un atteggiamento permanente che ogni giorno ci chiede di confrontarci con il vangelo e di aderire a Gesù.

  • Gesù si muove, non ha una parrocchia. Camminando, incontra tante persone e chiama i suoi collaboratori. Può essere un invito alla conversione missionaria delle parrocchie, dei preti e dei cristiani?

  • Gesù chiama, i quattro lo seguono. C'è un avverbio: 'subito'. Possiamo pensare a quante volte abbiamo capito bene ciò che il Signore ci chiedeva e gli abbiamo risposto: “aspetta un po'..., ci devo pensare...”.

  • San Paolo ci esorta a combattere le divisioni. Ci sono parrocchiani che distruggono l'unità per affermare se stessi contro gli altri. Pastori e laici dovremmo avere due caratteristiche fondamentali: innamorati di Gesù e costruttori di comunione.

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 16 gennaio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore.

 

Commento

Isaia parla di un servo del Signore, chiamato a radunare i figli di Israele. Forse il profeta si riferisce a coloro che, nonostante la situazione umiliante dell'esilio, hanno continuato a fidarsi delle promesse del Signore. Ma la missione del servo si allarga a tutte le nazioni. Sarà Gesù a realizzare in pieno il progetto di Dio.
Anche Paolo si presenta come 'chiamato' dal Signore, che gli ha affidato una missione superiore alle sue forze. Ma egli sa bene che la forza di portare il vangelo gli viene dal Signore. Non ha niente di proprio da vantare.
Nel brano di Giovanni vediamo l’evangelista impegnato, come nei sinottici, a dimostrare che il Battista non è il Messia, come alcuni avevano pensato. Per questo, mentre i sinottici lo presentano come precursore del Messia, Giovanni invece lo definisce 'testimone', colui che ha il compito di indicare l'identità e la missione del Messia, e può farlo perché gli è stato rivelato dall'alto.
A lui avevano già chiesto se fosse il Messia; egli lo aveva negato decisamente. Ma ne annuncia la venuta, anche se ancora non sa chi sia. Ha però ricevuto la rivelazione del segno attraverso il quale saprà riconoscerlo: vedrà lo Spirito non solo scendere, ma rimanere su di lui.
Qui il Battista è presentato come un profeta in contatto diretto con Dio, il quale gli ha rivelato l'identità del Figlio. In quanto profeta, testimonia che il battesimo nell’acqua, che egli amministra, è solo un rito in cui si manifestano la volontà di conversione del peccatore e la richiesta di perdono rivolta a Dio. Sa, e lo dice, che è un battesimo destinato a scomparire, perché sarà sostituito da un altro molto migliore: il battesimo che immerge non solo nell’acqua ma nello stesso Spirito di Dio.
Così il Battista, quando vede Gesù, lo riconosce e ne indica (con un solo titolo) identità e missione: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». È un titolo assolutamente nuovo, che però affonda le radici nel Primo testamento. Richiama l'esperienza di Abramo nel sacrificio del figlio Isacco (“Dio stesso provvederà l'agnello”), il Servo del Signore che viene paragonato a un “agnello condotto al macello”, e soprattutto si collega all'agnello pasquale. La missione dell'agnello di Dio si realizzerà nella nuova Pasqua, quando Gesù sostituirà il sacrificio dell’agnello pasquale con il sacrificio della propria vita, che meriterà da Dio il perdono dei peccati di tutta l’umanità, da Adamo fino all’ultimo uomo. Tutto ciò è possibile solo perché il Figlio eterno di Dio (per questo è ‘prima’ del Battista su tutti i piani, anche su quello temporale) si è fatto carne per rendere gli uomini che lo accolgono figli di Dio ad immagine sua.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Battista per due volte dice che non conosceva Gesù. E noi possiamo dire di conoscerlo? Se non amiamo i fratelli e diciamo di conoscerlo siamo bugiardi. Se lo conosciamo anche solo un po', abbiamo già scoperto che non finiremo mai di conoscerlo.

  • Gesù ci ha salvati sacrificando se stesso sulla croce, vero agnello pasquale. Possiamo cadere nella tentazione di sminuire la portata e il senso della sofferenza di Gesù. Riflettere e pregare davanti alla croce può risvegliare riconoscenza e impegno di vita cristiana.

  • Giovanni ha detto la verità di se stesso e del Signore. La sua umiltà poggia sulla verità, per questo è diventato 'il testimone' credibile. Possiamo interrogarci sul compito che abbiamo di testimoniare l'amore del Signore per noi e il nostro per lui. Gli uomini di oggi ne hanno estremo bisogno.

  • Dio parla con Giovanni Battista perché egli possa realizzare la propria missione. Dio ha affidato a ciascuno di noi una missione e non ci lascia soli e senza istruzioni: se vogliamo ascoltarlo, abbiamo a disposizione la sua Parola, l'insegnamento della Chiesa, i fratelli della comunità in cui viviamo, la guida spirituale.

 

BATTESIMO DEL SIGNORE - 8 gennaio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 3, 13-17

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Parola del Signore.

 

Commento

Per i tre vangeli sinottici il battesimo del Signore al Giordano è l’inaugurazione ufficiale della missione messianica e la manifestazione solenne di Gesù come Figlio di Dio, mosso dallo Spirito Santo. Semplice come fatto, ma complesso per il significato teologico, questo brano rivela anche un problema affrontato dalla prima Chiesa: il rapporto tra Gesù e il Battista.
Alcuni ritenevano che Giovanni fosse il messia, ma Gesù era morto e risorto e i cristiani non avevano dubbi. Il battesimo al Giordano però era un fatto. Cosa significava?
Il primo a riconoscere che Gesù non aveva bisogno del battesimo è lo stesso Battista, che anzi esprime il bisogno e il desiderio di essere battezzato da lui nello “Spirito Santo e nel fuoco”. Ma Gesù non lo battezza e insiste. Giovanni si lascia convincere per realizzare ‘la giustizia’ cioè per obbedire a Dio. Gesù allora, facendosi battezzare, sta realizzando la volontà del Padre.
In che senso? Gesù inaugura la sua missione che si completerà sulla croce, quando prenderà come suo il peccato del mondo e, sacrificando la sua vita, otterrà per l’umanità il perdono e la salvezza. Nella scena del battesimo questo viene annunciato e anticipato. Gesù dice al Padre: “Sono disposto a prendere su di me i peccati dei miei fratelli”. Per questo lui, innocente, si sottopone ad un battesimo finalizzato alla conversione e al perdono dei peccati.
Così Matteo dimostra la superiorità di Gesù sul Battista, proclama l’avvio della missione messianica e annuncia la liberazione dal peccato.
Rimane da dire chi è Gesù. Ci pensa direttamente il Padre: “Sono divinamente felice che tu sia il mio amatissimo Figlio unigenito e che, innocente, ti sia prestato per salvare gli altri miei figli, peccatori, mostrando a tutti il mio amore per loro e per te”. È una voce che scende dal cielo, realizza pienamente una parola di Isaia e sarà compresa solo dopo la risurrezione.
I cieli si aprono: erano chiusi per il peccato del mondo e, in particolare, di Israele. Così viene manifestata la volontà di Dio di unire cielo e terra, per sempre, nella persona del Figlio, perché lui è figlio dell'uomo e figlio di Dio, in lui cielo e terra sono uniti indissolubilmente.
Non poteva mancare in questa scena lo Spirito Santo, simboleggiato in maniera molto semplice da una colomba che può richiamare quella che dopo il diluvio annuncia l’inizio di una nuova creazione. La vera e definitiva nuova creazione è inaugurata ora da Gesù, inviato dal Padre e animato dallo Spirito, e sarà completata nel mattino di Pasqua.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù prende su di sé i nostri peccati e li immerge nel Giordano, in attesa di portarli sulla croce. Egli desidera che noi glieli consegniamo, che ce ne stacchiamo, perché, grazie a lui, noi diventiamo liberi nello spirito per compiere la volontà di Dio Padre, che ci vuole figli suoi.

  • Gesù porta i nostri peccati e ci salva. Anche noi possiamo portare i peccati dei nostri fratelli. In ogni caso ne subiamo le conseguenze. Se accettiamo di portarli con pazienza e amore, diventiamo collaboratori di Gesù per la salvezza dei fratelli.

  • I cieli sono aperti e non si chiudono più. Non c'è situazione personale o sociale che possa far pensare a un ritiro di Dio. Tocca alla Chiesa e a noi cristiani mostrare visibilmente all'umanità la presenza del Padre, di Gesù e dello Spirito in questo nostro mondo.

  • Ci piacerebbe sapere se il Padre è contento di noi? Se lo desideriamo davvero, troveremo la risposta mettendoci per qualche tempo di fronte a Gesù crocifisso.

 

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ANNO 2016

Tempo di Natale

EPIFANIA DEL SIGNORE - 6 gennaio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Parola del Signore.

 

Commento

Confrontarsi con tutti i protagonisti di questo brano è un'avventura spirituale certamente interessante e fruttuosa.
Iniziamo da Erode. L'episodio avviene “al tempo del re Erode”, ma il suo tempo sta per scadere, perché il tempo appartiene a Dio e chi lo usurpa lo perde e si perde. Aveva ricevuto un annuncio che poteva salvarlo, ma non lo riconosce, anzi se ne sente minacciato. La sua grandezza è solo apparenza intrisa di sangue, crede di essere furbo, nasconde il suo progetto omicida, ma Dio lo aspetta per dargli il salario che ha meritato.
I capi dei sacerdoti e gli scribi. Sanno tutto, trovano subito la risposta esatta, si limitano ad accontentare il re sanguinario, ma non sono interessati, non cercano, non si muovono. Hanno indicato ai pagani la via giusta e la meta, ma restano prigionieri di un passato che non apre al futuro, alla novità del dono che Dio mette davanti ai loro occhi. Restano fuori. Per loro la profezia è lettera morta. In realtà sono morti loro.
I Magi. Sono sapienti perché amano la Sapienza, anche se ancora non l'hanno incontrata. Osservano il cielo, perché hanno fiducia che Dio darà loro un segno. Contemplano in visione una stella, nuova, splendente, e capiscono perché il loro cuore è sintonizzato con la verità, perché la stella è il Cristo annunciato dai profeti. Sentono di doversi muovere e lo fanno, perché Cristo stesso indica loro una strada da percorrere. Il loro cammino non è senza difficoltà, anch'essi devono liberarsi da qualche pregiudizio fuorviante: immaginano di trovare il re nella reggia di Erode e sbagliano strada. Ma la Sacra Scrittura li istruisce: il re grande si trova in un piccolo paese. Ci credono e corrono, pieni di gioia, di nuovo incontro alla 'stella', che ora 'vedono' con maggiore chiarezza. Il re è un bambino, ma i loro occhi ammirano la luce del mondo, discesa dal cielo per illuminare tutti i popoli e guidarli alla salvezza. È il re, è il figlio di Dio e attraverserà la croce per regnare in eterno. Obbediscono all'angelo perché sanno distinguere la verità dalla falsità e percorrono una nuova strada per tornare alla loro terra e vivere una vita nuova.
Gesù. È lui la stella che guida i Magi; è lui, bambino, che li aspetta nella casa e riceve l'adorazione e i doni. Non parla ancora, ma illumina; così i Magi riconoscono in lui il dono di Dio che salva loro e tutti i popoli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Erode trova imitatori anche oggi e non solo in coloro che procurano aborti o usano qualsiasi genere di violenza verso i bambini. Chiediamoci se qualche volta la presenza o l'insegnamento di Gesù ci hanno dato fastidio, ci hanno minacciati su quello che possediamo e noi abbiamo preferito, magari solo per un po', cancellarlo dall'orizzonte delle nostre scelte.

  • Come i capi dei sacerdoti e gli scribi forse leggiamo o ascoltiamo 'troppa' parola di Dio e ci può capitare che scivoli via senza lasciare traccia nella mente, nel cuore e nelle scelte che colorano le nostre giornate. La Parola di Dio invece illumina la mente, scalda il cuore e spinge ad agire nel bene.

  • In questo mondo, e anche nella Chiesa, ci sono uomini e donne che somigliano ai Magi e hanno desideri, attendono qualcosa di bello, scrutano il cielo e hanno la valigia pronta. Lo Spirito Santo suscita nel loro cuore l'amore alla verità e al bene e loro, non solo lo lasciano fare, ma sono pure contenti e pronti a sfidare qualunque difficoltà. Anche per loro la stella è Cristo.

  • Gesù per noi non è più bambino. Porta già i segni della passione e della potenza di Dio che salva il mondo, che salva noi. La sua luce non si spegne, il suo amore non si esaurisce e lui è sempre con noi, per illuminarci, amarci e salvarci, in qualunque situazione ci troviamo. Oggi abbiamo qualche dono da offrirgli?

     

 

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO - 1 gennaio 2017

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Parola del Signore.

 

Commento

La parola di Dio illumina l'anno civile che si apre oggi. La giornata mondiale della pace, di fronte alla “terza guerra mondiale” denunciata più volte da Papa Francesco, resta pur sempre un invito pressante a tutti gli uomini e le donne di buona volontà a costruire la pace nel mondo. La pace è anzitutto dono di Dio, e questo per i credenti significa che il primo atto per promuoverla è invocare la benedizione del Signore. La preghiera sincera e costante cambia i cuori, anzitutto di chi prega, e ci rende veri operatori di pace. E di benedizione di Dio l'umanità e la terra oggi hanno un bisogno vitale e pressante.
Così la prima lettura annuncia che Dio, attraverso i suoi ministri, benedice il popolo di Israele, il quale ci tiene a sentire le parole che assicurano la protezione e i doni del Signore. Ma la Sacra Scrittura molte volte invita a benedire Dio. È questo il modo che noi abbiamo per accogliere i doni del Signore e ringraziarlo, non solo con la voce, ma con la vita.
Nella pienezza del tempo è Gesù che porta la benedizione più vera e definitiva: la pace nel mondo e la salvezza dell'umanità tutta. Lo fa diventando 'carne' come noi, condividendo la condizione umana in tutte le sue sfaccettature: il corpo, le relazioni faccia a faccia, la debolezza, la sofferenza, la sottomissione alla Legge, l'appartenenza alla società umana, l'immersione nel tempo e nello spazio... tutto, eccetto il peccato. È comunque un'umiliazione, ma lui l'ha voluta, altrimenti non avrebbe potuto salvarci. E lui, come il Padre e lo Spirito, ci teneva tanto da sacrificare la sua condizione divina, in attesa di sacrificare anche la sua umanità e farsi annientare su una croce. Si chiama Gesù e porta già nel suo nome la sua missione: Dio-salva.
La porta che, aprendosi, permette l'ingresso del Verbo incarnato nel mondo è una donna, Maria. Non una principessa, ma una ragazza piccola e povera, che abita in un paesino sperduto, Nazaret, nella disprezzata Galilea. Ma lì è iniziata la nuova creazione, quella che fa nuove tutte le cose, perché il concepimento è già l'incarnazione del Figlio di Dio.
E la seconda lettura ci porta a riconoscere che tutti gli uomini sono figli di Dio, anche quelli che non lo sanno. Per questo, noi cristiani, diventati figli nel Figlio con il battesimo, abbiamo due compiti: chiamando Dio “Abbà”, siamo impegnati a godere la gioia di questa figliolanza con una vita coerente nella fraternità; abbiamo anche il compito di rivelare a chi non lo conosce il dono del Padre in Cristo Gesù, facendolo vedere vissuto.
E “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Certo, quasi tutte le madri lo fanno nei confronti del figlio. Però Maria è speciale pure in questo. Anche se non comprende tutto fin dall'inizio, perché anche lei, come noi, deve camminare nella fede, Maria è la riempita di grazia, coperta dall'ombra dello Spirito, e legge tutto ciò che avviene con una profondità inaudita. La parola di Dio che ha accolto nella fede, e nel suo grembo è diventata carne, continua ad abitare in lei stabilmente: è Maria la casa della Parola. La conserva e la medita, per poterla donare al mondo non solo nel Natale, ma ogni giorno, anche oggi.
Chi ci rappresenta nel vangelo di oggi sono i pastori, a quel tempo categoria tra le più disprezzate, anche se discendenti di Abramo, pastore pure lui. Destinatari dell'annuncio unico, ricevono la bella notizia dagli angeli: “... è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Ci credono e senza perdere tempo vanno alla grotta ed evangelizzano Maria e Giuseppe. Già, perché annunciano a Maria e a Giuseppe la bella notizia che hanno ricevuto, come conferma di ciò che essi hanno vissuto in prima persona con trepidazione e gioia grande. Sono essi a celebrare il primo Natale, “glorificando e lodando Dio”.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Se la pace nel mondo non c'è, non dipende dalla benedizione di Dio, ma dalla carenza di amore e di fede negli uomini. Noi cristiani sappiamo invocare da Dio e costruire con le nostre mani la pace dentro di noi, nella nostra famiglia, sul lavoro, nelle relazioni, nella parrocchia, nella società civile?

  • Gesù ha accettato ogni umiliazione e sofferenza per salvarci. Magari, per collaborare con il Signore a salvare le persone con cui viviamo, ci toccherà mettere da parte l'orgoglio e le nostre buone ragioni e accettare qualche sofferenza. Pensiamo che ne valga la pena?

  • Maria, la piena di grazia, conserva la Parola e la medita. Cosa possiamo fare perché la parola di Dio, che ascoltiamo nella Liturgia, non si sciolga come neve al sole, ma porti frutti abbondanti e duraturi?

  • I pastori, ricevuta la bella notizia, la portano a quelli che incontrano. Il vangelo ci è donato perché illumini la nostra mente, scaldi il nostro cuore e ci metta in movimento verso gli altri.

 

NATALE DEL SIGNORE – MESSA DELLA NOTTE - 25 dicembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Parola del Signore.

 

Commento

Nella prima lettura Isaia profeta annuncia la fine di ogni guerra, grazie a un bambino che il Signore dona al popolo. Isaia si riferiva probabilmente al figlio del re Acaz. Ma niente di tutto ciò che egli annuncia si verifica. Il popolo entra in crisi? No, la fede di Israele non vacilla, ma si concentra nell'attesa del Messia, che realizzerà in pieno ciò che nessun re poteva realizzare.
La lettera a Tito annuncia la realizzazione delle promesse di Dio per la salvezza, non solo dei giusti, ma di tutti gli uomini, anche dei peccatori. Tutto questo è dono gratuito di Dio, per mezzo della venuta del suo unico Figlio, Gesù, manifestazione visibile dell'amore infinito e misericordioso di Dio.
Il vangelo. Secondo gli ultimi studi storici, Luca sbaglia la data del governatorato di Quirinio, il quale sarebbe stato in Siria dal 6-7 d.C, quindi dopo 12-13 anni dalla nascita effettiva di Gesù. Non sappiamo se abbia davvero sbagliato, se lo abbia fatto consapevolmente, mettendo in parallelo l'Imperatore con il Messia, o se altri studi daranno ragione a Luca. Ma dal punto di vista evangelico, teologico e spirituale ciò che Luca vuole comunicare, raccontando la nascita di Gesù, è fin troppo chiaro. Il censimento di cui parla è il segno del potere imperiale che vuole contare i suoi sudditi per tassarli e per precettare i giovani nell’esercito. È il tempo della ‘pax augustea’. Ma il portatore della ‘pax divina’ nasce povero. Non ha una casa, non ha una sua culla, è pellegrino, non c’è un posto riparato e riservato per la sua nascita. Viene alla luce in un ambiente di fortuna (una stanza o una capanna che funziona da stalla?), avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia per animali, affidato alle cure di sua madre, come tutti i bambini del mondo. La corte che festeggia la nascita di questo re-povero è eccezionalmente strana: da una parte gli angeli, messaggeri dell’Onnipotente, che annunciano la nascita, e dall’altra i pastori, la categoria di lavoratori più disprezzata ed emarginata, che vanno a rendere omaggio in una reggia-stalla a un bambino, uguale ai loro figli, che però gli angeli hanno chiamato ‘Cristo Signore’. Ce n’è abbastanza per capire che Luca presenta già il Messia come portatore di una realtà completamente diversa da quella che tutti si aspetterebbero: il re del cielo è povero e sta dalla parte dei poveri, degli emarginati e dei perdenti. Per qualcuno degli studiosi questo racconto è anche un anticipo della passione: venire alla luce, essere avvolto in fasce ed essere deposto nella mangiatoia, sarebbero un’anticipazione della seconda nascita sulla croce, dell’essere avvolto nella sindone e dell’essere deposto nel sepolcro. Anche se Luca non l’avesse pensato, l’accostamento non sarebbe proprio fuori luogo. È un Messia che viene non per conquistare il potere, ma per consegnare il suo potere di Figlio di Dio agli uomini: farli diventare tutti figli di suo Padre, con la debolezza della croce e l’offerta della sua vita.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Figlio di Dio. Entra nella storia dell'umanità. Perché in quel tempo? È un tempo come tutti gli altri, affidato ad una umanità segnata dal bene e dal male, dal peccato e dalla grazia. Anche il nostro tempo è così e noi entriamo nella storia, con Cristo e grazie a Cristo, per redimerla dal peccato e salvare gli uomini. Sarà così fino alla fine dei tempi.

  • Augusto imperatore. È ricco, mentre il re-Messia è povero. Con questa verità ci dobbiamo confrontare tutti: la Chiesa, ogni cristiano ed io. La salvezza non viaggia con la forza e la ricchezza, ma con la povertà e la debolezza, con l'offerta della propria vita, per amore.

  • Maria e Giuseppe. Non avevano studiato per abilitarsi a fare i genitori del Figlio di Dio. Avevano due sole competenze: l'ascolto della Parola e l'obbedienza fiduciosa al Padre. Sono stati all'altezza del compito. Sarà questa la competenza di cui anch'io ho bisogno per essere cristiano autentico nel mondo?

  • I pastori. I primi a ricevere la bella notizia. Oggi la ricevo anch'io, di nuovo. Magari il Signore mi affida anche la parte dell'angelo per portare l'annuncio a un fratello povero, disprezzato ed escluso.

 

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Domeniche di Avvento (Anno A)

IV AVVENTO - 18 dicembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 1, 18-24

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Parola del Signore.

 

Commento

Il profeta Isaia, ad Acaz, re che si fida poco di Dio, offre il segno della benevolenza e della protezione del Signore per il suo popolo: gli nascerà un figlio dalla giovane moglie. Acaz non obbedisce a Dio, e subirà una cocente sconfitta, ma suo figlio sarà un buon re. Il Signore manda anche a ogni credente in lui tanti segni del suo amore, ma qualche volta sulla fiducia in lui prevale la ricerca di sicurezze materiali. Sappiamo bene che le conseguenze prima o poi sono dolorose.

Paolo si presenta alla chiesa di Roma come apostolo e servo di Gesù e ci tiene a sottolineare che noi cristiani abbiamo riconosciuto in lui il Figlio di Dio incarnato, grazie alla sua risurrezione. Così ricorda anche a noi che il cuore della nostra fede in Gesù consiste nella sua morte e risurrezione.

Mentre l'evangelista Giovanni ci parla della generazione eterna del Verbo e della sua incarnazione, Matteo e Luca ci hanno tenuto a rendere bella notizia anche la sua nascita, per il modo con cui si è realizzata e per il ruolo che Maria e Giuseppe hanno svolto.
Perciò possiamo dire che il brano di questa domenica non è una favoletta, ma un racconto-atto di fede. Gli apostoli, dopo essersi scontrati con la risurrezione di Gesù e aver ricevuto in dono lo Spirito Santo, hanno riletto tutta la loro esperienza di discepoli e hanno capito che quello che Gesù diceva era vero: non era solo un uomo come loro, ma il Figlio eterno del Padre. Solo allora acquistò per loro tutto il suo senso il modo che Gesù aveva di parlare con suo Padre e di suo Padre. Maria era con gli Apostoli. Non è stato difficile aggiungere il tassello che a loro mancava: la nascita di Gesù. Il racconto discreto di Maria ha allargato il campo delle profezie realizzate in Gesù. Secondo la parola di Isaia, la vergine sposa del re Acaz avrebbe dato alla luce un Emmanuele, segno dell'amore di Dio per Israele; ma quelle parole hanno trovato una realizzazione molto più alta nella nascita del vero ‘Dio con noi’, non più solo un segno ma la stessa misericordia di Dio incarnata per la salvezza di tutta l’umanità. E la madre doveva essere vergine, non toccata da uomo, perché Gesù doveva essere nello stesso tempo vero uomo e vero Figlio di Dio. Per il vangelo è il Figlio incarnato di Dio Padre, per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe ha dubitato? Potrebbe essere. Ma potrebbe anche, e forse con più verità, aver creduto a Maria. Il suo turbamento e i suoi dubbi nascerebbero quindi dalla difficoltà di capire il proprio ruolo in questa opera di Dio, unica nella storia, di fronte alla quale anche l’uomo più giusto e santo si sentirebbe inadeguato. Ha provato, per rispetto o per umiltà, a defilarsi, a lasciare libera Maria di realizzare il piano di Dio, senza denunciarla a chi l’avrebbe considerata un’adultera. Ma Dio ha pensato anche a lui come persona essenziale della sua opera: doveva proteggere la madre e dare al bambino il nome e la famiglia, quella di Davide. La visione durante il sonno è uno strumento che il Primo Testamento conosceva bene, così Giuseppe, il giusto che, senza parlare, compie la volontà di Dio, ha fatto suo il sì di Maria e per tutta l’eternità è sposo di Maria e padre ‘legale’ di Gesù.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Giuseppe si è sentito investito di un progetto troppo grande, forse pensava di essere inadeguato. Ma Dio lo aveva scelto, sapendo che il suo più grande desiderio era fare la volontà del Signore. La vocazione che viene da Dio è sempre corredata dal suo aiuto. Vale anche per ciascuno di noi.

  • Il modo di agire di Dio a volte va oltre quello che noi possiamo pensare o immaginare. A volte noi pretendiamo di capire tutto e subito, mentre il Signore ci chiede di fidarci di lui. È così che ci sentiamo messi alla prova nella nostra fede.

  • A Maria una visione, a Giuseppe un sogno. Il Primo Testamento conosce entrambi questi modi di manifestarsi di Dio. Essi hanno risposto, perché il loro cuore era allenato all'ascolto e all'obbedienza. Forse noi non riconosciamo e non capiamo l'agire di Dio nella nostra vita, perché non ascoltiamo e non vogliamo obbedire a lui?

  • Giuseppe non dice mai una parola, si interroga, ascolta la Parola e obbedisce a Dio. Ci piacerebbe somigliargli un po'? Possiamo chiedergli di aiutarci.

 

III AVVENTO - 11 dicembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 2-11

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».  Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Parola del Signore.

 

Commento

È la domenica nella quale l'attesa di Gesù si fa gioiosa, soprattutto con le parole della prima lettura. Il profeta Isaia sta vivendo un periodo difficile della storia di Israele. Anche oggi le previsioni per il futuro del mondo non sono rosee. Isaia si fida di Dio e contempla il frutto del suo intervento che salva: la natura e il popolo saranno salvati, guariti e rinnovati dal Signore.
L'apostolo Giacomo, da parte sua, dopo aver minacciato i castighi ai ricchi e ai potenti, si rivolge ai cristiani oppressi dalla persecuzione e dalle ingiustizie e li invita alla pazienza operosa, rimettendo la propria sete di giustizia nella mani del Signore, che certamente interverrà.
Il vangelo ci mette di fronte alla strana la domanda del Battista a Gesù. Nel battesimo al Giordano lo aveva riconosciuto come Messia. E allora, il dubbio che esprime da dove nasce? Egli aveva predicato la venuta di un Messia che avrebbe battezzato il popolo con il fuoco dello Spirito e tagliato con la scure gli alberi senza frutto, per bruciarli nel fuoco inestinguibile. Gesù stesso poco dopo (11,18-19), elogiando Giovanni, avrebbe sottolineato qualche differenza tra loro due (Giovanni non mangia e non beve, Gesù mangia e beve…). Il Battista sente parlare delle sue opere e della sua predicazione, non vede il fuoco del castigo, né la scure. Vuole essere sicuro su Gesù, ma è disposto a rivedere le sue attese, forse un po’ sospese.
Gesù si presenta, citando Isaia che aveva annunciato proprio le opere che egli sta compiendo, e offre a Giovanni la beatitudine di chi non si scandalizza per il suo modo di procedere nell’inaugurare il Regno di Dio. Giovanni, invitato a cambiare idea sul modo di agire del Messia, si fiderà e affronterà il martirio, mentre altri si scandalizzeranno e lo metteranno in croce.
Gesù sta agendo diversamente da come pensava il Precursore, ma con semplicità conferma l’essenziale della sua predicazione: davvero egli è il Messia, il Regno di Dio è venuto e per entrarvi bisogna convertirsi.
I discepoli del Battista partono; Gesù parla alle folle (e anche ai contemporanei di Matteo, ai quali poteva non essere chiara la funzione di Giovanni, che non era il Messia, ma il precursore) e definisce il suo ruolo e la sua grandezza: il più grande dei nati di donna, più che un profeta, a lui è toccata la missione di annunciare la fine della prima Alleanza, indicando al mondo il Messia già venuto. Ma il Regno di Dio, che egli ha annunciato, lo godranno altri, che saranno tutti più ‘grandi’ di lui, perché innestati in Cristo. Naturalmente qui non si parla di comportamento morale né di meriti personali, ma di condizione nuova sul piano dell’essere, di vita nuova, dono gratuito di Dio, grazie alla salvezza realizzata da Gesù Cristo, con la sua morte e risurrezione.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La liturgia ci invita alla gioia. Per qualcuno di noi può essere difficile. La gioia dei cristiani nasce dalla fiducia nell'amore di Dio, che ci salva in ogni situazione, e dalla speranza che anche l'umanità, animata dallo Spirito, non si lascerà vincere dal male.

  • L'invito alla pazienza per chi subisce ingiustizia ci può dare fastidio. Ma la parola di Dio non 'copre' i malvagi, vuole invece farci vincere la tentazione della violenza, che non ripara nessun torto, e stimolare a impegnarci insieme, con tutte le nostre risorse e capacità, per produrre frutti di vita buona.

  • La misericordia di Gesù è stata un po' scandalosa anche per il Battista, che ha dovuto 'convertirsi', anche lui. L'anno del Giubileo della misericordia ci ha fatto comprendere che solo l'amore misericordioso di Dio e dei suoi figli può cambiare i cuori dei malvagi?

  • Siamo più 'grandi' del Battista? L'ha detto Gesù. Non è merito nostro, è un dono che abbiamo ricevuto gratuitamente. Forse ci farà bene, se ce ne ricordiamo più spesso e ci impegniamo a costruire, per la parte che ci tocca, il Regno di Dio in questo mondo.

 

II AVVENTO - 4 dicembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 3, 1-12

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Parola del Signore.

 

Commento

Il profeta Isaia nella prima lettura annuncia un mondo di armonia universale nella pace, grazie all'azione di un uomo mandato da Dio, il Messia. Gesù è venuto e ancora oggi il mondo è dilaniato dall'odio che produce guerra e morte. Gesù ha inaugurato il regno di Dio e ha portato la pace, affidando i suoi doni alla Chiesa. Tocca ai cristiani di ogni generazione vivere l'amore fraterno e diffonderlo nel mondo. Se non succede, non è perché Dio non realizza le sue promesse, ma perché gli uomini, cristiani e no, non accolgono i suoi doni.
San Paolo, scrivendo ai romani, prende atto che nella comunità ci sono giudizi poco fraterni tra i cristiani ex-ebrei ed ex-pagani. Oggi le divisioni nella chiesa hanno altre origini, non meno dannose. L'apostolo indica una strada necessaria per diventare vera comunità: avere come modello Gesù, fratello di tutti, che accoglie e serve tutti e ciascuno. Così, partendo dalla propria fede, cultura e condizione, ogni cristiano scoprirà la ricchezza dell'altro nella diversità.
Il vangelo ci richiede una contestualizzazione veterotestamentaria.
Il profeta Elia (IX sec. a.C.), che spesso nel suo ministero aveva avuto a che fare con il fuoco, non era morto, ma fu portato in cielo da un carro di fuoco, trainato da cavalli di fuoco. Nel V sec. si diffuse la credenza che Elia sarebbe tornato per preparare l’avvento del Regno di Dio. Quando compare Giovanni Battista, profeta ‘di fuoco’, che vive nel deserto, somiglia ad Elia nel vestito, nello stile e per le minacce di punizione con il fuoco, la gente comincia a interrogarsi e a preoccuparsi. L’annuncio è chiaro ed essenziale: il Regno di Dio è vicino, il Messia sta per arrivare, preparatevi con la conversione, fatevi battezzare per essere perdonati da Dio. La folla lo prende sul serio. Ma si presentano anche farisei e sadducei, quelli che rifiuteranno Gesù e lo metteranno in croce. Matteo, allora, anticipa con le parole di Giovanni la minaccia di condanna eterna.
È vero che vengono per farsi battezzare, ma sono presuntuosi, perché pensano che, essendo discendenti di Abramo, hanno diritto alla benedizione di Dio, che è comunque dalla loro parte. Il Battista li stronca: non basta essere biologicamente discendenti di Abramo, bisogna anche somigliargli nella fede e nelle opere della fede.
Inoltre conoscono molto bene la legge, ma si sono abituati a osservarla solo formalmente, dimenticando o eludendo i comandamenti fondamentali con cavilli interpretativi. Giovanni li sferza perché si convertano sul serio, cambiando mentalità e condotta di vita.
Il Battista è convinto che con questo tipo di persone non basta l’invito, ci vogliono anche le minacce di castigo. Perciò il Messia che egli annuncia è nello stesso tempo salvatore di chi lo accoglie e giudice tremendo di chi lo rifiuta.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Chi non attende nessuno non prepara niente. È questa la situazione spirituale di molti cristiani? E noi? Forse abbiamo messo sotto la cenere la speranza che il Signore venga e ci salvi.

  • Se noi ci arrendiamo, Gesù non si arrende mai. Continua a mandare non solo il suo Spirito, ma anche qualche Battista che ci assicura che il regno di Dio è vicino, ci richiama, ci rimprovera e ci spinge ad andare incontro al Signore.

  • Cerchiamo sicurezza e a volte ci illudiamo di averla trovata in noi stessi o in falsi profeti. L'unica sicurezza è l'amore che il Padre ci dona attraverso Gesù. Questo amore, una volta ricevuto, ci fa capaci di amare veramente i fratelli. Così rendiamo presente il regno di Dio in questo mondo.

  • Facciamo anche esperienza di avere dentro spinte e abitudini che non provengono dall'amore. È necessario che ci convertiamo. Una conversione che nasce dalla scoperta della propria debolezza e del proprio peccato, ma va verso l'amore, può essere faticosa e costosa, ma non difficile. Per chi ama niente è difficile.

 

I AVVENTO - 27 novembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 24, 37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Parola del Signore.

 

Commento

Questo brano, a mio parere, è stato tagliato male: non c’è un solo versetto a ricordarci che la seconda venuta di Gesù è per il completamento della salvezza e che lui non ha nessuna intenzione di spaventarci; ma si preoccupa per noi, perché ci conosce e sa che facilmente ci ‘addormentiamo’ riguardo alla fede e, soprattutto, alla carità.
Così, queste espressioni di Gesù, oltre che riferirsi alla fine del mondo, possono essere lette anche in riferimento alla fine della vita in questo mondo di ciascuno di noi. Il discorso è partito dall’esaltazione della bellezza del tempio e dalla curiosità dei discepoli di sapere ‘quando’ avverranno le cose che Gesù annuncia.
Il Signore chiude la porta alla curiosità. Solo il Padre sa. Ogni indagine per prevedere la data è inutile e ingannevole. E per confermare questa verità (e siamo al brano odierno) fa due esempi: il diluvio è venuto all’improvviso; il ladro viene quando tu non te lo aspetti. Gesù però non è un diluvio né un ladro. Egli del diluvio e del ladro ha una sola caratteristica: viene senza preavviso. Però verrà la seconda volta non per punire, ma per portare a compimento l’opera che ha iniziato con la sua morte e risurrezione: la salvezza dell’umanità.
Per questo, nella prima venuta insegna, esorta, avverte che c’è un castigo per i malvagi. La vita e il mondo come noi li conosciamo, finiscono. Per ogni uomo e per l’umanità intera c’è un giudizio. Di fronte a Dio siamo tutti uguali, uomini e donne, poveri e ricchi… l’unica diversità è stabilita dalla risposta che diamo a Cristo (chi non lo conosce ha una coscienza da seguire nel bene). “Uno verrà portato via e l’altro lasciato”, allora significa che c’è una diversità nella fede e nella carità che Dio conosce e che sarà messa in luce alla fine: a uno sarà aperta la porta del paradiso e a un altro no.
Il consiglio pressante è uno solo: vegliate. Non vuol dire vivere nella paura di un disastro, ma essere attivi nel bene con la speranza certa della gioia eterna.
I vangeli dicono che credenti attendono e preparano la seconda venuta del Signore con la fede in lui e con l’amore per i fratelli, specialmente i più bisognosi nel corpo e nello spirito.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Abbiamo avuto paura della venuta del Signore? Forse volevamo difendere questa vita, quel poco a cui ci siamo legati, o giustificarci davanti a lui per i peccati di cui non eravamo davvero pentiti o che non volevamo riconoscere.

  • A scuola le interrogazioni arrivavano anche all'improvviso, bisognava essere sempre preparati. Oggi sembra che decidano i ragazzi quando farsi interrogare. Con il Signore non funziona così. Ogni giorno siamo interrogati per lui dai fratelli bisognosi di aiuto.

  • Il rapporto con Gesù è di fede e di amore, non c'è bisogno di prepararsi, perché la fede autentica e l'amore vero sono costantemente intrecciati nella vita quotidiana.

  • Chi aspetta la persona amata, ogni giorno alimenta il desiderio e la speranza di vederla. Quando arriva, esplode la gioia.

 

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Domeniche del tempo ordinario (Anno C)

 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO - 20 novembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  23,35-43

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Parola del Signore.

 

Commento

“Salva te stesso”. Perché Gesù non lo fa? Questa domanda se la sono posta in tanti nella storia, pensando alle sofferenze di Gesù, alla cattiveria che mostrano i suoi nemici, all’amore del Padre per lui e alla sua onnipotenza, che poteva ribaltare tutto. In realtà questa è la tentazione finale che completa le tre subite nel deserto. Gesù neanche risponde, perché è venuto sulla terra per rivelare l’amore del Padre per tutti i suoi figli e per salvare l’umanità, che con il peccato ha meritato di perdersi per sempre, lontano da Dio. La sua venuta ha scatenato tutte le forze del male e l’umanità, attraverso coloro che hanno messo in croce il Figlio di Dio, innocente e benefattore, ha raggiunto il culmine della sua cattiveria. Gesù però sulla croce realizza due cose fondamentali: mostra che ci ama fino a morire per noi; soffrendo, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente per il peso dei nostri peccati, che ha preso dentro di sè, ripara, al posto nostro, le colpe di tutta l’umanità e merita per tutti il perdono del Padre. Se avesse salvato se stesso dalla croce, lui, il Figlio di Dio, non ci avrebbe insegnato che l’amore è vero quando è disposto a dare la vita e non avrebbe offerto al Padre, a nome nostro, un vero pentimento per i peccati. È facile capire che più è grande il peccato, più è difficile riparare i danni che esso procura dentro al peccatore, nella comunità ecclesiale e umana e anche nel creato; ebbene, Gesù doveva riparare i peccati di tutta l’umanità, da Adamo fino all’ultimo uomo, per questo doveva soffrire tanto, e lo ha voluto.
Il buon ladrone, salvato gratis, all’ultimo minuto. Qualcuno può pensare che è troppo comodo oppure che può tentare la stessa strada, facendo il ‘ladrone’ nella vita e pentendosi in extremis. Ma qui non c’è furbizia.
Luca ci tiene molto al suo buon ladrone, è l’unico degli evangelisti che ne parla, e per lui questa scena è la dimostrazione nei fatti che davvero Gesù è venuto mostrare l’amore misericordioso del Padre (come ha raccontato nella parabola del ‘del padre misericordioso e dei due figli’) e a salvare i peccatori. Questo brigante non è innocente, sa qualcosa di Gesù, perché ne ha sentito parlare, ha visto tutto della sua passione, lo ha sentito perdonare i suoi aguzzini, lo sente insultato da tutti, perfino dal suo compagno di malefatte. A questo punto vede chiaro dentro di sé, riconosce il male che ha fatto e invece di disperarsi sente nascere una speranza: forse posso essere perdonato anch’io. E così: rimprovera l’altro, confessa le proprie colpe, dichiara Gesù innocente, riconosce che è il Messia che sta per inaugurare il suo regno eterno e si affida alla sua misericordia. In pochi minuti ha compiuto un vero cammino di conversione. Non è uno che ha fatto il furbo con Dio, contando di cavarsela all’ultimo minuto, ma un peccatore che incontra Gesù e si converte sinceramente.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù sopporta, senza rispondere, gli insulti dei capi e dei soldati. In quel momento sta amando tutta l'umanità e anche quelli che lo insultano. Una bella lezione per noi, che spesso non sopportiamo le intemperanze o gli errori di chi ci vive accanto.

  • In questo mondo vale chi vince e si dimostra più forte, non importa con quali mezzi, leciti o illeciti. Si fa più impegnativa la testimonianza che la Chiesa e i singoli cristiani sono tenuti a dare in ogni campo della vita ecclesiale e civile.

  • Il 'buon ladrone' ha fatto un cammino di conversione, breve, ma intenso e completo. Forse che noi, per convertirci dai soliti peccatucci (?), impieghiamo troppo tempo e cerchiamo tante giustificazioni?

  • «...oggi con me sarai nel paradiso». Questa parola di Gesù non vale solo per il 'buon ladrone'. Facciamo in modo che il Signore la rivolga anche a noi, quando arriverà il nostro momento.

 

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 13 novembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  21,5-19

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Parola del Signore.

 

Commento

Il vanto popolare della bellezza del tempio dà a Gesù l’occasione per metter in chiaro una verità: ogni cosa di questo mondo ha una fine, l’uomo no. La domanda, “quando?”, mentre manifesta la paura della catastrofe, per i più, o il desiderio di essere pronti, forse per pochi, apre un ventaglio di istruzioni e di esortazioni, senza che Gesù risponda direttamente. Verranno altri ‘messia’ a promettere felicità o a minacciare castighi, non bisogna lasciarsi ingannare e lui ci dà il punto di riferimento chiaro: ciò che non corrisponde al vangelo, tutto intero, non va seguito. I credenti devono sapere che, come il loro maestro e salvatore, potranno essere perseguitati, traditi, processati, uccisi… e devono prepararsi nello Spirito e non perdere la fiducia in Gesù: sarà lui stesso infatti a dare forza, coraggio e capacità di tenere testa ai persecutori. Soprattutto sarà lui stesso a salvare ciò che dell’uomo credente e perseverante non finisce e non deve perdersi: la sua vita che fiorisce nella vita stessa di Dio, che è beatitudine eterna. Le belle pietre diventeranno certamente polvere, ma chi segue Gesù non perderà neanche un capello, cioè neanche la più piccola briciola della sua vita, dei suoi sogni e dei suoi desideri di bene e di pace.
Quando Luca scrive, questa profezia di Gesù si è già realizzata. Gli Atti degli Apostoli lo documentano, anche se, fermandosi alla prigionia di Paolo, non raccontano la distruzione di Gerusalemme. I primi lettori facilmente se ne rendevano conto. Ma Luca non pensa solo al passato, sicuramente egli vuol dire ai suoi destinatari e a noi che le parole di Gesù si estendono al futuro e alla fine della storia.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù non si commuove davanti alla bellezza del Tempio. Lui è venuto per restaurare la bellezza del vero tempio di Dio: l'uomo. Ciò che è di questo mondo finisce, rimangono solo l'amore attraversa la morte.

  • Gesù non minaccia castighi, descrive ciò che nella storia accompagna le vicende umane. Di fronte a queste cose il credente non ha paura, perché crede alla promessa di Gesù: non ci lascia soli e ci dona lo Spirito che ci permette di attraversare anche la persecuzione e la morte per farci accedere alla vita eterna.

  • Al cristiano non è chiesto niente di straordinario, solo la fedeltà fino all'ultimo respiro. È quello che si promettono le persone che si amano e vale anche nel rapporto tra il credente e Dio.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 6 novembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  20,27-38

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Parola del Signore.

 

Commento

I sadducei non credono nella risurrezione, verità certa per i farisei, loro avversari nelle dispute teologiche. Sono sicuri di mettere in difficoltà Gesù e raccontano una vicenda, inventata, di una donna, che è stata sposa di sette mariti. La legge del levirato prevedeva che se un uomo sposato moriva senza figli, il fratello ne sposasse la vedova per dargli una discendenza. Nella vita eterna di chi sarebbe stata moglie? Possiamo immaginare i risolini dei sadducei, in attesa di una risposta sicuramente insoddisfacente.
Ma Gesù, per nulla in difficoltà, risponde molto seriamente. Il matrimonio è cosa bella e santa di questo mondo; è la missione dell’uomo e della donna fin dalla creazione: formare una famiglia unita nell’amore e collaborare con Dio alla nascita dei figli. Questo tipo di vita finisce e la morte apre al giudizio di Dio: chi ha vissuto degnamente risorge per la vita eterna. Non perde la sua identità e neanche i suoi rapporti (Gesù rimane uomo e figlio di Maria!), e la dimensione sessuale non si annulla ma si trasfigura, come tutto il corpo risorto, e l'uomo e la donna non hanno più bisogno di formare una famiglia, perché esiste l’unica famiglia dei figli di Dio, che vivono l’amore, non più di coppia ma di amicizia, in dimensione personale e universale insieme.
Erano venuti da Gesù non per capire ma per provocare, e allora hanno bisogno di essere ridimensionati nella loro pretesa di interpretare meglio di tutti la Scrittura; così lui dice semplicemente: non avete capito! Se Dio si presenta a Mosè come “il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, che erano morti da secoli, è perché lui sa che sono viventi nell’altra vita, altrimenti non li nominerebbe neppure. La chiusura interiore impedisce ai sadducei di capire la Scrittura e anche di accogliere la parola rivelatrice del Figlio di Dio. Per questo saranno i primi protagonisti negativi negli avvenimenti della passione del Signore.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Anche oggi ci sono persone che ridono di Gesù e del suo insegnamento. La chiusura di mente e di cuore non deriva da una conoscenza, per quanto errata, della Sacra Scrittura, come per i sadducei, ma dall'arroganza di un certo tipo di scienza, dall'ignoranza e dalla paura di doversi confrontare con qualcuno, che chiede di cambiare vita.

  • I sadducei, chiusi nell'orizzonte terreno, hanno sostituito Dio con due idoli: potere e denaro. Sono molti i loro eredi nella nostra cultura. Quanti, per conservare il proprio benessere e il proprio potere, emarginano, combattono e uccidono, in diversi modi, i poveri, come hanno fatto i sadducei con Gesù?

  • Molti giovani sono restii ad ascoltare la parola di Gesù. Forse noi, educatori, non siamo stati capaci di renderli liberi da una cultura che li rende ignari del passato, prigionieri del presente, disperati sul futuro.

  • L'uomo è fatto per la vita, non per la morte. Il messaggio e la testimonianza di Gesù sulla vita eterna è la più bella notizia che gli uomini possano desiderare. Pensare al Paradiso non è fuggire da questo mondo, ma coltivare la sicura speranza della felicità eterna, realizzando già ora una sorta di anticipazione anticipazione con segni concreti nati da un amore personale e universale.

 

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 30 ottobre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  19,1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Parola del Signore.

 

Commento

Brano conosciutissimo e molto utilizzato nella predicazione e nei ritiri spirituali. Mi piace dare un’occhiata al dramma interiore che Zaccheo vive prima di incontrare Gesù.
Nato ed educato da ebreo, da giovane sceglie di ‘servire’ i Romani e arricchirsi a spese dei suoi fratelli. Ce la fa, diventa capo degli esattori delle tasse e ricco. Ma evidentemente qualcosa dentro di lui lo tormenta: sa di aver tradito la Legge e il suo popolo, ma non ha la forza di cambiare vita. Sente parlare di Gesù, del suo modo di trattare i peccatori, sa che tra i suoi apostoli c’è Matteo, un ex-pubblicano, suo collega. Gli nasce dentro una piccola speranza, vorrebbe incontrare Gesù, ma forse gli manca il coraggio di presentarsi. Lo vuole vedere direttamente, magari sentirlo parlare, per decidersi. E fa una cosa strana per un uomo della sua posizione: sale sul un albero. Fa sorridere e credo che Gesù sorrida, mentre, chiamandolo per nome, gli ordina di scendere ‘subito’ e si invita a casa sua.
La sua risposta è immediata e gioiosa e questo suggerisce che il gesto di Gesù è per lui una cosa assolutamente inaspettata ma inconsciamente e profondamente desiderata.
A tavola hanno parlato di un Padre misericordioso che dà a tutti il tempo di pentirsi e di cambiare vita: era quello che Zaccheo voleva sentire e perciò rompe gli indugi e decide di mostrare a tutti la propria conversione non con le parole ma con i fatti, in maniera addirittura nuova ed esagerata: nuova perché dona gratuitamente la metà dei suoi beni ai poveri; esagerata, perché che la norma comune esigeva la restituzione del maltolto solo nella misura del doppio.
La gioia di Gesù per la salvezza di Zaccheo è il segno visibile della gioia del Padre per il ritorno di un suo figlio ‘perduto e ritrovato’.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il sicomoro può essere la pianta dell'incontro e dell'amicizia con Gesù. Ricordiamo il luogo del primo, vero incontro con il Signore e quello in cui lo incontriamo con maggiore intimità e facciamo l'esperienza di essere guariti dalle ferite dell'anima. Possiamo frequentarlo spesso?

  • Zaccheo sale sul sicomoro. Per vedere Gesù oltrepassa i limiti della propria cultura, del proprio prestigio e del giudizio della gente. C'è dentro di me qualche ostacolo al mio incontro con Gesù, e io non ho il coraggio spregiudicato di oltrepassarlo?

  • “Oggi vengo a casa tua”, mi dice il Signore Gesù. Quali che siano le condizioni in cui si trova la mia casa (e il mio cuore), Gesù ci viene comunque. Ma il mio desiderio somiglia almeno un po' a quello di Zaccheo?

  • Gesù fa a Zaccheo il dono della sua amicizia e della salvezza e il pubblicano lo ricambia con la conversione della mente e del cuore: crede in lui e aiuta i poveri. E io come ricambio i doni del Signore?

 

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 23 ottobre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Parola del Signore.

 

Commento

Anche per questa parabola Luca anticipa il significato: è diretta a contrastare la presunzione di essere giusti e il disprezzo dei fratelli, peccatori o no.
L’ambiente della parabola è la preghiera, quindi riguarda il rapporto personale tra l’uomo e Dio. I protagonisti sono definiti molto schematicamente: un fariseo, cioè una persona che ha fatto della Legge di Mosè la sua regola di vita, e un pubblicano, un esattore delle tasse, servo dei romani e nemico del popolo, perciò peccatore ‘di diritto’.
Il fariseo esce dalla preghiera con un peccato in più, il pubblicano ne esce perdonato, capace di vita nuova. Perché?
Il fariseo fa due errori gravi nel suo rapporto con Dio.
Il primo: inizia ringraziando Dio, ma non dei suoi doni, bensì della propria bravura nell’osservare la Legge, si ritiene giusto, lo dichiara a Dio, nel caso non se ne fosse accorto, ed esce dal tempio sicuro di meritare una ricompensa adeguata. Non ha incontrato Dio, ha fatto una passerella di autoglorificazione.
Il secondo: si paragona agli ‘altri uomini’ in generale, giudicandoli e condannandoli, e in specie al pubblicano che ha incontrato ‘per caso’ nel tempio. Gli altri sono per lui il piedistallo sul quale sale per sentirsi il più vicino a Dio. Non è nella verità: non conosce né Dio, né gli altri e nemmeno se stesso.
Il pubblicano invece, desideroso di incontrare Dio comunque, guarda umilmente a se stesso e si vede debitore nei confronti di Dio: non ha nulla di cui vantarsi, non ripone nessuna fiducia in se stesso, ma si rivolge nella verità alla misericordia di Dio.
Gesù rivela il volto un Dio che non sopporta la presunzione, ma non sa resistere a chi umilmente e sinceramente chiede perdono. Più avanti lui stesso non condannerà i peccatori che lo crocifiggono, ma darà la vita anche per loro.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • I peccatori non vanno allontanati, ma amati. Così ha fatto e insegnato Gesù. Per la Chiesa l'unico ostacolo all'accoglienza e alla riconciliazione può essere il loro rifiuto di essere amati e riconciliati. Ma Gesù non si è fermato neanche davanti al rifiuto. Forse che anche la Chiesa deve cercare sempre nuove strade, senza stancarsi mai?

  • Chi si crede superiore e disprezza gli altri, per un motivo qualsiasi, è nella menzogna e nelle tenebre; crea divisione, discriminazione, violenza. Non si rende conto di calpestare l'umanità degli altri , ma ancora di più la propria.

  • I battezzati italiani che vanno in chiesa e credono di avere più diritti dei migranti, anzi sono convinti, e lo dicono, che debbano essere ricacciati in mare, come possono pensare di essere discepoli di Gesù, approvati dal Padre dei poveri?

  • Riconoscersi peccatori e fidarsi della misericordia del Padre è il primo passo della conversione, ma è anche l'ultimo atto che apre le porte del Paradiso, perché non riusciremo mai a meritarlo: rimane un un dono gratuito della misericordia di Dio.

 

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 16 ottobre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  18,1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Parola del Signore.

 

Commento

Può sembrare una parabola facile ed effettivamente lo è per l’interpretazione generale, dal momento che Luca si preoccupa di anticipare il tema: bisogna “pregare sempre, senza stancarsi mai”. In realtà ci sono alcuni aspetti che necessitano di una spiegazione. Lungo la storia il primo versetto ha dato origine al modo di pregare che prevede una preghiera continua, ripetendo all’infinito una breve invocazione, come leggiamo nell’esperienza del ‘pellegrino russo’. Ma possiamo ritenere che Luca intendesse quel ‘sempre’ e quel ‘mai’ non come ‘continuamente’ ma come costanza e perseveranza nella preghiera, che sono poi gli atteggiamenti della vedova nella parabola. Nello stesso senso vanno intese le parole di Gesù sugli “eletti che gridano giorno e notte” verso Dio.
Un altro punto oscuro può essere costituito dalla singolare figura di questo giudice definito con caratteristiche che peggiori non potrebbero essere: non rispetta nessuno, né Dio né gli altri, è infastidito dalla vedova, se ne vuole liberare, le concede ciò che le spetta per diritto solo per non essere importunato più e, per finire, è disonesto, cioè ingiusto. È chiaro che Gesù paragona questa figura di giudice a Dio solo per la sua funzione e per contrasto; Dio infatti è ‘giudice giusto’ e fa ‘subito’ giustizia a chi si affida a lui.
A questo punto troviamo un altro scoglio. Cosa vuol dire ‘fare giustizia’ e in che senso ‘prontamente’? Tutti abbiamo esperienza di aver pregato insistentemente per qualcosa che il Signore non ci ha concesso. E allora?
Fare giustizia significa che Dio ascolta la preghiera e interviene per ‘salvare’ il credente. Prontamente vuol dire che Dio non perde tempo e interviene subito. Come? Non per fare quello che noi chiediamo, bensì per realizzare la salvezza, cioè per realizzare il vero bene di colui che prega o di coloro per i quali il credente prega.
Qui è messa alla prova la verità della nostra fede. La fede è vera se ci si fida di Dio fino in fondo, fino a credere che egli subito ascolta e comunque salva, anche se in modi e in tempi diversi da quelli che noi desideriamo o ci aspettiamo. La ‘giustizia’ che il Signore realizza in ogni caso subito è quella della sua vicinanza alla vittima, del dono del suo amore e della forza per affrontare da credenti la situazione che stiamo vivendo. Il termine fare giustizia però riguarda anche il giudizio sui persecutori. E qui l’intervento di Dio è duplice: da una parte egli giudica l’ingiustizia e la condanna, così il persecutore è già punito nel suo peccato; dall’altra egli esercita la sua pazienza perché desidera la conversione di tutti. Non è lecito ad un credente invocare la vendetta di Dio sui peccatori secondo i criteri soltanto umani.
La conclusione però è inquietante. La domanda del Signore, se troverà la fede sulla terra al suo ritorno definitivo, sembra pendere verso una risposta negativa e mette in stato di verifica permanente ogni credente.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Quando al Padre domandiamo qualcosa nella preghiera, qual è il primo movimento del cuore? Quello di ottenere ciò che chiediamo, oppure il metterci nelle sue mani sicuri in ogni caso del suo amore?

  • A volte l'intervento del Padre avviene attraverso l'azione e l'aiuto dei fratelli. Sappiamo essere grati a loro, per la loro carità, e allo Spirito, per aver ispirato i fratelli ad aiutarci?

  • La costanza nella preghiera ha due radici: la fede incrollabile nell'amore del Padre e la riconoscenza per i doni che egli ci ha fatto e ci fa ogni giorno.

  • «...troverà la fede sulla terra?». A questa domanda inquietante non possiamo dare una risposta a nome di tutti. Ma Gesù ne richiede una personale. Posso rispondere al Signore: “certamente troverai la mia fede”?

 

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 9 ottobre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  17,11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Parola del Signore.

 

Commento

Questo brano è una piccola perla che troviamo solo in Luca. Nella sua semplicità contiene elementi molto belli, in linea con la sensibilità lucana. Il ricordo del cammino e della meta, Gerusalemme, pone il brano nel contesto della progressiva rivelazione della misericordia di Gesù che avrà il suo culmine sulla croce. La sua compassione verso i lebbrosi, condannati all’impurità legale e alla morte sociale, si rivela in una nota temporale: essi chiedono pietà e Gesù subito, ‘appena li vede’, li manda dai sacerdoti che devono accertare la guarigione, prima ancora che il miracolo sia visibile. E qui possiamo apprezzare la fiducia dei dieci, che, ancora da lebbrosi, solo sulla parola di Gesù, si avviano verso il tempio.
Uno solo, straniero e samaritano, per di più, torna a ringraziare e a riconoscere in Gesù la presenza di Dio che salva. Il lamento di Gesù sugli altri nove ci mette di fronte a un sentimento umanissimo: la delusione per il bene compiuto e non riconosciuto. Gesù ci rimane male che proprio i suoi fratelli ebrei non si facciano vivi. Per lui, la guarigione del corpo avrebbe dovuto aprire la strada per la guarigione dello spirito. I nove ebrei hanno pregato Gesù, hanno creduto alla sua parola, anche prima di ritrovarsi guariti, ma questo 'inizio' di fede non è stato portato a compimento. Il Samaritano invece, manifesta una fede piena, così mette Gesù nella condizione di aggiungere alla guarigione fisica il dono della salvezza.
L’amore di Gesù è gratuito, non guarisce i dieci ‘sub conditione’ e certamente i nove non si sono riammalati di lebbra. Tuttavia egli non è insensibile e neanche indifferente, anzi gradisce la riconoscenza e rimane deluso se non c’è. Una ferita che rivela da una parte la sua umanità, dall’altra il suo desiderio assoluto di salvare tutto l’uomo e non soltanto una parte. La nostra riconoscenza infatti serve più a noi che a lui.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Di fronte a una malattia fisica di un certo rilievo facilmente ci ricordiamo del Signore. Ma c'è una lebbra dello spirito che si chiama peccato. Se chiediamo di esserne guariti, il Signore ci ascolta sempre.

  • Tornare dal Signore, per ringraziarlo di essere stati guariti dal peccato, è un percorso impegnativo: significa riconoscere che lui ha cambiato la nostra vita e che ci impegniamo a non tornare alla vita vecchia.

  • Uno straniero più credente dei connazionali. Certamente tra gli immigrati che incontriamo, che molti italiani che si dicono cristiani, vorrebbero ricacciare indietro, ci sono persone più fedeli a Dio di tanti battezzati che vanno a messa tutte le domeniche.

  • Per don Bosco i ragazzi privi della virtù della riconoscenza erano a rischio sul piano umano e cristiano. Sta diventando sempre più raro avere a che fare con ragazzi che sanno riconoscere il bene che ricevono e sono riconoscenti. È un campanello di allarme per genitori ed educatori.

 

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 2 ottobre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Parola del Signore.

 

Commento

Ci troviamo di fronte a due insegnamenti di Gesù, il primo sulla fede e il secondo sul rapporto con Dio.
Gli apostoli hanno intuito che la fede, insieme all’amore, misura l’intensità e la qualità del rapporto con Gesù, ma sono preoccupati della quantità. Forse qualche fallimento nel fare miracoli o anche i paragoni e le invidie, che covavano nel gruppo, li spinge a chiedere al Signore di aumentare la loro fede. Non hanno le idee chiare. La fede come dono non viene donata da Dio a pezzettini, sempre più grandi, ma in forma piena, da subito nel Battesimo. La fede come risposta nostra dipende da noi, da quanto ci fidiamo dell’amore di Dio. In ogni caso la risposta di Gesù è stroncante: “se aveste fede quanto un granello di senape…”. Cioè, la fede come risposta nostra o c’è, e si vede, o non c’è. La fede mette tutto l’essere e l’agire del credente nelle mani di Dio ed è Dio stesso con la sua potenza ad agire in lui. Solo in questo senso possiamo dire che la fede fa miracoli. La fede, come l’amore, non ha misure: o tutto o niente. Il tutto della nostra risposta di fede però è come il granello di senape, anche se piccola, può crescere e diventare un grande albero.
Il secondo insegnamento richiede una contestualizzazione più ampia in tutto il vangelo.
I farisei pensavano che, osservando la legge, erano a posto davanti a Dio, anzi in qualche maniera potevano vantare dei diritti di fronte a lui. Gesù denuncia questa presunzione. Parlando di padroni e servi, è chiaro che il servo, che fa ciò che gli ordina il padrone, non acquista davanti a lui dei meriti speciali, rimane un servo e basta. Se ragioniamo da servi nei confronti di Dio rimaniamo “soltanto servi”, magari anche “inutili”. Ma Dio non vuole persone che si accontentino solo di osservare la legge, come se fosse una tassa da pagare per stare a posto, e poi fare quello che gli va… Anzi neanche nel Primo Testamento si accontenta dell’osservanza della legge: proprio questo hanno tentato di spiegare i profeti, poco ascoltati. Gesù dunque spiega agli apostoli e a noi: di fronte a Dio non puoi vantarti di niente. Nei seguaci di Gesù non c’è posto per nessun residuo di mentalità farisaica e di pretese nei confronti di Dio.
Ma non possiamo fermarci qui. Se guardiamo tutto il vangelo, vediamo che Gesù, con quello che ha insegnato e ha fatto, ci fa vedere che Dio è nostro Padre e vuole che noi pensiamo e ci comportiamo da figli che, riconoscenti per tutti i doni ricevuti, ricambiano con amore di figli l’amore ricevuto. Il Padre non vuole servi ma figli e Gesù non vuole servi ma amici. Se non arriviamo a questo rapporto davvero siamo “servi inutili”.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gli apostoli hanno già operato dei miracoli nel nome di Gesù, eppure non hanno ancora capito bene come funziona la fede. E noi? Vediamo ancora la fede come uno strumento, più o meno potente, oppure come la radice per il rapporto di amore con il Signore?

  • Il compito principale della fede non è quello di produrre miracoli, ma di illuminare a giorno la vita, per riconoscere i miracoli che avvengono continuamente per opera del Signore.

  • Nei rapporti con Dio e con i fratelli le pretese sono il segno chiaro che non si agisce per amore, ma per interesse privato. E se l'amore c'era, viene ferito gravemente.

  • Per insegnarci a servire per amore, Gesù si è fatto servo, anzi l'ultimo dei servi, fino al dono totale di sé sulla croce. Non possiamo dire di non sapere come si fa.

 

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 25 settembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Parola del Signore.

 

Commento

«Non potete servire Dio e la ricchezza». Così finiva il vangelo di domenica scorsa. Luca continua: «I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui». Possiamo immaginare i farisei che ridacchiano tra loro. La parabola successiva allora ha, nella sua schematicità, un significato molto preciso: chi si gode le ricchezze di questo mondo, ignorando la sofferenza dei poveri, subirà la pena del contrappasso. Non è condannata la ricchezza in sé, ma la chiusura del cuore che impedisce di ‘vedere’ e soccorrere il povero che sta alla tua porta. Così il dialogo tra Abramo e l’ex ricco, in un primo momento spiega quello che è successo: sulla terra il ricco non aveva colmato la distanza che teneva il povero separato da lui; nell’aldilà è diventata definitiva e insuperabile la separazione tra quelli che sono con Dio e gli altri che ne sono lontani. Poi Luca diventa chiaramente polemico con gli uomini del suo tempo. Infatti, alla richiesta dell’ex ricco di mandare Lazzaro ad avvisare i suoi fratelli, Abramo risponde che ci sono gli insegnamenti di Mosè e dei Profeti, quegli insegnamenti che lui per primo non ha voluto seguire e che i farisei, che sbeffeggiano Gesù, mettono tranquillamente da parte, presumendo, in quanto discendenti di Abramo, di cavarsela comunque. E quando quello insiste che basterebbe la testimonianza di uno che viene dal regno dei morti per convincerli, scende dal cielo una risposta definitiva: chi non crede alla Parola della rivelazione non crederà neanche ai morti risuscitati. Cosa che vale in pieno al tempo di Luca, perché chi non ha creduto alla parola di Gesù quand’era sulla terra non ha creduto neanche dopo la sua risurrezione dai morti. E Giovanni conferma tutto questo, quando ci fa sapere che i capi dei sacerdoti decisero di uccidere Lazzaro, risuscitato, perché molti credevano in Gesù a causa sua (cf Gv 12,9-11).

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Tutti noi abbiamo un povero seduto alla nostra porta. Forse, troppo occupati noi a interessarci dei nostri affari, i nostri occhi non riescono neppure a vederlo.

  • Tutti noi abbiamo delle piaghe nel corpo o nello spirito, e a volte nessuno ci aiuta. Senza aspettare il Paradiso, proviamo a interessarci delle piaghe dei nostri fratelli e forse anche le nostre potranno guarire.

  • La nostra fede poggia sulla risurrezione di Gesù. Magari abbiamo bisogno di dirci e riscoprire cosa vuol dire questo nella vita quotidiana.

 

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 18 settembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  16,1-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Parola del Signore.

 

Commento

“Che cosa farò?... So io che cosa farò”: una vita comoda e disonesta, la crisi, la decisione, l’azione, la lode del padrone. Questo amministratore nella parabola di Gesù diventa un modello… ma di che cosa? Gesù sta parlando ai suoi discepoli, ai figli della luce e dice che loro nel trattare i loro fratelli sono meno furbi dei figli di questo mondo. Che vuol dire? I figli di questo mondo nei loro affari si pongono degli obiettivi, scelgono le strade adatte per realizzarli e vanno fino in fondo. I figli della luce invece non tanto. Perché? Non hanno chiaro l’obiettivo della vita eterna? Se ce l’hanno chiaro, non sanno scegliere le strade adatte? Se trovano le strade adatte, non si danno da fare per percorrerle? Se iniziano a percorrerle, sono pigri o si fermano di fronte alle difficoltà e ai sacrifici necessari? A ciascun figlio della luce (cioè noi) la risposta sulla mancanza di intelligenza spirituale (che dovrebbe sostituire la furbizia di questo mondo).
Il discorso continua sulla scia dell’uso della ricchezza di denaro, realtà rilevante di questo mondo, ma transitoria. Anzitutto è disonesta (il testo greco dice ‘ingiusta’, il latino ‘iniqua’). In che senso? Sono convinto che, più che un giudizio morale sul modo di ottenere la ricchezza, Luca qui voglia fotografare un dato di fatto universale: la ricchezza crea inevitabilmente disparità tra gli uomini, elimina dolorosamente l’uguaglianza e quindi diventa ‘ingiusta’. Il possessore della ricchezza allora, se vuole riscattarsi da questa ‘disonestà’ acquisita, deve farne parte a coloro che non hanno il necessario per vivere dignitosamente, questi diventeranno gli amici che gli apriranno la porta del paradiso, saranno i suoi avvocati presso Dio. Così colui che è ‘furbo’ e fedele nell’uso della ricchezza passeggera di questo mondo riceverà la ricchezza dell’altro mondo che non passerà mai. È questa in fondo la strada della vera libertà. Difatti chi serve il Signore diventa libero, chi invece serve il denaro diventa schiavo di un idolo che a poco a poco lo soffocherà.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La ricchezza che non entra nel circolo dell'amore per i poveri è di per sé 'ingiusta'. Purtroppo non sono molti i ricchi che accolgono e condividono questo insegnamento di Gesù. E sono anche molti i poveri che vogliono diventare ricchi per se stessi. Schiavi, gli uni e gli altri.

  • La scaltrezza per lo più è collegata all'imbroglio. Gesù mette insieme intelligenza spirituale e costanza nel individuare e percorrere la via tracciata dalla fede e dalla carità.

  • Farsi degli amici. Può sembrare furbizia interessata, in realtà richiede rinuncia e gratuità, perché la ricompensa non è attesa in questo mondo.

  • “Il padrone lodò...”. Sicuramente il Signore è molto contento di lodare i suoi figli. Come ci sentiamo, quando la sera, facendo un esame della giornata, gustiamo la sensazione che il Signore ci dica: “Bravo!”?

 

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 11 settembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  15,1-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore.

 

Commento

Solo qualche annotazione.
Le prime due parabole. Matteo ha solo quella della pecora perduta. Luca con un colpo di genio inserisce quella della dracma perduta da una donna. Anzitutto, come è solito fare, mette in rilievo una donna e così presenta il volto materno della cura misericordiosa che Dio usa verso gli uomini. Ma, cosa più rilevante, mentre le pecore indicavano il popolo di Israele e il buon Pastore realizza la profezia di Ezechiele, la dracma, essendo la moneta dei greci, rappresenta i pagani. Così Luca, ancora una volta afferma che l’amore di Dio, con la stessa cura, raggiunge tutti gli uomini, non solo Israele.
Ancora. La pecora e la moneta non sono presentate come colpevoli di qualche cosa, solo si sono ‘smarrite’. Credo che Luca voglia far riferimento alle tante persone che si allontanano dal Signore non per qualche grave colpa, ma per debolezza umana, per fragilità nella fede o perché irretiti da false promesse di felicità. Il centro è messo sicuramente nella gioia di Gesù e del Padre per il recupero di persone a cui tengono molto. È da notare, in chiave ecclesiale, l’insistenza di Luca nel sottolineare la comunicazione della gioia ad ‘amici e vicini’; sono i cristiani che non si sono allontanati dalla comunità e che gioiscono per i nuovi arrivati o per il ritorno degli smarriti. Cosa che il fratello maggiore della terza parabola non fa.
Riguardo al pentimento del figlio minore, Luca non ha timore a presentare delle motivazioni abbastanza ‘interessate’. Sicuramente non ci troviamo qui di fronte a un pentimento perfetto, motivato solo dall’amore per il padre e dal dispiacere di averlo contristato. Anche qui, in chiave ecclesiale, sottolinea che alla riflessione sulla condizione attuale, “io qui muoio di fame”, il giovane unisce il ricordo della bellezza della vita a casa del padre.
Il padre aveva perso entrambi i figli, per entrambi esce da casa per recuperarli e testimonia il suo amore senza limiti: quello che lui ha, e soprattutto quello che lui è, lo dona totalmente e gratuitamente ai figli, perfino di fronte alla loro ribellione, che li ha portati a non considerarsi più figli: fuggiasco il minore, servo il maggiore.
L’amore del Padre, che Gesù rivela in questa parabola, è impossibile e in certa misura incomprensibile agli uomini, che, secondo una giustizia molto umana, richiederebbero almeno una congrua punizione del figlio minore e un ceffone ben assestato al maggiore.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Fuori dall'amore c'è solo schiavitù. Entrambi i figli sono schiavi: il più giovane della propria ansia di autonomia e di piacere; il maggiore dell'interesse e della paura. Non hanno imparato ad amare.

  • L'amore del Padre è incomprensibile. Meno male, perché solo questo tipo di amore ha potuto salvarci.

  • Il Padre non fa i conti con nessuno dei suoi figli, al massimo soffre perché non tornano o non lo capiscono. Gli uomini e le donne di chiesa, troppo spesso credono di essere autorizzati a fare i conti sui peccati degli altri.

  • Il Padre educa i suoi figli alla libertà per educarli all'amore. È un bel programma per i genitori del nostro tempo.

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 4 settembre 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù parla alla folla che lo segue e mette le cose in chiaro: chi vuole seguire lui, deve metterlo al di sopra di tutto e di tutti. Detto meglio: i rapporti con le cose e le persone devono essere vissuti alla luce del rapporto con lui, altrimenti non si può essere cristiani.
Quando dice che vuole essere amato più dei parenti, certamente non sta parlando dei sentimenti, con i quali ci troviamo in difficoltà perché Gesù non lo vediamo, mentre i parenti sì. Crescendo nella fede e nella vita spirituale anche i sentimenti trovano il loro vertice nel rapporto con Gesù, (per i santi e i mistici è normale). Tuttavia qui Gesù si riferisce alle scelte mosse dall’amore. In pratica sta dicendo: “se in una scelta vi trovate divisi tra me e i parenti, non c’è alternativa, dovete scegliere me”. Perché? Perché lui è il senso e la salvezza della vita, ci ha dato la vita prima e più dei nostri genitori, ci ama più dei nostri parenti, vuole la nostra salvezza eterna e per questo ha dato la vita sulla croce, è risorto e non ci lascia mai soli.
Il contesto di tutto il vangelo non mette in negativo l'amore per i familiari, ma qui si afferma senza mezzi termini che, chi segue Gesù fa una scelta talmente radicale da cambiare la sua vita. A quel punto l'amore verso i familiari riceve forza, senso e modi di esprimersi a partire dall'amore per Cristo.
L'amore umano viene così portato alla sua massima espressione e scopre di essere strettamente unito al sacrificio, sofferto per amore. Per questo qui si parla della croce: Gesù l’ha vissuta e portata proprio perché è richiesta dall’amore. Chi vuole amare davvero, si deve preparare a non tirarsi indietro davanti alla sofferenza, altrimenti si vedrà che il suo amore era debole o addirittura non vero.
Possono sembrare fuori posto le due parabole sulla costruzione della torre e sulla guerra contro un nemico più numeroso, ma qui Gesù ci sta mettendo in guardia dalla superficialità nelle scelte. Dice semplicemente cosa ci vuole per essere discepoli. Sta a noi fare bene i nostri calcoli, mettendo sul piatto non solo e non prima cosa ci chiede, ma cosa ci ha donato, cosa ci offre oggi e cosa ci promette per il futuro in questo mondo e nell’aldilà. Non ci chiede di diventare freddi calcolatori delle possibilità di successo, ma persone decise e coerenti che portano fino in fondo la scelta di seguire lui. La rinuncia a tutti gli averi non è che una semplice conseguenza della scelta di seguirlo, e non significa non possedere niente (è una scelta vocazionale solo di alcuni nella Chiesa) ma diventare liberi da tutto. In tutto il resto del vangelo Luca ci spiega più volte che non dobbiamo attaccarci ai beni di questo mondo (è facile sostituire il Dio trino, con il dio quattrino), ma ciò che possediamo deve servire per vivere e per aiutare i fratelli più poveri.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Nella fede il cuore non è secondario, è al centro: crede davvero solo chi ama, ha fede solo chi segue Gesù per amore.

  • Chi segue Gesù diventa capace di amare fino in fondo, fino a dare la vita per le persone che ama.

  • L'amore richiede la rinuncia a tutto ciò che lo ostacola. Quante volte abbiamo dovuto vedere, anche tra i cristiani, tra i preti e i religiosi, la prevalenza dei beni di questo mondo sui fratelli.

  • Ognuno di noi ha progetti sulla propria vita, sui rapporti con le persone e con le cose. Ognuno trova avversari e ostacoli sulla strada della propria realizzazione umana. Solo Gesù ci offre quel 'successo', che non rimane chiuso in questo mondo, ma va al di là della morte.

 

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 7 agosto 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  12,32-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Parola del Signore.

 

Commento

Dopo la parabola sul ricco 'stolto', Luca ha inserito l'insegnamento di Gesù sulla fiducia in Dio Padre, che provvede il necessario ai suoi figli. Quindi segue l'inizio del brano della liturgia odierna.
I discepoli di Gesù hanno già la ricchezza più grande: l'appartenenza al Regno. Questa consapevolezza sostiene la scelta di diventare liberi dai beni di questo mondo, condividendoli con i poveri e i bisognosi. Così facendo, si diventa ricchi davanti a Dio e possessori di un tesoro messo al sicuro nella 'banca' celeste. Il precetto di vendere i propri beni e darli in elemosina, si riferisce nella sua radicalità a una vocazione speciale, com’è quella dei ministri o dei religiosi. Tuttavia non bisogna dimenticare quello che a più riprese Luca richiama nel suo vangelo e che riguarda tutti i credenti in Cristo: ricchi o no, tutti dobbiamo condividere con i fratelli le ricchezze che abbiamo ricevuto, materiali o spirituali che siano.
“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”, stabilisce un legame stretto tra quello che abbiamo e quello che siamo. Se dentro ciò che abbiamo e facciamo, c’è amore, allora progressivamente noi diventiamo amore, e siccome l’amore è da Dio, noi siamo già con lui, inseparabilmente.
Questo richiamo indiretto alla vita eterna consente a Luca di raccogliere tre 'parabole' sul ritorno del Signore.
Nella prima c'è l'invito a essere pronti ad accogliere il Signore: saranno beati e il Signore stesso passerà a servirli nel banchetto eterno.
La seconda è introdotta dalla domanda di Pietro: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». La risposta di Gesù, per quanto indiretta, fa capire che sta parlando per i suoi discepoli più stretti e quindi per tutti coloro che nella Chiesa hanno autorità. Il Signore non perde occasione per sottolineare che il dono dell’autorità ha come fine il servizio ai fratelli. Questo servizio comprende ogni cura del corpo e dello spirito, visti come inseparabili. Egli stesso fa da modello, quando dice che si metterà a servire coloro che troverà svegli. Ma nello stesso tempo si pone come giudice severo di coloro che hanno approfittato dell’autorità ricevuta per affermare se stessi e fare i propri interessi o i propri comodi. La ricchezza del dono naturalmente richiama la grandezza della responsabilità.
L'ultima parabola distingue i credenti da coloro che non conoscono Cristo e il vangelo. I cristiani conoscono bene ciò che il Signore ha insegnato e quanto ha fatto per la salvezza di tutti, quindi è vero che hanno ricevuto molto. È normale che debbano produrre frutti abbondanti di fede, di amore e di condivisione dei beni con i poveri. Il Signore che torna è il dispensatore dei beni definitivi, ma anche il giudice davanti al quale la verità viene a galla e stabilisce la diversità di trattamento tra chi è stato fedele e chi no.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • I cristiani sono perseguitati in molte parti del mondo e sotto attacco in Europa. La paura è una reazione normale. Il Signore ci invita: 'non temere, piccolo gregge'; il tesoro della fede e dell'amore non può togliercelo nessuno.

  • «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina...». Sembra irragionevole questo comando del Signore. Qualcuno lo prende alla lettera, ma tutti siamo invitati a diventare liberi e a condividere le ricchezze che abbiamo con chi ne ha bisogno.

  • Essere pronti ad accogliere il Signore. Possiamo sempre allenarci ad accogliere i fratelli bisognosi, è questo che ci tiene svegli e capaci di accogliere con gioia Gesù, quando verrà a chiamarci.

  • Abbiamo ricevuto molto. Il vangelo non è un peso, ma la vera ricchezza che ci è stata consegnata nel battesimo. Chi lo vive davvero, non cerca nient'altro, perché in tutto ciò che vive gusta la gioia dell'amore.

 

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 31 luglio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a
me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Parola del Signore.

 

Commento

Fratelli in lite per l’eredità. Uno dei due pensa di rivolgersi a Gesù per ottenere quello che gli spetta. Era normale rivolgersi ai rabbini per dirimere questioni legali, ma Gesù, piuttosto bruscamente, prende le distanze. Luca sta dicendo molto chiaramente che Gesù (e anche la Chiesa!) non si intromette in questioni che ricadono sotto la legge. Non vuole essere giudice di questioni civili, ma conserva la libertà profetica di denunciare le leggi ingiuste.
In questo caso Gesù coglie l'occasione per lanciare un ammonimento molto deciso e chiaro: la brama delle ricchezze è fonte di tanti mali, divisioni e guerre tra i fratelli, ma soprattutto non assicura nulla delle cose veramente importanti in questa vita e nell’altra. La parabola che racconta per spiegare questo principio è molto dura e certamente spaventa anche un po’.
Un possidente. Raccolto straordinario. Molte ricchezze a disposizione. Cosa ne fa? Non ringrazia Dio e non si ricorda dei fratelli. Pensa solo a sé e si fa un programma di vita da puro egoista: divèrtiti. Il Signore lo definisce stolto, perché non guarda a tutta la realtà e non tiene conto che questa vita può finire da un momento all’altro e lasciare l’amaro in bocca, perché le ricchezze accumulate finiranno nelle mani di altri.
La chiusa della parabola stabilisce due differenti ricchezze: quelle per sé e quelle di cui Dio diventa il custode. Le une si perdono, le altre si ritrovano nella vita eterna. Ma da cosa sono costituite le ricchezze presso Dio? Luca lo spiega in molti modi in tutto il suo vangelo: la fede in Dio e nella sua provvidenza, la riconoscenza per i doni ricevuti, la condivisione con i fratelli che sono nel bisogno. Egli non demonizza la ricchezza, solo spiega che il Padre vuole che i suoi figli si aiutino a vicenda e non sopporta gli egoisti che non sanno guardare al fratello bisognoso.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Quante famiglie divise o in guerra a causa delle eredità! Spesso la legge civile non basta a risolvere le contese. Se nessuno sa rinunciare anche solo a parte del proprio diritto, l'amore fraterno muore e a volte non risuscita.

  • Può sembrare strano che chi ha molte ricchezze facilmente alimenta il proprio egoismo. Il vangelo indica la strada della vera felicità per i ricchi: aiutare i poveri. Non sono pochi quelli che l'hanno sperimentata.

  • La vera eredità è l'amore, perché non si divide ma si moltiplica, non va mai perduta e apre le porte della vita eterna.

 

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 24 luglio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  11,1-13

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Parola del Signore.

 

Commento

Un discepolo chiede a Gesù che insegni loro a pregare. È una richiesta che può sembrare strana, ma siccome la preghiera, stile e contenuto, indica il modo tipico di mettersi in relazione con Dio, un apostolo desidera e chiede che tutti imparino a pregare proprio come Gesù. Luca non dice il nome di questo discepolo, segno che è una richiesta che deve fare ogni discepolo, anche ciascuno di noi, non per una preghiera individuale o intimistica, ma comune, di tutti, nello stile di Gesù.
Gesù risponde con un’istruzione profonda ma iniziale, il completamento lo darà nell’orto degli ulivi e sulla croce.
Anzitutto Gesù rivela che l’atteggiamento giusto deriva dal considerare Dio come Padre e se stesso come figlio in una famiglia di molti fratelli.
La consapevolezza della grandezza di Dio motiva le prime due richieste: concederci di conoscere profondamente la sua paternità, per renderla palpabile nel mondo; rendere visibile la presenza del suo regno, inaugurato da Gesù, per la vittoria sul male. La fragilità della vita materiale e spirituale ispira le altre tre richieste: il cibo quotidiano, sia per il corpo che per lo spirito, il perdono dei peccati, che rende possibile il perdono donato ai fratelli, la sua forza per affrontare e vincere contro le tentazioni, che fanno parte della vita in questo mondo.
Le due parabole, poi, sottolineano da una parte l’insistenza nella preghiera, dall’altra la fiducia incondizionata nell’amore di Dio.
L'insistenza. Ci sono tre amici, uno che arriva all'improvviso, l'altro che si trova in difficoltà, il terzo che ha ciò che serve, ma non vuole essere disturbato per darlo. L'amicizia sembra non bastare, l'insistenza nella richiesta sblocca la situazione. Il Signore sarebbe nella parte del terzo amico, però la nostra insistenza nella preghiera non serve a convincere lui, ma a purificare le richieste e a prepararci a ricevere il dono di Dio che sicuramente arriverà.
La fiducia. Gesù non dice che il Padre aderisce a qualunque nostra richiesta, infatti si tratta di stabilire: quali sono le cose davvero buone? E, chi decide in ultima analisi sulla bontà delle cose? Noi pensiamo buone alcune cose in questo mondo, il Signore però può giudicarle diversamente dal suo punto di vista, che è il bene totale ed eterno di ogni figlio suo. Così di nuovo siamo invitati a fidarci del suo giudizio più che del nostro. Ma Gesù scende ancora più a fondo e dice che sempre il Padre ascolta ciò che è al centro di ogni nostra preghiera, anche quando non lo facciamo esplicitamente: la richiesta del dono dello Spirito che ci illumina, ci dà forza e ci guida con sicurezza sulla via della salvezza in questo mondo e nell’altro.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Padre...”. Gesù ci presenta il vero Padre a cui tutti i genitori dovrebbero somigliare. In lui sono presenti e armonizzate le dimensioni paterna e materna dell'amore.

  • “... sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno...”. Dio si fa conoscere con il suo amore e rende presente il suo regno. Tocca a noi cristiani vivere e diffondere l'amore del Padre e manifestare al mondo che il regno della paternità di Dio e dell'amore fraterno è aperto a tutti.

  • Pane, perdono e vittoria sulle tentazioni. Dio la sua parte la fa ogni giorno, se ci affidiamo a lui, non ci mancherà l'essenziale per la vita e la salvezza.

  • Anche quando il Padre non ci dà quello che chiediamo, ascolta sempre e dona il suo Spirito che ci fa comprendere la sua parola e ci dà motivazioni e forza per affrontare qualunque difficoltà. Può succedere che non ci accorgiamo che Dio lavora sempre per noi.

 

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 17 luglio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Parola del Signore.

 

Commento

Luca parla alla sua comunità. Riferendo questo semplice episodio di vita familiare, fa vedere qualche problema della comunità e fa passare l’insegnamento di Gesù.
In ogni comunità ci sono molte esigenze: accoglienza dei fratelli di fede, cura dei poveri, servizio liturgico… Le donne (ma non solo loro: anche gli uomini hanno tante 'occupazioni') a volte possono essere troppo prese dalle necessità quotidiane. Così Luca fa comprendere che nella Chiesa qualunque servizio ha la fonte delle motivazioni, della forza necessaria e della perseveranza, solo nel rapporto personale con il Signore Gesù e con la sua Parola. Marta pretende che la sorella smetta di ascoltare Gesù e condivida le sue fatiche. Evidentemente in questo sfogo fuori posto emerge la mancanza di serenità di Marta e forse una punta di invidia. La pretesa che Gesù rimproveri la sorella può richiamare le richieste in ogni comunità cristiana, di intervento dei pastori da parte di alcuni che vedono altri impegnati nella preghiera ma non nel servizio. Il lavoro di Marta e l'ascolto di Maria sono necessari in ogni comunità, ma il primato, che il Signore assegna a Maria, indica proprio che la prima preoccupazione di tutti dev’essere l’ascolto della Parola e la cura del rapporto personale con il Signore. Questo dice, in fondo, non il rimprovero, ma la 'vocazione' che Gesù offre a Marta (la chiama due volte, come Mosé, Samuele e Saulo): è necessario curare l’ospitalità, ma non deve diventare ‘agitazione’ e ‘affanno’, che spingono a perdere la misura, la motivazione e il fine di quello che si fa. In ogni caso tutti devono tendere costantemente al posto di Maria, la quale sta ai piedi del Signore, per prendersi cura di lui e del rapporto di intimità con lui, e ascolta la sua parola perché illumini la sua vita e la strada da percorrere (così Maria è la prima che realizza l’ordine del Padre nella trasfigurazione: “ascoltatelo!”).

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Chi ha come centro della propria vita il Signore e si lascia illuminare dalla sua parola non ha invidia di nessuno, non giudica nessuno, non ha la pretesa che il Signore intervenga per rimproverare o, peggio, per punire qualcuno.

  • Era proibito ai rabbini istruire le donne. Maria assume l'atteggiamento fisico e spirituale del vero discepolo di Gesù. Per troppo tempo il 'genio femminile' è stato mortificato nella Chiesa. Lo Spirito ci sta spingendo su strade nuove e feconde.

  • Ciò che differenzia Marta da Maria non è il compito che si sono assunte, ma l'unificazione del cuore. Maria è serena e unificata, Marta è divisa tra il bene che sta facendo e lo sguardo invidioso e giudicante verso la sorella.

  • Tutte le missioni nella Chiesa hanno la stessa dignità davanti al Signore e tutte sono unificate da un'unica motivazione che le rende buone e sante: l'amore gratuito per il Signore e per i fratelli.

 

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 10 luglio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Parola del Signore.

 

Commento

È una parabola da contemplare in ginocchio, perché è un cardine della vita cristiana e soprattutto perché il buon samaritano è Gesù e il poveretto mezzo morto, oltre che l’umanità intera, è proprio ciascuno di noi.
Il dottore della Legge vuole mettere alla prova Gesù, che invece lo smaschera facendo dare a lui stesso la risposta giusta. Poi, invece di accogliere l’invito a vivere la verità, che già conosceva, e che Gesù gli ha confermato, egli lancia un'altra domanda, chiedendo a Gesù la definizione di prossimo, che per gli ebrei comprende gli appartenenti al popolo di Israele.
La parabola con cui Gesù risponde ha quattro nuclei: il quasi morto, il sacerdote e il levita, il samaritano, l’albergo e l’albergatore.
Il ferito è, semplicemente, un uomo, e tanto basta; è chiunque, senza alcuna etichetta o distinzione; rappresenta l’umanità, e ogni uomo, che rischia di perdere la vita, temporale ed eterna.
Il sacerdote e il levita incarnano coloro che conoscono la Legge, servono Dio nel tempio, insegnano a distinguere il bene dal male, ma considerano la purità legale più importante della vita di un fratello. Non sono prossimo di nessuno e sono chiusi nel loro ruolo, incapaci di mettere amore e misericordia al primo posto.
Il samaritano, straniero ed eretico, quindi disprezzato da tutti, è colui che salva il malcapitato, spendendo amore compassionevole, tempo e denaro, cioè la sua vita.
Porta il ferito all’albergo e lo cura, lui personalmente, magari passando la notte al suo capezzale.
Il samaritano è Gesù: nella sua vita terrena si è preso cura di noi, ha passato la notte della passione, durante la quale ci ha salvati. Il mattino di Pasqua risorge e torna al Padre. Ci ha affidati all’albergo-Chiesa, che accoglie tutti i bisognosi, e ai pastori, che si curano di noi nel suo nome. Il conto l’ha già pagato lui. I due denari sono il dono del Risorto che ascende al cielo e che lascia il nuovo Paraclito, il quale anima la sua Chiesa e sostiene i pastori. Il ritorno del samaritano sarà la festa della pienezza della vita che ricompenserà in maniera sovrabbondante l’amore speso per i fratelli.
Alla conclusione Gesù rovescia la domanda: non “chi è il mio prossimo?”, ma “chi si è fatto prossimo?”.
La prima domanda porterebbe la risposta che tutti sono il mio prossimo e quindi devo aiutare tutti. Un compito che può sembrare ed è eccessivo, angosciante, ma anche generico.
La seconda domanda, quella più coerente col vangelo, mi chiede di chi io voglio e decido di farmi prossimo e mi invita a guardare attentamente e concretamente le persone che incontro ogni giorno lungo la mia strada e a domandarmi se hanno bisogno di me e cosa io posso fare per loro. Il vangelo, quindi, chiede che io mi faccia ‘prossimo’, cioè colmi la distanza che mi separa da loro, e me ne prenda cura, secondo le mie possibilità.
Il «Va’ e anche tu fa’ così» non è un peso moralistico, ma l’offerta di una strada già tracciata da Cristo, la quale progressivamente, passo dopo passo, conduce alla somiglianza con lui.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Sono io l'uomo derubato della vita che il Signore ha raccolto, curato e salvato. Nella mia superficialità, spesso me ne dimentico e non ringrazio abbastanza della vita nuova che mi è stata donata.

  • Alcuni battezzati, che si dicono cristiani e partecipano ai sacramenti, derubano i fratelli e le sorelle della dignità, del salario dovuto per il lavoro, della buona fama, e lasciano loro soltanto una briciola di vita. Hanno una coscienza addormentata, drogata o corrotta.

  • Sono stato salvato, è giusto che anch'io diventi un po' 'salvatore'. Non è tanto difficile, basta avere compassione, farsi 'prossimo' di chi soffre, caricarlo sulle spalle e spendere tempo e denaro per curarlo. Nessuno è così povero da non poter aiutare un bisognoso. Anzi, i poveri spesso sono i più capaci di compassione attiva.

  • L'albergo è la comunità cristiana. I vescovi, i preti e i diaconi hanno maggiore responsabilità, ma non sono da soli. Insieme, non solo possiamo fare molto di più, ma diventiamo una vera e autentica comunità di fratelli, come la voleva Gesù.

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 3 luglio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  10,1-12.17-20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Parola del Signore.

 

Commento

Questo brano proposto dalla liturgia ha tre nuclei: la preghiera al Padre perché mandi evangelizzatori; le istruzioni ai ‘missionari’; il loro ritorno gioioso.
I 72 missionari probabilmente fanno riferimento ai 72 popoli che hanno origine dai figli di Noé, oppure, secondo alcuni richiamano i 70 anziani che furono chiamati a collaborare con Mosé. In ogni caso Luca sottolinea che i missionari devono arrivare a tutti i popoli e non vanno da soli, ma a due a due, perché la prima testimonianza che devono portare è quella della vita comunitaria di fratelli che si vogliono bene e vivono quello che annunciano.
Pregare il Padre. È la preghiera che Gesù per primo fa al Padre e chiede ai suoi di pregare con lui, per ottenere missionari sufficienti per arrivare a tutti. Così trasmette la sua 'ansia' per la salvezza di tutti i popoli. È questo il primo atto di carità verso gli uomini bisognosi di salvezza e deriva dalla presa di coscienza che questo, più di ogni altra cosa, è ciò di cui gli uomini hanno urgente bisogno.
Le istruzioni. Gesù non nasconde che i missionari incontreranno difficoltà e rifiuto. Essi però hanno il modello da seguire: Gesù stesso. L'unica loro preoccupazione sarà quella di annunciare il vangelo. Per questo devono essere liberi e agili, non appesantiti da nessun segno di ricchezza o di potere e non distratti da saluti lunghi e formali, infatti, la pace che essi portano, non è solo augurio verbale, ma dono autentico e raggiunge la vita di chi è già desideroso di riceverla. Accetteranno l'ospitalità del primo che li accoglie, senza cercare sistemazioni più comode e gradevoli. Così avviene uno scambio: ricevono ospitalità e cibo e portano la pace di Dio e la guarigione dei malati. Tutto questo manifesta la presenza del Regno di Dio per quelli che ascoltano con cuore attento la Parola di salvezza. Essi incontreranno anche persone che rifiutano, ma il Regno è presente pure per loro, sotto forma di giudizio di condanna. Ma non subito, come avrebbero voluto Giacomo e Giovanni. Fino al giudizio ci sarà ancora tempo di conversione, come è avvenuto proprio con i samaritani, che non hanno accolto Gesù, ma accoglieranno i missionari dopo la risurrezione.
Il ritorno gioioso. I 72 hanno realizzato la missione e tornano pieni di gioia, ma anche un po’ esaltati: hanno predicato e hanno fatto miracoli, in particolare hanno vinto contro i demòni, che davanti a loro sono scappati. Il Signore riconosce che la loro azione corrisponde a quello che lui è venuto a realizzare: sconfiggere l’avversario di Dio e degli uomini e instaurare il regno dell’amore misericordioso di Dio. Ma intravede un rischio: l’orgoglio o la presunzione. I doni e i poteri che hanno ricevuto non sono un loro merito, provengono totalmente dal Signore e sono stati dati per servire gratuitamente il vangelo e i fratelli. Il motivo della gioia allora deve essere un altro: la risposta generosa e gratuita al Signore che chiama e la speranza certa che collaborando con lui e, passando attraverso la croce, ci si guadagna un posto in paradiso. Questo dipende solo da loro e può essere giustamente il loro merito e il motivo vero di una gioia che non si perde.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La messe è il mondo che non conosce Cristo o lo conosce male. Abbiamo pensato che gli operai sono solo i missionari a tempo pieno. Luca si riferiva a loro. Ma non è sbagliato pensare che Gesù considera operai tutti i cristiani autentici, con compiti, modi e tempi diversi, secondo la propria vocazione. Il compito è quello di tutta la Chiesa: annunciare, rendere presente e visibile il Regno di Dio.

  • Agnelli in mezzo ai lupi. Ma i lupi non sono più forti, perché è l'amore che vince. Così ci ha mostrato Gesù.

  • Poveri di mezzi con un'unica ricchezza: Cristo e il suo vangelo. La Chiesa e i missionari con molti mezzi non portano Cristo ma se stessi e non salvano nessuno.

  • Uno solo è il successo di cui gioire: essere uniti a Gesù, anche nella sua passione. Così non c'è pericolo di inorgoglirsi e andare fuori strada.

 

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 26 giugno 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  9,51-62

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Parola del Signore.

 

Commento

Luca sottolinea con forza la decisione di Gesù di recarsi a Gerusalemme, tanto che per i commentatori questo versetto segna l’inizio della seconda e definitiva parte della missione di Gesù, che si conclude a Gerusalemme.
Non è allora strano che i primi che potrebbero accoglierlo lo rifiutino. E qui Luca ha l’occasione di mostrare la misericordia del Signore, che gli apostoli sono ancora lontani dal comprendere. Il profeta Elia (2Re 1,10ss) aveva invocato un fuoco dal cielo che per due volte brucia 50 soldati mandati dal re a prenderlo. Giacomo e Giovanni vorrebbero la stessa cosa per i Samaritani, poco accoglienti. Ma il Signore, che pregherà per i suoi crocifissori, è diverso da Elia e li rimprovera. È lo stesso verbo che viene usato per scacciare i demòni, perché l’atteggiamento dei due apostoli è demoniaco.
Gesù va a Gerusalemme, deciso. Così devono essere anche coloro che lo seguono. Luca lo dice, presentando tre possibili discepoli: il primo e il terzo si offrono. Al primo Gesù sente il bisogno di chiarire che con lui non si fa carriera e non si guadagnano onori e soldi perché è povero e rimarrà tale. Al terzo, che vuole andare a salutare i parenti, Gesù fa notare che le esigenze del regno di Dio sono superiori a quelle della famiglia naturale e chi non è disposto a riconoscerlo, non è adatto a predicare la venuta del Regno. Anche qui c’è il riferimento al PT: quando Elia chiamò Eliseo a seguirlo, questi chiese di avere il tempo di congedarsi dai famigliari e il profeta lo concesse. Gesù mostra che le esigenze del regno di Dio sono molto più radicali.
Il secondo viene chiamato da Gesù stesso per seguirlo, ma questi chiede di assistere il padre fino alla sua morte, dopo lo avrebbe seguito. La risposta di Gesù è netta: la pietà filiale, molto importante nel PT, deve cedere il posto alla necessità di annunciare la vita eterna a tutti gli uomini che corrono il rischio di perderla per sempre; i problemi familiari, come l’assistenza al padre anziano, troveranno altre soluzioni.
La radicalità delle scelte, nella povertà e nella dedizione totale e assoluta, è la caratteristica tipica e irrinunciabile di coloro che il Signore chiama per seguirlo e annunciare il Regno di Dio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù sa cosa lo aspetta a Gerusalemme, ma non ha esitazioni e si dirige con decisione verso l'epilogo della missione che il Padre gli ha affidato. A volte le esigenze della nostra vocazione ci spaventano, ma anche noi abbiamo la luce e la forza dello Spirito per realizzare la nostra missione nella Chiesa e nel mondo.

  • Giacomo e Giovanni vogliono ‘bruciare’ chi non li ha accolti. Non hanno capito molto di Gesù e si beccano un rimprovero. Ci sono molti cristiani che si lamentano con il Signore, perché non distrugge i ‘cattivi’. Non hanno capito niente di Gesù.

  • Chi segue Gesù non fa carriera, ma con la parola e la testimonianza della vita annuncia il Regno di Dio, che trasforma questo mondo in una comunità di fratelli, e cammina con lui verso la passione e la risurrezione.

  • Le esigenze della famiglia vengono dopo il vangelo e il Regno di Dio. Comprendere questo richiede una comprensione profonda di Gesù e del proprio posto nel mondo e nella Chiesa.

 

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 19 giugno 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  9,18-24

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

Parola del Signore.

 

Commento

Finora nel vangelo di Luca è risuonata varie volte la domanda: “Chi è costui?”. Gesù sta finendo la prima parte della sua missione, fra poco si dirigerà decisamente verso Gerusalemme dove lo aspetta la passione; sa che è giunto il momento di iniziare a fare chiarezza sulla sua identità: è lui il Messia? Se sì, che tipo di Messia è? Gesù prega e incontra suo Padre; certamente questa preghiera gli serve per approfondire la conoscenza della sua identità. Dopo la preghiera, passa alle domande e alla rivelazione. Così prima chiede agli apostoli cosa dice la gente, poi cosa essi stessi hanno capito di lui. Pietro toglie tutti dall’imbarazzo rispondendo: “Tu sei il Messia”. A questo punto Gesù può dare inizio alla rivelazione su di sé. Fa precedere l’ordine severo agli apostoli di non dire a nessuno che egli è il Messia, perché le aspettative di ordine politico avrebbero creato confusione, disordini e delusioni. Quindi spiega quale sarà il suo modo di essere Messia: non il vincitore ma il rifiutato dai capi, non il re di questo mondo, ma il crocifisso-risorto. Questa identità messianica sconvolgente ha una ricaduta sui discepoli: la croce sarà il distintivo quotidiano di chiunque voglia seguirlo. Normalmente chi veniva crocifisso portava la croce una sola volta, ma Gesù qui dice che è un fatto permanente, perché ogni giorno bisogna scegliere se stare con Gesù o no, e questo comporta sofferenza. È questa la vocazione del discepolo (per niente facile, come sperimenteranno gli apostoli durante la passione). E a questo punto Gesù tocca un dinamismo interno fondamentale di ogni uomo e lo scardina. Tutti tendiamo a conservare la vita e tutto ciò che siamo e abbiamo, così istintivamente nelle difficoltà e nelle persecuzioni ci preoccupiamo di proteggere la nostra vita e i nostri beni, magari mettendo un po' da parte la fede e l'amore del vangelo. Gesù dice il contrario: l’uomo che vuole salvare la propria vita deve spenderla e perderla per lui, solo così sarà davvero salvo. È una affermazione paradossale, quindi difficilmente comprensibile e accettabile. Solo la fede rende capaci di ascoltarla e accoglierla e solo il dono dello Spirito dà la forza di attuarla. Solo chi si fida di Gesù, si affida a lui e spera nella vita eterna, può apprezzare il valore reale e insieme la caducità dei beni di questo mondo e mettere la propria felicità nel seguire il maestro, portando la propria croce dietro di lui.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Come vorrei che Gesù ponesse fine alle guerre e alla fame, che guarisse i malati e le ferite del mio cuore, che mi liberasse dalla mia fragilità... che facesse il 'Messia'. E lui mi dice che non è venuto per sostituire l'uomo, ma per insegnargli ad amare, perché questa vita sia più bella, per dargli la forza che lo faccia pensare e agire da uomo e per farlo diventare figlio di Dio e fratello di tutti.

  • Gesù, per capire bene chi è e per prepararsi a dare la vita, parla con suo Padre. Quando perdiamo la dimensione del nostro essere e ci lasciamo vincere da egoismo, orgoglio, ira e vanità, può dipendere anche dal fatto che preghiamo poco o niente?

  • Pietro è convinto di sapere bene chi è Gesù. Ma per capirlo davvero deve passare attraverso la passione e la risurrezione. Ci sono battezzati che adattano Gesù e il vangelo ai propri pensieri, se non ai propri comodi. La verifica avviene quando arriviamo di fronte alla croce, quella quotidiana e quella straordinaria.

  • Quante chiacchiere e falsità sull'amore! Gesù è chiaro: chi ama fa della sua vita un dono all'altro e agli altri, quindi la spende e la 'perde'. Però, chi lo fa davvero sperimenta una vita più piena già in questo mondo.

 

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Domeniche di Pasqua (Anno C)

Pentecoste - 15 maggio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  14, 15-16.23b-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Parola del Signore.

 

Commento

Il brano del vangelo è in gran parte quello di due domeniche fa. Commenterò la festa di Pentecoste facendo riferimento alle tre letture.
La festa di Pentecoste per gli ebrei celebrava la consegna della Legge a Mosé sul monte Sinai e Luca nel racconto fa riferimento ai segni narrati nell’Esodo per indicare che il fuoco e il rombo del vento ora annunciano la consegna della nuova legge, quella dello Spirito, che è scritta non più su tavole di pietra ma nel cuore dei credenti. Così anche il miracolo delle lingue ricorda la confusione delle lingue avvenuta a Babele, come racconta la Genesi, che interruppe il progetto orgoglioso della torre ‘fino al cielo’ e produsse la dispersione dei popoli sulla terra. I diversi popoli che ascoltano ora nella propria lingua l’annuncio della risurrezione di Cristo, per l’azione dello Spirito, sono unificati nella fede.
Il brano di San Paolo mette insieme Spirito Santo, vita, giustizia, risurrezione, libertà, figliolanza ed eredità divina, gloria, e li contrappone a carne-corpo, peccato, desideri carnali, schiavitù, paura. L’annuncio del grande dono ricevuto diventa invito a lasciarsi guidare dallo Spirito per piacere a Dio. Ma Paolo è consapevole, e non lo nasconde, che questo richiede da una parte la lotta, contro ciò che è dentro di noi e ci spinge al male, e dall’altra la partecipazione alle sofferenze di Cristo. Le conseguenze del sì e del no sono terribilmente antitetiche: chi obbedisce allo Spirito consegue la stessa eredità di Cristo, la gloria eterna, chi si fa schiavo del peccato va in braccio alla morte.
Del brano evangelico sottolineo solo una cosa. Il primo ‘Paraclito’, cioè nostro avvocato difensore presso il Padre, è Gesù, che porterà a compimento la sua difesa con l’offerta della vita sulla croce. Il secondo ‘Paraclito’ è lo Spirito di cui è detto che resterà con noi per sempre. La ‘difesa’ di Gesù è sempre operante, perché il Padre concede la salvezza agli uomini grazie alla morte del Figlio, ma la sua azione non è più visibile. Ma come si verifica l’azione dello Spirito, invisibile per definizione? La ‘difesa’ dello Spirito a nostro vantaggio è perennemente attiva sulla terra e diventa visibile quando i discepoli ricordano, comprendono e osservano i comandamenti del Signore.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La Chiesa non ha bisogno di imparare tutte le lingue del mondo per comunicare il vangelo. Lei deve parlare una sola lingua, quella che tutti capiscono: la lingua dell'amore, che le ha insegnato Gesù. Ciò che manca al miracolo, lo fa lo Spirito Santo.

  • Il nostro è un tempo di lotta contro tutte le forze del male. San Paolo ci invita pressantemente a cominciare dal male che ci portiamo dentro. E se questa lotta si fa dura e comporta qualche sconfitta, egli ci ricorda che abbiamo ricevuto la forza dello Spirito e che lassù ci aspetta il premio della vita eterna.

  • «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Mi colpisce questa parola di Gesù. Lui ha annunciato il Padre, ha denunciato il rischio del legalismo e del formalismo, ci ha rivelato il volto di Dio Amore, e ora ci dice che può osservare la sua Parola solo chi lo ama. Non ce la fa chi è mosso da paura o da opportunismo.

  • Se vogliamo vivere da cristiani, possiamo spesso restare incerti su cosa fare, cosa dire o cosa scegliere. Chi crede nello Spirito Santo fa l'esperienza di suggerimenti che nascono nell'intimo e orientano secondo il vangelo.

 

Ascensione del Signore - 8 maggio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  24,46-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù sta per partire definitivamente e, attorniato dai suoi discepoli, fa una piccola sintesi della sua missione: è venuto a realizzare le promesse di Dio, ha offerto la sua vita ed è risorto, ha salvato gli uomini dalla schiavitù del peccato e torna al Padre. L’opera che lui ha iniziato e portato a compimento apre un nuovo inizio, perché la bella notizia della salvezza deve arrivare a tutti gli uomini, di ogni tempo e luogo. La missione quindi passa alla Chiesa e in particolare agli apostoli, i testimoni diretti della risurrezione e di tutto quello che Gesù ha fatto e insegnato. È questa l’investitura ufficiale e definitiva del ruolo e del compito degli apostoli. Naturalmente per continuare la missione di Gesù essi hanno bisogno della sua stessa forza, per questo li ammonisce di non prendere nessuna iniziativa, prima di ricevere il dono dello Spirito Santo. Questo vuol dire che anche dopo la Pentecoste, e sempre, gli evangelizzatori devono muoversi solo sotto l’azione dello Spirito. Ora Gesù può salire al cielo. Luca sottolinea l’adorazione dei discepoli. Finalmente sono arrivati a capire e ad accettare: era necessario che Gesù soffrisse, era necessario che morisse per risorgere ed è necessario che torni al Padre, per poter dare inizio al tempo dello Spirito Santo, che ha il compito di animare la Chiesa intera, affinché sia capace di portare il vangelo a tutti i popoli, fino ai confini della terra, fino alla fine del mondo. È per questo che essi tornano a Gerusalemme, non piangendo per l’ascensione di Gesù, ma “con grande gioia”.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «... saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati». So che il Padre, nel nome di Gesù, perdona tutti, perdona me ancora prima che io mi renda conto del mio errore. La mia conversione è un desiderio, fatto di recidive... il sacramento della riconciliazione è presentarmi nella mia povertà alla Chiesa perché il Signore mi guarisca, a poco a poco.

  • « Di questo voi siete testimoni». Ogni giorno devo ricordarmi che posso testimoniare e 'predicare' ciò che vivo e sperimento nella vita fraterna e nell'incontro con il Signore. È la bella notizia di cui sono debitore alle persone che il Signore mi fa incontrare e a quelle con cui vivo ogni giorno.

  • «... voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». La missione che Gesù mi affida posso compierla solo se accolgo il dono dello Spirito Santo. Allora la preghiera diventa uno spazio di tempo per stare con il Signore, confidarmi con Lui, ascoltare la sua Parola e lasciare che le iniziative verso gli altri nascano dall'incontro con lui e dalla luce dello Spirito.

  • «... tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Non lo vedono più, ma sanno che rimane sempre con loro. Per noi, che non abbiamo visto Gesù, è una gioia poco accessibile. I santi l'hanno vissuta in pieno, specialmente attorno all'Eucaristia. Quindi, è anche a nostra disposizione come dono dello Spirito.

 

VI DOMENICA DI PASQUA - 1 maggio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  14,23-29

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Parola del Signore.

 

Commento

È un brano tratto dai discorsi di addio di Gesù. L’annuncio della sua partenza è il contesto della rivelazione che egli fa di sé, del Padre e dello Spirito nei capitoli 13-17 di Giovanni. E questo spiega anche il tono affettuoso che traspare quasi da ogni espressione.
I discepoli si troveranno in difficoltà, per questo Gesù chiede loro non solo la fede ma anche l’amore. E sarà l’amore a reggere anche quando la fede vacillerà e la paura impedirà loro di seguire Gesù fin sotto la croce. Ma per ora è un amore ancora immaturo, infatti Gesù denuncia la loro possessività nei suoi confronti, perché non riescono a rallegrarsi del fatto che lui vada al Padre. Non accettano che proprio questa sia la conclusione bella e naturale della missione di Gesù.
Il Padre è più grande non nella natura divina, che è uguale, ma in riferimento alla missione; infatti lui obbedisce al Padre e realizza il suo progetto di amore e di salvezza per gli uomini, per questo la sua gioia è quella di tornare da colui che lo ha inviato, per condividere la vita divina e preparare un posto agli amici.
È proprio la vita stessa di Dio che Gesù vuole donare agli uomini e chiede di essere amato, perché solo attraverso l’amore egli può comunicare la sua vita. Si tratta però di un amore molto concreto dal momento che deve esprimersi attraverso l’osservanza della sua parola. E la promessa che ne consegue è inimmaginabile: il Padre e il Figlio faranno casa nel discepolo (credo che la consapevolezza di questa promessa spieghi abbondantemente il desiderio ardente dei santi e dei mistici di sperimentare l’unione con Dio e di raggiungerlo in Paradiso).
Nell’attesa della realizzazione, il Signore annuncia la venuta dello Spirito, il quale sostituirà la presenza visibile di Gesù con la sua azione animatrice dall’interno del credente per aiutarlo a ricordare, comprendere e vivere la parola di Gesù e preparare quindi una degna abitazione per la Trinità.
Il dono della pace è la conseguenza diretta dell’affetto di Gesù per i suoi amici: è una pace che proviene da Dio e non illude e non inganna come la pace del ‘mondo’, frutto di compromessi, inganni, raggiri e sete di potere.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Se uno mi ama, osserverà la mia parola... Chi non mi ama, non osserva le mie parole». Non posso dire di amare il Signore Gesù, se non metto in pratica quello che mi ha insegnato. L'amore per il Signore, che non vedo, somiglia all'amore per i fratelli: se non diventa vita vissuta nel dono di me stesso, non è vero.

  • «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Io non vedo neanche lo Spirito, perché agisce nel mio intimo. Ma posso sperimentare la sua azione tutte le volte che, aprendo il cuore e la mente, comprendo quello che il Signore mi chiede oppure ricordo al momento opportuno una parola del Signore che mi illumina la strada.

  • «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». La pace del Signore Gesù ha la sua radice nell'obbedienza al Padre e nel dono di sé. Anche io posso dare la pace ai fratelli, solo se attingo alla stessa radice di Gesù; altrimenti la pace che do è quella del mondo, che non dura e non porta frutti.

  • «... il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Faccio fatica a comprendere queste parole. Come è possibile che la Trinità possa considerare il cuore degli uomini il suo Paradiso? Ma lo ha detto Gesù, quindi è vero. Quando con amore metto in pratica il vangelo, io divento il Paradiso di Dio.

 

V DOMENICA DI PASQUA - 24 aprile 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  13,31-33a.34-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Parola del Signore.

 

Commento

Può sembrare strano che all’uscita di Giuda Gesù lanci questo grido di trionfo: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”. È un mistero in cui dobbiamo entrare in punta di piedi.
Gesù ha veramente amato tutti “fino alla fine”, cioè fino al compimento. Ama con un amore incomprensibile i suoi, che non lo capiscono e lo abbandoneranno, e anche Giuda che, lasciando spazio dentro di sé a Satana, tradisce il suo Signore.
Gesù ha offerto a Giuda un boccone di pane. Gli esegeti discutono se è un gesto eucaristico oppure no. Io preferisco pensare che lo sia. È certo però che Gesù non fa questo gesto per denunciare Giuda al discepolo prediletto, non fa un gesto di amicizia per simulare, ma perché vuole amare fino in fondo colui che lo tradisce, in quel boccone è simboleggiato il dono totale di sé, per fargli capire che lui lo ha già perdonato e lo lascia libero di scegliere se fidarsi del suo amore o no. Il perdono del traditore apre l'ora della gloria.
‘Gloria’ in Giovanni significa la presenza salvifica di Dio che si rivela e la ‘gloria’ del Figlio indica che proprio in lui è svelato e offerto in pienezza agli uomini l’amore misericordioso e gratuito del Padre.
Così è giunta l’ora, quella del tradimento, della cattura, della passione e della morte in croce, ma soprattutto quella della manifestazione dell’amore del Figlio, unito al Padre nello Spirito, che offre la sua vita perché i suoi abbiano la vita eterna, la stessa vita di Dio. È il Padre l’attore principale, ma invisibile, in quest’ora: reso visibile in Gesù, il Padre lo glorificherà, rendendo la sua morte la massima e incredibile manifestazione del proprio amore, che rende figli nel Figlio tutti gli uomini che credono nel pastore ‘bello e buono’ e lo seguono.
Possiamo capire noi, meglio degli apostoli in quell’ora, il senso del comandamento nuovo che Gesù consegna a tutti i suoi discepoli. Si tratta di accogliere un amore totalmente nuovo, nella realtà e nella manifestazione: ricevuta la vita stessa di Dio, i discepoli da lui sono resi capaci di amare come egli stesso ama, fino a dare la vita gratuitamente, perché l’altro, chiunque, anche il nemico, anche il traditore, abbia la vita in abbondanza. È questo il documento di riconoscimento autentico dei cristiani, l’unico distintivo che essi devono portare, che realizza l’unità nell’amore della Trinità ed è l’unico elemento assolutamente essenziale e sufficiente, per compiere l’opera della salvezza dell'umanità e condurre alla fede in Cristo chi non lo conosce. Proprio così Gesù si esprimerà poco dopo nella preghiera sacerdotale del capitolo 17: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Giuda è uscito, ma Gesù continua ad amarlo e sulla croce morirà anche per lui. È un invito a perdonare tutti e io devo riconoscere che molte volte non ne sono stato capace. So che se lascio spazio allo Spirito Santo, lui mi rende capace di ogni perdono.

  • L'ora della passione e della croce è quella della gloria, non c'è distinzione o separazione. Ogni sofferenza, vissuta con Cristo, diventa gloria, cioè manifestazione dell'amore del Padre per me e del mio amore per i fratelli. Chi conosce Gesù e crede in lui sa che è vero.

  • «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Quel 'come' ci inquieta, eppure non è solo un comando, in realtà è il dono che lui ci lascia: essere in grado di fare della nostra vita un dono quotidiano e totale, come ha fatto lui.

  • «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». I preti lo dimenticano spesso e i laici non pensano di avere il compito di far vedere il vangelo vissuto per diffonderlo. L'amore fraterno non è uno strumento di evangelizzazione e neanche il primo: è l'anima di ogni azione evangelizzatrice, senza il quale l'amore di Gesù non può essere conosciuto.

 

IV DOMENICA DI PASQUA - 17 aprile 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Parola del Signore.

 

Commento

A volte, come in questo caso, capita che i brani liturgici siano poco comprensibili, se non inseriti nel contesto.
Dopo aver guarito il cieco nato Gesù discute con i farisei e si presenta come il pastore ‘bello’, cioè il pastore vero annunciato dai profeti (noi lo traduciamo con ‘buono’), che si prende cura del gregge che è il nuovo popolo di Dio, cui appartengono coloro che credono in lui.
Questa discussione avviene durante la festa della dedicazione del tempio, che per i Giudei rappresentava una festa di orgoglio nazionale, perché esprimeva la certezza del popolo che Dio era con loro e per loro.
In questo contesto si situa la domanda dei farisei a Gesù: “Dicci chiaramente se sei tu il Messia”. Gesù risponde: “Ve l’ho detto e ve l’ho dimostrato molte volte, ma voi avete deciso di non credere, perché non siete delle mie pecore”. E qui Gesù stabilisce una differenza essenziale: alcuni appartengono a lui e altri no! Tema annunciato già nel prologo e portato avanti in tutto il vangelo di Giovanni. La differenza si stabilisce su questi segni: le pecore che appartengono a Gesù ascoltano la sua voce e lo seguono. Lui le conosce una per una e dona loro la vita eterna. Può fare questo perché obbedisce al Padre, compie la missione che il Padre gli ha affidata, è strettamente unito a lui tanto da essere con lui una cosa sola; per questo nessuno può sottrargli le sue pecore, infatti nell’universo non c’è potere più forte di Dio. Ne consegue che chi non appartiene al suo gregge non ha la vita e andrà perduto.
In questo modo Gesù sgretola la sicurezza dei farisei sulla presenza di Dio nel tempio. In pratica sta dicendo: “Io sono il Messia, il Figlio di Dio, e sono il vero tempio, il Padre è presente in me. Il vostro tempio sarà distrutto, mentre io vivo per sempre e comunico la stessa vita di Dio a chi crede in me”. È un messaggio duro per chi non crede; difatti di fronte a questa rivelazione sul suo rapporto con il Padre, i giudei, ritenendola una bestemmia, prendono le pietre per lapidare Gesù. Tuttavia la porta della conversione è aperta per tutti coloro che vogliono passare dalle tenebre alla luce.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Queste parole di Gesù, dette ai giudei, ma non comprese e non accolte da loro, per noi cristiani sono l’aria in cui respiriamo e viviamo, senza la quale soffochiamo, nella paura di perderci e di perdere la vita, per sempre.

     

  • «... nessuno le strapperà dalla mia mano... nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Questa parola è per chi ascolta Gesù con gioia e lo segue con fiducia, con costanza, senza spaventarsi della propria debolezza e neanche del proprio peccato, perché lui è più grande del nostro cuore ed è misericordia infinita.

     

  • Stiamo vivendo in tempi difficili, tanti di noi hanno l’impressione di essere sballottati nella tempesta, senza che nessuno possa intervenire per salvarci. Una tempesta che sconvolge non solo la vita sociale, ma anche e non di meno quella ecclesiale. Se stiamo con il Signore, sappiamo che niente e nessuno è più forte di lui né può separarci da lui, se noi non vogliamo.

     

  • «Io e il Padre siamo una cosa sola». Questa frase non parla solo di Gesù e di suo Padre, si riferisce anche a noi, perché è l'essenza del dono che Il Figlio eterno ha ricevuto dal Padre e che lui è venuto a offrire a noi, diventando carne come noi, morendo sulla croce e risorgendo il mattino di Pasqua. In Cristo anche noi possiamo diventare 'una cosa sola' con il Padre, senza perdere la nostra identità.

 

III DOMENICA DI PASQUA - 10 aprile 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  21,1-19

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Parola del Signore.

 

Commento

Siamo di fronte ad un brano tutto particolare. Gli studiosi sono concordi nell’affermare che il capitolo 21 è stato aggiunto da colui che ha redatto la stesura finale del vangelo, dopo la morte dell’apostolo ed evangelista Giovanni, usando materiali che circolavano nella comunità giovannea. La Chiesa comunque l’ha sempre considerato, fin dall’inizio, parte integrante del vangelo. Ci mettiamo dunque nella prospettiva di capire cosa ha voluto comunicare a noi l’autore.
Il tema possiamo esprimerlo così: Gesù, gli apostoli e la loro missione dopo la risurrezione. Il linguaggio utilizzato è altamente simbolico. Proviamo ad entrare nei simboli.
L’autore ci presenta un gruppo di apostoli incompleto, solo 7 su 11, quindi ferito e disunito. Pietro è il leader, che decide di andare a pescare, anche da solo, ma gli altri lo seguono. Il mare è il mondo e la pesca rappresenta la missione di evangelizzare. Il fallimento è totale perché essi lavorano al buio, senza la luce del risorto, e seguendo un’iniziativa personale di Pietro. Ma quando spunta l’alba, che è l’ora della risurrezione, Gesù si presenta, raccoglie la loro delusione e dà un’indicazione precisa: dalla parte destra, che è il lato del tempio da cui sgorga il fiume della salvezza, secondo Ezechiele e soprattutto il lato della ferita di Gesù da cui sgorgano acqua e sangue, simbolo dei sacramenti. Obbediscono senza discussione e raccolgono una quantità miracolosa di pesci; la rete, che rappresenta la Chiesa, non si rompe, perché deve essere capace di contenere tutti gli uomini che crederanno in Gesù. Il fatto che nessuno riconosca il Risorto indica che non basta la vista e la memoria umana per riconoscerlo, ma è necessario l’amore che genera la fede, la quale a sua volta ravviva l’amore. Per questo è il discepolo prediletto, quello che nell’ultima cena ha posato il capo sul petto di Gesù, che per primo lo riconosce e lo dice a Pietro, il quale, aperti gli occhi della fede e con l’entusiasmo suo tipico, subito indossa la veste della dignità di discepolo, che, nudo, aveva smarrito, lavorando senza Gesù, e si getta a nuoto per arrivare per primo da lui. Gesù ha preparato il pasto eucaristico e lo offre ai discepoli, dopo aver chiesto di portare con sé qualcuno dei pesci che, per il numero misteriosamente simbolico di 153, rappresentano tutti i salvati della storia. Così la comunità eucaristica è completa.
Il dialogo tra Gesù e Pietro, dopo il pasto, è un capolavoro spirituale e mistico. Gesù non sta rimproverando Pietro, gli sta dando la possibilità di riscattare il triplice rinnegamento, perché non rimanga nessun residuo di senso di colpa. E questo è tanto vero che già alla prima domanda: “Ami me più che i tuoi amici?”, dopo la risposta di Pietro, il Signore gli affida il compito di essere il suo vicario e di guidare la Chiesa a nome suo. Non tiene conto dei rinnegamenti, solo gli chiede di amarlo e di seguire le sue orme fino a dare la vita per lui e il vangelo. Cosa che Pietro farà con piena fedeltà, fino al sacrificio della vita.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Pietro trascina alcuni degli amici in una sua iniziativa, anche buona, ma il Signore non c'è. Il fallimento è totale. Imparerà che non è lui a salvare il mondo, ma il Signore risorto, che ha bisogno della collaborazione sua e degli altri.

  • Gesù ha preparato sulla spiaggia l'eucaristia. La vita della Chiesa si svolge tra la celebrazione dell'eucaristia e l'evangelizzazione nel mondo. Essa, solo vivendo la comunione con la Trinità e tra i fratelli, è se stessa e trova motivazioni ed energia per il suo impegno missionario.

  • Il ministero di Pietro è fondato sul suo rapporto personale con Gesù, attorno a tre parole: mi ami?, pasci, seguimi. Forse anche per tutti i preti e i laici possono tracciare il progetto di vita pastorale, famigliare e sociale.

  • Tre rinnegamenti, tre attestazioni di amore, tre volte la missione. Gesù non si scoraggia per le mie cadute, insiste perché mi conosce meglio di me stesso e ha fiducia in me. Se è così, non posso avere il diritto di scoraggiarmi per le mie cadute e di tirarmi indietro.

 

II DOMENICA DI PASQUA E DELLA DIVINA MISERICORDIA - 3 aprile 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore.

 

Commento

Pietro ha visto i teli e rimane perplesso, senza capire, il discepolo prediletto crede senza vedere il Signore, gli altri apostoli hanno sentito l’annuncio di Maria di Magdala ma non basta a tutti per credere e hanno ancora paura dei giudei. Gesù si presenta da risorto, entrando a porte chiuse, e deve convincerli che è proprio lui, per questo mostra le ferite, la sua è carne risorta con le ferite aperte, restano per sempre il segno dell’amore che salva. Allora scoppia la gioia. Il Signore dice: “sono proprio io e sono venuto a realizzare le promesse che vi ho fatto, sono tornato per affidarvi la vostra missione. Il Padre ha mandato me, ho compiuto la mia missione, sulla croce ho rivelato il suo e il mio amore, ora voi dovete rendermi ancora e presente nel mondo fino alla fine dei tempi. Come? Amandovi l’un l’altro e conservando l’unità dovete condurre gli uomini a credere in me e nel Padre, per questo vi do il mio Spirito, che vi consacra nella verità e vi rende capaci di portare i miei doni: la pace, il perdono e la vittoria su ogni male”.
Ma Tommaso non c’era. All’annuncio dei suoi amici, rimane risentito. Pretende di vedere e toccare anche lui il Signore, altrimenti non crederà. Otto giorni dopo, il Signore lo accontenta e lo invita a toccarlo. Tommaso non ne ha più bisogno. È come gli altri, lo ha visto e può essere anche lui testimone del risorto nel mondo. Il suo grido di fede, “mio Signore e mio Dio”, attraversa la storia e raggiunge il cuore e la mente di tutti i credenti. Il Signore non lo rimprovera, riconosce che aveva anche lui il diritto di vederlo, ma precisa che c’è un modo più grande e perfetto di credere: quello di chi crede senza vedere, come il discepolo prediletto. Sarà la strada che percorreranno tutti coloro che accoglieranno la parola dei testimoni, che il Signore ha scelto.
La seconda domenica di Pasqua è anche la festa della divina misericordia. Questo mondo ha bisogno di misericordia. Forse noi, uomini di questo tempo, non ne siamo capaci, perché abbiamo dimenticato che la sorgente della misericordia è il cuore di Cristo e perché non la chiediamo anzitutto per noi. Il vangelo su questo ci offre due parole di Gesù che ci illuminano.
La prima: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati». Il potere di Gesù di rimettere i peccati si estende alla Chiesa, che diventa la casa della misericordia. Non ci deve spaventare l’altra parte: «a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati», perché la Chiesa deve fare come Gesù, che chiede la misericordia del Padre anche su coloro che lo crocifiggono e non si rendono conto del male che stanno facendo, e soprattutto non sono capaci di mostrare nessun segno di pentimento. La Chiesa perdona tutti e prega perché tutti i cuori si aprano per ricevere il perdono di Dio e dei fratelli.
La seconda: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Il rifiuto di credere di Tommaso mi interroga, perché anch’io a volte chiedo di vedere e di toccare la presenza del Signore e il suo aiuto concreto. Ma sono arrivato a comprendere che la fede è la condizione indispensabile per accogliere la misericordia che Gesù mi vuole donare gratuitamente, per essere compreso e perdonato e per diventare suo testimone nel mondo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Pace a voi!». È un saluto un po' diverso dal nostro «Buon giorno». Quello che Gesù dice si realizza nei cuori che accolgono la sua pace. Io, cristiano, quando incontro le persone, ho la possibilità reale di comunicare la pace del Signore che porto dentro di me. Così la mia vita e quella degli altri diventa più serena e più bella.

  • «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati». È il sacramento della misericordia, a mia disposizione nella Chiesa. Ma ogni cristiano che perdona il fratello fa parte del fiume della misericordia che sgorga dal costato di Cristo e raggiunge tutti. Solo chi non perdona gli altri, ne rimane fuori.

  • Quante volte, di fronte alle difficoltà della vita, alle sofferenze, alle preghiere non esaudite, ho preso le distanze da Gesù e l'ho sfidato. Se conservo la speranza, il Signore mi viene incontro in molti modi e attraverso molte persone. Allora, con gioia e con un po' di pentimento, posso gridare anch'io: «Mio Signore e mio Dio!».

  • «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Quanta fatica per accettare questa beatitudine. Anch'io vorrei vedere Gesù. Ma l'amore non si tocca con le mani, si vive con il cuore e richiede fiducia piena. Così la fede. Quando credo in Gesù risorto, tutto è luminoso, anche il dolore. Quando non credo, anche le cose più belle si vestono di buio.

 

PASQUA DI RISURREZIONE - Veglia del 27 marzo 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  24,1-12

Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.

Parola del Signore.

 

Commento

È un racconto semplicissimo, ma ricco di implicanze per la fede. Anzitutto sembra chiaro che nessuno si aspettava la risurrezione, anche se Gesù l’aveva predetta. Nessuno poteva avere l’idea di cosa sarebbe successo, perché la risurrezione è un evento assolutamente unico e imprevedibile nei modi in cui si è manifestato. Soltanto dopo gli apostoli si faranno un concetto preciso e sarà quello che predicheranno nel mondo. Così le donne restano perplesse di fronte alla sparizione del corpo di Gesù. Saranno i due ‘angeli’ a far ricordare le parole di Gesù e ad affidare loro il compito di essere le prime annunciatrici della risurrezione del Signore. La loro testimonianza, invalida per la Legge ebraica, si scontrerà con i pregiudizi e l’incredulità degli apostoli. A Pietro non basteranno neanche la corsa al sepolcro, la verifica della sparizione del corpo, ma non della sindone, e il ricordo della parola di Gesù per rispondere con la fede, si limiterà allo stupore con molti interrogativi senza risposta. Saranno necessarie varie apparizioni e diversi segni della concretezza anche ‘fisica’ della risurrezione.
Rimane per noi misterioso quel verbo ‘bisogna’, che esprime la necessità del passaggio attraverso la croce per arrivare alla risurrezione e realizzare la salvezza dell’umanità. È una necessità rispetto a Dio (il suo amore misericordioso richiede che qualcuno dia il segno del distacco doloroso dal peccato, e Gesù ha portato dentro di sé tutti i peccati), rispetto agli uomini (perché gli uomini capiscano fino a che punto Dio li ha amati) o a tutti e due?

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Le donne cercano il cadavere di Gesù. Qualche volta anch'io considero Gesù come se non fosse risorto. Vado a trovarlo ogni tanto, gli porto qualche fiore, ma non lo vedo vivo, che cammina con me e mi indica la strada.

  • Nessuno crede alla testimonianza delle donne. Quante volte sono rimasto sorpreso, ma non toccato e cambiato, dalla testimonianza di tanti santi del passato e del presente. Mi difendo, mi dico che non è per me. E resto fermo nella mia comoda mediocrità.

  • Ma Cristo è veramente risorto. Se apro anche un po' il mio cuore e la mia mente, mi sento invaso dalla gioia, perché capisco e so che la mia vita ha un senso e un valore, che vanno oltre le debolezze, i fallimenti, i miei peccati e la mia morte. Gesù è risorto anche per me.

  • Le donne hanno testimoniato. Non basta testimoniare perché gli altri credano. Ma la mia parte voglia farla fino in fondo. Non smetterò di far vedere con la mia vita che credo in Gesù Risorto. Il risultato non è nelle mie mani, ma nella forza dello Spirito e nella libertà di chi vede e ascolta.

 

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Domeniche di Quaresima (Anno C)

DOMENICA DELLE PALME - 20 marzo 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  22,14 – 23,56

Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo. E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della Potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.

Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

Parola del Signore.

 

Commento

Solo alcune annotazioni parziali e lascio a ciascuno di meditare sulla passione di Gesù in questa settimana.
Mi colpisce molto nella passione di Luca la delicatezza con cui viene tratteggiata la figura di Pietro e la straordinaria manifestazione di affetto di Gesù per lui. Prima si rivolge a lui con dolcezza chiamandolo due volte con il nome della sua giovinezza “Simone, Simone” e gli annuncia che Satana lo sottoporrà a una dura prova, ma lo esorta a non spaventarsi perché la preghiera che ha fatto per lui al Padre è garanzia che alla fine Pietro ne uscirà vincitore e in più con il compito di confermare gli altri nella fede, compito di primato nel servizio della fede per il gruppo degli apostoli. Luca però non può esimersi dal riferire l’atteggiamento presuntuoso di Pietro, che non coglie l’avvertimento del maestro, ma protesta la sua sicurezza di rimanere al suo fianco fino alla morte. È con una certa tristezza che il Signore gli predice il triplice rinnegamento. Poi Luca non riporta il rimprovero a Pietro perché dorme al Getsemani (come fanno Mt e Mc) e neanche dice che è stato Pietro a tagliare con la spada l’orecchio a Malco (cfr Gv). Infine dopo i tre rinnegamenti Luca riporta lo sguardo di Gesù a Pietro: sguardo intenso che esprime tutto l’amore misericordioso che in quel momento Gesù prova per lui e gli fa ricordare non solo la predizione del rinnegamento ma anche il dono della preghiera che il Signore ha già fatto per lui e che in quel momento gli dà il coraggio di prendere coscienza della propria fragilità e debolezza e di fidarsi non più della propria convinzione presuntuosa ma della forza che il Signore gli ha già donato. Le lacrime amare non dicono disperazione, ma liberazione operata dall’amore di chi sta dando la vita per lui e per tutti.
Quello di Luca è tipicamente il vangelo della misericordia. Allora non ci meravigliamo che solo lui riporti durante la passione due perle che esprimono la realizzazione più alta della misericordia del Signore:
«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», è la testimonianza che Gesù ha preso davvero dentro di sé i peccati di tutti gli uomini e considera suoi fratelli coloro che lo mettono in croce, i quali non sono gli uomini più cattivi della storia ma solo i rappresentanti di tutti i peccatori e quindi anche di noi. Per di più chiede perdono al Padre, giustificandoli per ignoranza. In effetti se gli uomini si rendessero conto fino in fondo del male che fanno agli altri e a se stessi, offendendo Dio, molto probabilmente non lo farebbero.
«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso», è il riconoscimento della regalità di Gesù (vilipesa dai capi e affermata da un malvivente condannato a morte) e l’inaugurazione del Regno di Dio al quale hanno accesso tutti i peccatori che si fidano di Gesù e dell’amore del Padre, che si è manifestato in lui. In questo modo Luca dice a chiare lettere che il Signore non aspetta altro che un piccolo segno di pentimento, anche all’ultimo momento e perfino interessato, per riversare nei peccatori i tesori della sua misericordia senza limiti.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Contemplo Gesù nella sua passione e non so se è più grande il pentimento dei miei peccati, la riconoscenza per la sua misericordia ‘estrema’ o l’ammirazione per il Figlio di Dio che, mentre viene barbaramente schiacciato, dice e fa cose inimmaginabili e assurde per la mia mentalità e sensibilità.

  • Mi chiedo: come faccio io a leggere ogni anno la passione di Gesù e a non diventare santo davvero? Poi mi guardo dentro e capisco perché: ho fatto l’abitudine, le considero cose già sentite e mi lascio prendere solo da una emozione passeggera, mentre la vita concreta continua come prima.

  • Gesù sa che io lo rinnegherò di nuovo. Non sono ancora libero dal peccato, nonostante i numerosi e immensi doni che il Signore mi ha fatto. Chiedo a Gesù di pregare anche per me, come per Pietro, e di guardarmi con misericordia, quando cadrò ancora.

  • Quante storie faccio dentro di me, quando mi capita di dover perdonare chi mi ha fatto un torto. Poi sento te, che perdoni chi ti mette in croce. Ti ringrazio perché non ti stanchi di richiamarmi e di educare il mio cuore alla misericordia.

 

V DOMENICA DI QUARESIMA - 13 marzo 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Parola del Signore.

 

Commento

È un brano particolare: tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che non appartenga a Giovanni, somiglia di più a un testo lucano. Tuttavia i manoscritti antichi lo riportano nel vangelo di Giovanni. Per la Chiesa è comunque vangelo autentico e il fatto che lo proclami in quaresima indica che lo ritiene un bellissimo ritratto di Gesù e una piccola sintesi del suo insegnamento e della sua missione.
La situazione è drammatica e chiara: un peccato evidente punito con la morte nella legge di Mosè; la cattiveria subdola degli scribi e farisei che utilizzano una donna come strumento per far cadere Gesù in trappola; il Messia che deve fronteggiare una piccola folla, sobillata dai farisei, e sottrarsi a una trappola insidiosa.
Prima di parlare di Gesù, domandiamo agli avversari: se l’avete scoperta in flagrante, come mai portate solo la donna? E l’uomo dov’è? Mosè non aveva scritto che dovevano morire entrambi gli adulteri? Segno di una discriminazione maschilista e ipocrita.
Come in altri passi, Gesù viene provocato a prendere posizione sulla legge di Mosè e risolve il problema da par suo. Non si mette in contrasto con la Legge, anzi invita gli accusatori a procedere alla lapidazione, ma li sferza con una annotazione bruciante: può farlo solo chi è senza peccato. Possiamo immaginare che prima di piegarsi di nuovo a scrivere abbia guardato bene in faccia i più anziani, magari in prima fila.
Per due volte l’evangelista nota che Gesù scrive col dito per terra. L’ha ritenuto un gesto significativo, ma non dice cosa scrivesse e noi non lo sapremo mai. I commentatori danno varie spiegazioni del gesto: scrive i peccati degli accusatori; scrive nella polvere i nomi degli accusatori facendo loro ricordare Ger 17,13: “Sarà scritto nella polvere chi si allontana da te”; vuol far capire che non ritiene preoccupante la sfida a cui è chiamato…
Ho trovato anche un’altra ipotesi, che mi piace di più. La Legge di Mosè è proprio il motivo della prova. Esodo 31,18 e Deuteronomio 9,10 dicono che le tavole della legge ricevuta da Mosè sono state “scritte dal dito di Dio” sulla pietra e questo lo sapevano tutti. Mi sembra perciò che il gesto di scrivere col dito sulle lastre di pietra del pavimento del tempio forse poteva indurre i lettori cristiani a riconoscere in Gesù il nuovo legislatore che col dito ‘divino’ incide la legge nuova, che non cancella quella di Mosè ma la riscrive, partendo dal principio della misericordia.
In ogni caso la misericordia messianica di Gesù è la protagonista del brano.
Gli accusatori se ne vanno: è lecito pensare che il riconoscimento implicito di essere peccatori sia un timido inizio di conversione? Possiamo sperare che sia stato così.
Rimasto solo con l’accusata, Gesù si mette in piedi di fronte a lei e la chiama ‘donna’, restituendole il rispetto e la dignità. Nel dialogo la tratta con verità e amore misericordioso, dicendole che ha commesso una colpa grave, ma che lui non la condanna e, dopo averla salvata dalla lapidazione, le offre la possibilità di una vita nuova e piena, lontana dal peccato. La donna così è restituita alla vita e a se stessa, in totale libertà, e con un invito all’amore vero.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Sono io, accusato, nel 'mezzo' dell'assemblea per sapere se mi condannano o no. Guardo Gesù e penso che forse lui mi può salvare. È l'unica speranza che mi resta. Mi fido e mi affido.

  • Sono tra la folla: quanto fastidio mi dà pensare che Gesù potrebbe perdonare i dittatori licenziosi e sanguinari, i trafficanti d'armi, i mafiosi, i corrotti: politici, amministratori, finanzieri o banchieri, i preti e i vescovi pedofili... Ho già le pietre in mano. Che faccio?

  • Sono Gesù e mi chiedono di condannare qualcuno. Cosa scrivo per terra? Cosa dico a chi mi interpella?

  • «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Sono libero. Gesù ha fiducia in me e mi incoraggia a non peccare più. Cosa ne faccio della mia libertà e della sua fiducia?

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA - 6 marzo 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  15,1-3.11-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore.

 

Commento

Mi sembra superfluo commentare la parabola, fin troppo conosciuta. Sottolineo solo alcune cose. Il figlio giovane, riconosce i doni del padre, ma ritiene di poter vivere senza di lui. La richiesta della sua parte di eredità significa che il padre per lui è come se fosse già morto.
Il padre, non solo non lo punisce, ma lo lascia libero di fare ciò che vuole, anche di fronte a una offesa mortale, che lui, volendo, potrebbe castigare, ma non lo fa.
I doni del padre sono utilizzati per una vita senza salvezza e fallimentare, che a poco a poco prosciuga gli stessi doni e la dignità del giovane.
La degradazione e la fame fanno nascere la nostalgia dell’aria di casa, con la percezione dolorosa di esserne ormai definitivamente fuori: non più da figlio, ma almeno da servo, pur di respirare quell’aria e avere di che vivere decentemente. Il pentimento parte dalla fame di cibo, ma approda alla consapevolezza di aver perso l’identità di figlio e di non poterla recuperare per qualche merito proprio.
Il padre lo ha già perdonato prima del suo ritorno, lo sta aspettando e quando arriva, sporco e puzzolente, lo abbraccia, lo bacia, prima ancora che lui parli, e non gli lascia finire una frase che per lui sarebbe un'altra idiozia. Infatti è sempre figlio per il padre, che non vuole neanche sentire parlare di servitù: la festa per il ritorno è la sua risposta. Dio Padre è così, possiamo solo accettarlo, senza discutere.
La parte più difficile per lui sarà convincere l’altro figlio che fare festa per il ritorno del fratello è, non un di più o una pazzia senile, ma ‘giusto’. Qui non si tratta di giustizia ‘legale’ ma di quella che fiorisce sull’albero fecondo dell’amore ‘pazzesco’ di Dio Padre e che i legulèi (sono i farisei di tutti i tempi e di tutti i luoghi) non solo non capiscono e non accettano, ma neanche riescono a vedere o immaginare.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Padre. Ha una logica capovolta: il figlio giovane lo tratta da morto e lui lo lascia libero, lo accontenta e poi lo aspetta, gli restituisce la dignità di figlio e fa festa; il figlio maggiore lo tratta da padrone e rifiuta il fratello, ma lui esce a supplicarlo (Dio Padre può mai supplicare un uomo? Gesù dice di sì). Gesù ci presenta un Dio incomprensibile. Ma io non voglio essere amato così?

  • Il figlio più giovane. Comportamento inqualificabile, ma tanto diffuso. Non ha mai capito cosa voglia dire essere figlio, ma neanche essere padre (e non può!). Riconosce di non aver più diritto alla figliolanza, ma è un'ulteriore incomprensione dell'amore di suo padre. Anch'io tante volte non l'ho capito.

  • Il figlio maggiore. Mai stato figlio, solo servo che aspetta la morte del padrone; mai stato fratello, solo coinquilino rancoroso. Non vuole fare festa e non sappiamo se la supplica del padre gli ha cambiato il cuore. Ho bisogno di sentirmi figlio amato e riconoscente per accogliere tutti come fratelli.

  • Io. Questa settimana il Padre mi chiama: a convertirmi per tornare da lui come figlio; a fare festa con lui per tutti i fratelli che tornano a casa; a somigliare a lui verso tutti i fratelli che mi hanno fatto qualche torto. Sarà una settimana molto impegnata.

 

III DOMENICA DI QUARESIMA - 28 febbraio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  13,1-9

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù sta andando decisamente verso Gerusalemme e incontro alla sua passione. Attorno a lui cresce anche l’attesa che si riveli come Messia e tanti si aspettano che prenda in mano le sorti di Israele per restaurare il regno di Davide e cacciare gli odiati romani. Probabilmente alcuni vogliono sondare le reazioni del Signore, quando si presentano a riferirgli che Pilato ha fatto uccidere dei Galilei, durante la celebrazione di sacrifici nel tempio. Forse volevano vederlo indignato contro Pilato e desideroso di punire questo ulteriore sopruso contro la religione di Israele. Ma Gesù non si lascia coinvolgere; coglie invece l’occasione per offrire due insegnamenti.
Il primo è di tipo teologico e riguarda il legame tra peccato e punizione: le tragedie che capitano nella vita non sono un castigo di Dio per i peccati, altrimenti tutti le subirebbero; invece vediamo che ciò non avviene, anzi molte volte i malvagi prosperano indisturbati, mentre i giusti soffrono in mille modi. È così vero questo, che Gesù stesso aggiunge, a conferma, un altro episodio non causato da volontà umana: il crollo di una torre che ha ucciso diciotto persone ‘innocenti’.
Il secondo è molto pratico e riguarda ogni persona che viene a conoscenza di tragedie toccate ad altri. La domanda da porsi deve toccare non le vittime delle violenze o delle catastrofi ma se stesso: “se fosse successo a me, come mi troverei di fronte a Dio?”. Chi non si converte, dice Gesù, perirà allo stesso modo; cioè, riuscirà, di fronte alla morte inattesa, ad avere il tempo di prepararsi all’incontro definitivo con Dio? Oppure correrà il rischio di una condanna eterna? Così esorta in maniera perentoria a considerare ogni tragedia che possa capitare agli altri come un invito a convertirsi e cambiare mentalità e vita.
Luca, a questo punto, preoccupato che qualcuno si spaventi e pensi che Dio stia in agguato per punire, utilizza la tradizione del fico senza frutti (riportata da Marco e Matteo) per comporre una parabola di misericordia, perfettamente in linea con la predicazione di Gesù. In primo piano c’è la situazione di Israele: Dio ha aspettato i frutti e ha mandato il Figlio come ultimo tentativo: ha predicato e operato miracoli, tanti hanno creduto, ma i capi, che rappresentano il popolo, no. I cristiani, dunque, sanno che Israele non ha più portato frutti di fede. Ma la parabola riguarda anche ciascuno di noi. Il Padre ha tanta pazienza nell’attendere che noi suoi figli portiamo frutti buoni nella nostra vita, ma il tempo è limitato (i 3 anni della parabola). Quando si avvicina il tempo del giudizio, il Figlio (il vignaiolo mandato dal Padre a ‘lavorare’ nella sua vigna) chiede ancora pazienza al Padre e fa di tutto (insegna e dà la sua vita) perché noi comprendiamo il suo amore e ci impegniamo a vivere da veri figli di Dio. Chi non vorrà capire ancora e non si convertirà sarà ‘tagliato’.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Credete che fossero più peccatori...?”. Io giudico gli altri e a volte anche il comportamento di Dio nei loro confronti, e dimentico che su di loro posso dire poco, mentre su di me posso dire molto di più e con più verità, per arrivare a desiderare e decidere di convertirmi. Cosa aspetto?

  • Il pensiero che arriverà il giorno in cui sarò chiamato alla presenza di Dio è ritenuto importante e molto utile dai maestri di vita spirituale; ma è già nella Sacra Scrittura: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90 (89)). Chi arriva alla sapienza del cuore si converte. Chi non ci arriva è chiamato stolto da Gesù (cf Lc 12,16-21).

  • “Padrone, lascialo ancora quest’anno...». È Gesù che chiede al Padre di avere pazienza con me, quando non porto frutti, anzi, cado sempre nei soliti peccati. La misericordia di Dio è anche paziente.

  • Non mi riesce facile accordare agli altri la stessa pazienza che Dio ha con me e di cui faccio esperienza molto spesso. Eppure so molto bene che è una caratteristica dell'amore vero. Quando non ho pazienza metto me stesso e i miei criteri al centro delle mie relazioni e schiaccio le persone.

 

II DOMENICA DI QUARESIMA - 21 febbraio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  9,28b-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Parola del Signore.

 

Commento

La trasfigurazione è raccontata da tutti i sinottici e la liturgia della seconda domenica di quaresima ce la presenta tutti gli anni quasi come anticipazione della risurrezione e come invito a guardare la gloria divina di Gesù prima dell’ignominia della passione.
Anzitutto Luca colloca questo avvenimento di rivelazione all’interno della preghiera di Gesù: è l’atteggiamento tipico del Figlio eterno che si mette in comunicazione con suo Padre. È stato così nel battesimo, sarà così nel Getsemani, dovrebbe essere così per ogni cristiano nei momenti di crisi e di decisioni importanti.
Il racconto è pieno di riferimenti biblici. Il monte su cui sale il Signore richiama il luogo della esperienza di incontro con Dio che hanno fatto Mosè ed Elia. La loro presenza visibile richiama la prima alleanza stipulata con la mediazione di Mosè e difesa dai profeti, che sta per essere sostituita da quella nuova ed eterna realizzata nel sangue del Figlio. Il colloquio verte sull’esodo: Gesù realizzerà a Gerusalemme il passaggio pasquale dalla morte alla vita che la pasqua ebraica simboleggiava e anticipava. Le capanne di cui parla Pietro, mentre risultano il tentativo di fermare l’esperienza, ricordano il pellegrinare di Israele nel deserto. La nube richiama il segno della presenza di Dio presso il popolo di Israele nell’esperienza dell’esodo e la paura che invade i discepoli è la reazione tipica degli uomini della Bibbia che si rendono conto di trovarsi al cospetto di Dio. La voce del Padre conferma la realizzazione della promessa contenuta in Deuteronomio 18,15 (“Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”). L’invito perentorio ad ascoltare Gesù costituisce il risvolto pratico della rivelazione: se è il Figlio, allora è necessario seguire quello che dice per essere salvati.
Pietro, Giacomo e Giovanni sono presentati come i testimoni prescelti di un’esperienza della divinità di Gesù che non comprenderanno subito, ma che rimarrà loro impressa nella mente e nel cuore. Essi anche qui, come nell’orto degli ulivi, sono oppressi dal sonno e non comprendono quello che sta succedendo al loro maestro. Lo comprenderanno dopo la risurrezione e solo allora potranno comunicarlo agli altri.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù prende con sé gli amici più vicini. Oggi chiama me, perché vuole comunicarmi qualcosa di speciale. Mi interessa? Lo seguo sul monte? Ho altre cose più importanti da fare?

  • I tre amici si addormentano. E lo faranno anche nell'orto degli ulivi. Ci sono droghe quotidiane che mi fanno addormentare, così che non vedo e non capisco quello che Gesù ha da dirmi e da farmi sperimentare. Le riconosco? Sono capace di astenermene?

  • Gesù con Mosè ed Elia parla del suo 'esodo'. Anch'io cammino verso il mio esodo, la realizzazione della mia vocazione e missione in questo mondo. La mia attenzione e le mie energie sono concentrate su questo centro della mia esistenza o si disperdono dietro cose secondarie o inutili?

  • Pietro vuole fermare il momento straordinario che sta vivendo. Quanto sono consapevole e ho accettato che i momenti belli della mia vita hanno lo scopo di darmi forza e motivazioni per affrontare la passione di ogni giorno? Quando voglio sedermi, Gesù mi dice: “Alzati, riprendi il cammino, sei ancora lontano...”

 

I DOMENICA DI QUARESIMA - 14 febbraio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  4,1-13

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Parola del Signore.

 

Commento

Questo brano è una sorta di sintesi del vangelo di Luca: Gesù al centro, mosso dallo Spirito Santo, incontra il Padre nel deserto; tentato, lotta e vince agevolmente contro il ‘divisore’ (è il significato del termine greco ‘diavolo’, colui che vuol dividere l’uomo da Dio) con l’aiuto della Sacra Scrittura; conferma con forza di voler essere figlio che obbedisce al Padre. La conclusione rimanda al momento decisivo della lotta, quando il diavolo vestirà i panni dei capi dei sacerdoti e lo tenterà a salvare se stesso, scendendo dalla croce.
La scena non pretende di essere una cronaca di come si sono svolti i fatti, ma sicuramente dice come gli evangelisti Luca e Matteo (che hanno una fonte comune) vogliono presentare ai cristiani il modello Gesù, uomo, tentato come noi, ma vincitore per se stesso, che però traccia anche la strada della vittoria per noi.
Entriamo nella scena.
Gesù nel battesimo è stato riconosciuto come il Figlio amato. Il diavolo lo raggiunge nel deserto, alla fine del ritiro spirituale di quaranta giorni di preghiera e digiuno, quando Gesù è preso dalla debolezza della fame. L’‘avversario’ (è il significato dell’ebraico ‘satana’) non contesta il fatto che lui sia il Figlio di Dio, solo cerca di convincerlo ad interpretare il suo ruolo di figlio in un modo un po’ diverso da come lo pensa il Padre.
Le tre tentazioni sono lo schema di tutte quelle possibili e si riferiscono ai rapporti fondamentali di ogni persona: con le cose, con Dio e con gli altri. Le pietre trasformate in pane rappresentano il possesso delle cose senza rispettare l’ordine naturale, per soddisfare i propri bisogni, reali o fittizi; il prostrarsi davanti al diavolo simboleggia il cedimento a seguire il padre della menzogna che propina illusioni, solleticando la sete di potere sugli altri; il buttarsi dal pinnacolo del tempio esprime l’ansia di successo e di consenso delle folle, pretendendo anche l’aiuto di Dio.
Gesù, rispondendo solo con espressioni della Scrittura, si riconosce come figlio che tutto ha ricevuto dal Padre e non ha niente di proprio da vantare, se non l’amore ricevuto e a cui vuole corrispondere. Il tentativo del diavolo di strumentalizzare la Parola, infine, serve a Luca per denunciare coloro che leggono la Bibbia a pezzettini, cercando appoggi per giustificare dottrine o orientamenti morali propri.
Il cristiano che legge questo brano ha così davanti a sé il modello da seguire nella lotta contro il vero ‘nemico’.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù, mosso dallo Spirito, affronta la lotta e vince. Tu, Signore, hai vinto contro l'avversario, dal quale io sono stato sconfitto molte volte. Quando ho pensato di giocare da solo, ho perso. Se gioco insieme a te e mi lascio guidare dallo Spirito, anche io vinco e posso vivere da figlio di Dio.

     

  • Il possesso delle cose. Tutto tu hai creato e messo a disposizione dell'uomo per la sua vita e per la sua felicità. Io spesso oscillo tra la schiavitù delle cose belle e buone di questo mondo e la pretesa di manipolarle a mio piacimento, senza rispettarle nella finalità per cui le hai create.

     

  • La ricerca del successo. È giusto che ciascuno cerchi la propria realizzazione in questa vita. Tu, Signore, mi hai indicato che l'autentica realizzazione consiste nel vivere da figlio di Dio, amare i fratelli, fare della propria vita un dono per gli altri, fino alla croce. La stima e l'applauso degli altri non sempre coincidono con il pensiero di Dio.

     

  • Il potere. C'è un potere sugli altri e un potere per gli altri. Gesù ha rifiutato il primo e ha esercitato il secondo sulla croce. Per il suo sacrificio il Padre gli ha dato il potere di salvare tutti. Possiamo condividere un po' il suo potere, per aiutarlo a salvare almeno un fratello.

 

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Domeniche del tempo Ordinario (Anno C)

 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 7 febbraio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  5,1-11

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Parola del Signore.

 

Commento

Colpisce in questo brano anzitutto la cornice di folla e l’intensità del rapporto personale che si instaura tra Gesù e Pietro, in una specie di contrasto apparente. Luca sottolinea la presenza di una folla, addirittura soffocante, quasi a segnare una rivincita dopo il rifiuto dei nazaretani. Ed è in un bagno di folla che Gesù chiama attorno a sé i suoi apostoli, che lo accompagneranno nel viaggio verso Gerusalemme. Della folla si dice che assedia Gesù, non per i miracoli, ma per ascoltare la parola di Dio: Gesù è allora il profeta che attira uomini e donne perché rivela il volto di Dio (in tutto il vangelo Luca lo mostrerà come Padre misericordioso).
Di Pietro Luca dipinge la vicinanza a Gesù (gli aveva già guarito la suocera ed era entrato in casa sua), l’impegno e la competenza nel lavoro, la disponibilità a mettere a disposizione di Gesù la barca, una timida informazione prima dell’obbedienza fiduciosa, la fatica nell’accogliere il dono di una pesca ‘esagerata’, lo stupore e il timore di trovarsi di fronte a una manifestazione divina, il riconoscimento della propria indegnità (non perché avesse chissà quali colpe morali, ma perché pensava che in quanto uomo-peccatore non meritasse di stare alla presenza di un inviato di Dio), la sua risposta immediata nel seguire Gesù, insieme ai suoi soci e amici.
Quanto a Gesù possiamo, penso, immaginare la sua intima gioia, quasi giocosa, nel fare un miracolo non richiesto con il risultato, in un primo tempo, di stupire quelli che avrebbe chiamato, ma soprattutto per spazzare via con una sola frase le paure di indegnità e rivelare che Dio si serve di ‘peccatori’ per chiamare a sé e salvare altri ‘peccatori’.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La folla cerca Gesù per ascoltare la sua parola. Chi sono oggi i profeti che parlano a nome di Dio? E io che disposizione ho verso di loro? Per la comunità è una preghiera utile, chiedere al Signore ministri capaci di offrirci il pane profumato e nutriente della sua Parola.

     

  • Pietro è pescatore e capo di altri pescatori. Di fronte all'ordine di Gesù, esprime il frutto della sua competenza, ma ha già deciso di superarla e di fidarsi della sua parola. Ho sperimentato che, quando mi fido più della parola di Gesù che delle mie 'competenze', faccio anch'io pesche miracolose, che mi lasciano stupito e riconoscente.

     

  • «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». È proprio il riconoscermi peccatore che spinge Gesù ad avvicinarsi di più a me e a confermare la sua misericordia e la sua fiducia in me: mi affida il compito di aiutarlo a salvare i miei fratelli.

     

  • «Non temere». Quante volte nella Bibbia c'è questo invito affettuoso. Ogni volta che riesco a sentirlo proprio per me, la mia vita e la mia giornata diventano più leggere e feconde.

 

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 31 gennaio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  4,21-30

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore.

 

Commento

La conclusione della visita a Nazaret indica che essa è una specie di sintesi del percorso di Gesù. Egli si presenta come il Messia - Profeta, il realizzatore delle profezie del Primo Testamento da Mosè in poi, chiede fiducia sulla base della sua Parola, che corrisponde perfettamente a quanto annunciato dai profeti e dal Battista. Si scontra però con un’attesa messianica deviata e l’esito è scontato. Vediamo in dettaglio.
I suoi paesani restano affascinati dalla sua parola e lo riconoscono, subito dopo restano scandalizzati dal fatto che il Messia è uno di loro, uno ‘normale’: è lo scandalo che il ‘mistero’ dell’incarnazione genera in molti. Gesù allora deve chiarire che il Messia non dà spettacolo, non accontenta la loro brama di miracoli e di rivincita sui romani, non accarezza il loro nazionalismo, ma è venuto per condurre a salvezza tutti i popoli e sa benissimo che per realizzare questo progetto si scontrerà con il rifiuto del popolo di Israele. Lo sdegno e la rabbia dei suoi compaesani sono solo l’anticipo del più sottile ed efficace piano dei Capi per la sua eliminazione. Ma, come ora passa indenne tra la folla inferocita per incamminarsi verso Gerusalemme, così a Pasqua, passando attraverso la croce, risorgerà per tornare al Padre dopo aver realizzato la propria missione.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Non è costui il figlio di Giuseppe?» Dopo la lode per ciò che Gesù ha detto, subentra il dubbio: “come può uno cresciuto in mezzo a noi portare una novità a nome di Dio?”. Una persona 'normale', che mi mette in crisi, mi disturba. Ho bisogno di sminuire la portata delle sue parole per tranquillizzare me stesso e continuare a vivere senza convertirmi.

  • Gesù si rifiuta di dare spettacolo a gente piena di curiosità sterile. Nella Chiesa molti aspettano i miracoli per credere e altri non credono perché non ne hanno visti. Chi crede senza aspettarsi favori in questo mondo è ritenuto ingenuo e credulone. La fede però illumina la vita e le traccia una strada di speranza.

  • «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria». Anche nella Chiesa di oggi? Non sarebbe la prima volta. Abbiamo letto che tanti 'curiali' vorrebbero la morte di Papa Francesco, mentre la gente semplice, e pure 'lontana' dalla Chiesa, lo vede come un uomo di Dio. Forse lo ascoltano più gli 'estranei', che quelli di 'casa' sua. Può succedere anche ai cristiani, che cercano di seguire Gesù e di vivere il vangelo senza 'aggiustamenti', di ritrovarsi estranei in certe comunità parrocchiali e a casa propria con i cosiddetti lontani.

  • “Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.” Per ora passa tra la folla, nella passione passerà attraverso la croce e vincerà per tutta l'umanità. Quando passo tra la folla che mi insulta, mi deride, mi ostacola, ma tengo la testa alta e il cuore rivolto a Dio e ai fratelli che hanno bisogno, comincio a somigliare a Gesù e cammino verso la luce.

 

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 24 gennaio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  1,1-4; 4,14-21

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Parola del Signore.

 

Commento

La liturgia mette insieme il prologo del vangelo con la presentazione di Gesù, profeta, a Nazaret. Mette insieme la storia con la fede nel Messia.
La dichiarazione dell’impegno di Luca come storico va letta all’interno della cultura del tempo. Gli storici antichi non facevano la cronaca documentata degli avvenimenti come i moderni (più o meno, dato che non esiste da nessuna parte né la cronaca né la storia ‘oggettiva’), ma nella narrazione degli avvenimenti inserivano la loro interpretazione.
Così possiamo fidarci dell’impegno messo da Luca nel raccogliere documenti e testimonianze, ma nello stesso tempo dobbiamo riconoscergli la libertà di sistemare il materiale secondo i suoi criteri e di adattarlo alla sua visione, di ciò che Gesù ha fatto e insegnato, all’impianto che egli vuol dare al suo racconto e ai destinatari del suo vangelo, (attraverso Teofilo, possiamo riconoscerli come cristiani provenienti dalla cultura greca e pagana).
Infatti Luca racconta tutto il ministero pubblico di Gesù con solo viaggio di salita a Gerusalemme facendone il centro del mondo, da dove il vangelo deve diffondersi ‘fino ai confini della terra’ (At 1,8) e per questo cambia l’ordine delle tentazioni rispetto a Matteo, racconta che l’ascensione avviene a Gerusalemme…; il ‘suo’ Gesù è particolarmente misericordioso e vicino ai peccatori, alle donne, agli emarginati, prega e insegna a pregare…

Quanto alla fede Luca utilizza il ritorno di Gesù a Nazaret per fargli fare il discorso programmatico della sua missione messianica (in Marco e Matteo è più avanti, dopo il racconto di molti miracoli). Gesù, dopo il battesimo e le tentazioni inizia a predicare e la sua fama si diffonde nella regione. A Nazaret non si presenta con i miracoli, ma con la predicazione. Citando Isaia, si proclama Messia e dà l’annuncio del giubileo della salvezza, rafforzandolo con la dichiarazione profetica: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». È interessante notare come tutte le promesse di liberazione e di guarigione possono essere interpretate in senso ‘spirituale’ oltre che 'fisico'.
In questa maniera Gesù interpella i suoi paesani per una risposta di fede che non si basa sulla ‘visione’ dei miracoli ‘spettacolari’, ma sulla fiducia nella parola profetica. Gesù chiede di rispondere con la fede, osservando la corrispondenza tra la predicazione del Battista, l’investitura battesimale che ha ricevuto al Giordano, la sua parola, la parola della Scrittura e l’attesa della salvezza, che ciascun vero israelita doveva coltivare nel cuore.
Come fa Gesù a dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»? Lo dice in due sensi: il primo riguarda lui stesso, infatti con la sua venuta il Padre ha mantenuto la promessa di mandare il Messia salvatore del popolo; il secondo riguarda gli ascoltatori: la parola per loro si realizza, cioè, ricevono la salvezza che Gesù porta, se e nella misura in cui hanno aperto davvero le orecchie e il cuore al suo annuncio. Domenica prossima vedremo che i 'paesani' di Gesù aspettavano lo spettacolo e, rimasti delusi, vogliono gettare Gesù giù dal monte.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Luca ci ha tenuto a dire che il vangelo dice la verità su Gesù. Noi cristiani abbiamo il diritto di avere qualche dubbio, su qualche punto. Siamo corretti come Luca e ci impegniamo a trovare le risposte ai nostri dubbi presso le persone che ci possono aiutare?

  • Gesù insegna che la parola di Dio, ascoltata attentamente, realizza per noi ciò che dice. Ho fatto già questa esperienza? Mi accosto alla parola di Dio con fede sincera?

  • Gesù afferma che i doni del Signore sono arrivati con lui. La Chiesa dovrebbe poter dire la stessa cosa. Per questo Papa Francesco ha indetto il Giubileo della misericordia. È per ciascuno di noi la possibilità reale di fare esperienza della misericordia di Dio che ci raggiunge attraverso la Chiesa.

  • La gente a Nazaret era attentissima. Ma il cuore era spinto solo da curiosità. Io a volte di fronte alla Parola di Dio cerco la novità e non la verità su di me. Perciò faccio fatica a convertirmi e su alcuni difetti spirituali mi ritrovo sempre allo stesso punto.

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 17 gennaio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Parola del Signore.

 

Commento

È un brano complesso. Mi fermo solo su due aspetti.
Il rapporto tra Gesù e sua madre.
La risposta di Gesù: “Donna, che vuoi da me?”, letteralmente dal greco sarebbe: “che cosa a te e a me, donna?”. Questa risposta è intesa da molti come presa di distanza dalla madre riguardo alla mancanza di vino, in tal caso sarebbe una risposta dura. Altri la fanno diventare interrogativa – “donna, non è ancora arrivata la mia ora?” – e quindi Gesù rassicurerebbe Maria, la donna che rappresenta Israele in attesa del Messia, facendole notare che lui è venuto per la salvezza, quindi può agire già ora riguardo al vino che rappresenta proprio la salvezza che Dio offre abbondantemente al nuovo Israele attraverso Gesù. In ogni caso Giovanni presenta la ‘madre’ come la perfetta credente, istruita dal Primo Testamento, la quale si rende conto che l’alleanza veterotestamentaria ha esaurito la sua funzione e richiede la nuova alleanza. Infatti, di fronte alla risposta di Gesù (interlocutoria o rassicurante che sia), dice ai servi (sono i ‘poveri’, discendenti di Abramo rimasti fedeli a Dio) di fare tutto quello che lui dirà. Così Maria, la ‘donna’ e la ‘madre’, invita coloro che attendono il Messia a fidarsi della Parola di Gesù e a realizzarla.
L’ora di Gesù.
Il vino in questo brano è simbolo del dono della salvezza offerta da Dio. Il vino della prima alleanza è esaurito. Sarà sostituito dal vino della nuova alleanza, nell’ora stabilita dal Padre che arriverà con la passione e la risurrezione di Gesù, ma l’intervento salvifico di Dio è già iniziato con la presenza di Gesù nel mondo. Il segno che Gesù mette in atto, trasformando l’acqua in vino, diventa quindi per Giovanni un’anticipazione e una manifestazione di ciò che è già iniziato e giungerà a compimento sulla croce. Lì, anche la fede della madre di Gesù (di nuovo chiamata ‘donna’, e perciò nuova Eva, madre degli uomini 'nuovi') riceverà l’ulteriore e definitiva risposta con la missione di diventare madre dei discepoli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Maria si accorge che la vecchia alleanza non può più salvare nessuno e si rivolge a Gesù. La Chiesa e le singole comunità cristiane hanno il compito di verificare, se il modo di portare il vangelo alle persone realizza l'incontro salvifico con Gesù; altrimenti, dopo la preghiera, bisogna attingere alla creatività dello Spirito Santo.

     

  • La risposta di Gesù a Maria non è molto chiara. Ma lei, scende più in profondità e coglie che il Signore chiede una piena fiducia in lui. Anch'io a volte non capisco bene quello che il Signore mi dice, attraverso la sua parola, gli avvenimenti, i fratelli. Se rinnovo la mia fiducia in lui, so che interverrà a modo suo, al di là delle mie aspettative.

     

  • I servi ascoltano Maria, obbediscono a Gesù e riempiono le anfore di acqua fino all'orlo, non a metà. Gesù interviene, se io ho fatto tutto quello che posso. L'acqua che porto io non è vino. Ma il Signore vuole che io faccia la mia parte per intero, che metta a sua disposizione tutto ciò che umanamente posso portare... solo dopo lui farà in modo che attraverso me e la mia opera la sua salvezza arrivi agli altri.

     

  • Dopo il primo segno gli apostoli credono. Ma il loro cammino di crescita nella fede sarà ancora lungo. Chiedo al Signore che mi dia occhi per riconoscere i segni di amore che lui realizza per me e che mi difenda da ogni scoraggiamento. Io gli offro la mia fede piccola, ma testarda.

 

BATTESIMO DEL SIGNORE - 10 gennaio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 3,15-16. 21-22

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei  sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Parola del Signore.

 

Commento

La predicazione del Battista ha fatto sorgere nel popolo e tra i capi (erano preoccupati?) la domanda: che sia lui il Messia? Quando Luca scrive, il quesito è risolto, ma l'evangelista ci tiene a sottolineare sia il collegamento che la differenza tra Gesù e Giovanni. È il Battista stesso che afferma la superiorità del battesimo cristiano, rispetto a quello di acqua che lui amministra, e di Gesù rispetto a lui; infatti, si paragona al più umile dei servi.
Luca non fa vedere la scena del battesimo di Gesù e non dice che è Giovanni a battezzarlo. Anzi, ha già annunciato l'arresto del Battista, per indicare la fine della sua missione e l'inizio di quella di Gesù. Mettendo Gesù in mezzo al popolo, che si fa battezzare per il perdono dei peccati, Luca suggerisce un elemento fondamentale della missione del Messia: la solidarietà con i peccatori. Anche per questo, più che l’immersione, mette in rilievo la preghiera di Gesù dopo il battesimo. Ed è in questo momento di colloquio intimo con il Padre che l'evangelista presenta tre avvenimenti straordinari: il cielo si apre, scende lo Spirito Santo in forma di colomba e viene una voce dal cielo. È questa l’investitura messianica. La lettura teologica e spirituale ci porta a entrare nel rapporto tra le persone della Trinità.
Il Figlio assume la missione che il Padre gli ha affidato, compiendo il gesto che troverà il suo compimento sulla croce: lui, l’innocente senza peccato, si fa battezzare nella folla dei peccatori, iniziando così a prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini, realizzando la solidarietà fraterna e la condivisione della condizione dei peccatori, per ottenere a vantaggio di tutti il perdono del Padre.
Lo Spirito scende visibilmente per conferire l’investitura messianica e guidare l’azione di Gesù secondo il progetto del Padre.
Il Padre conferma il suo amore totale per il Figlio e il suo compiacimento per l’obbedienza di Gesù che inizia la missione pubblica.
Ai lettori che conoscono il Primo Testamento il cielo che si apre indica che con Gesù riprende, e non si chiude più, il dialogo della salvezza tra Dio e l'umanità.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Battista ha riconosciuto di essere l'ultimo dei servi, ed era il più grande dei profeti. Io, a parole, molte volte riconosco di essere semplice creatura di fronte a Dio. Ma spesso non mi sono reso conto che, quando ho detto al Signore cosa era bene per me o per le persone che amo, mi sono messo al di sopra di lui.

     

  • Gesù nel battesimo ha iniziato a caricarsi dei peccati dell'umanità e dei miei. Mi ha tracciato una strada difficile ma bella e feconda di fraternità: anch'io, per somigliare a lui, posso caricarmi dei limiti, dei difetti e dei peccati delle persone con cui condivido la vita e chiedere perdono al Signore.

     

  • La preghiera è il luogo in cui io apro il mio cuore al Signore, mi rivelo a lui per quello che sono, mi tolgo le maschere che stravolgono il mio spirito. Se faccio così, anche lui mi parla e si rivela per quello che è: mio Padre.

     

  • Se oggi non posso sperare che il Padre mi dica: “sono contento di te”, non perdo la certezza che lui, ancora una volta, mi dica: “ tu sei mio figlio e io ti voglio bene... comunque”.

 

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ANNO 2015

Tempo di Natale

EPIFANIA DEL SIGNORE - 6 gennaio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Parola del Signore.

 

Commento

Confrontarsi con tutti i protagonisti di questo brano è un'avventura spirituale certamente interessante e fruttuosa.
Iniziamo da Erode. L'episodio avviene “al tempo del re Erode”, ma il suo tempo sta per scadere, perché il tempo appartiene a Dio e chi lo usurpa lo perde e si perde. Aveva ricevuto un annuncio che poteva salvarlo, ma non lo riconosce, anzi se ne sente minacciato. La sua grandezza è solo apparenza, intrisa di sangue, crede di essere furbo, nasconde il suo progetto omicida, ma Dio lo aspetta per dargli il salario che ha meritato.
I capi dei sacerdoti e gli scribi. Sanno tutto, trovano subito la risposta esatta, si limitano ad accontentare il re sanguinario, ma non sono interessati, non cercano, non si muovono. Così restano prigionieri di un passato che non apre al futuro, alla novità del dono che Dio mette davanti ai loro occhi. Restano fuori. Per loro la profezia è lettera morta. In realtà sono morti loro.
I Magi. Sono sapienti perché amano la Sapienza, anche se ancora non l'hanno incontrata. Osservano il cielo, perché hanno fiducia che Dio darà loro un segno. Vedono una stella, nuova, splendente, e capiscono perché il loro cuore è sintonizzato con la verità. Sentono di doversi muovere e lo fanno, perché la stella indica loro una strada da percorrere. Il loro cammino non è senza difficoltà, anch'essi devono liberarsi da qualche pregiudizio fuorviante: immaginano di trovare il re nella reggia di Erode e sbagliano strada. Ma la Sacra Scrittura li istruisce: il re grande si trova in un piccolo paese. Ci credono e corrono, pieni di gioia, di nuovo dietro la stella. Il re è un bambino, ma i loro occhi vedono la luce del mondo, discesa dal cielo per illuminare tutti i popoli e guidarli alla salvezza. È il re, è il figlio di Dio e attraverserà la croce per regnare in eterno. Obbediscono all'angelo perché sanno distinguere la verità dalla falsità e percorrono una nuova strada per tornare alla loro terra e vivere una vita nuova.
Gesù. È lui la stella che guida i Magi; è lui, bambino, che li aspetta nella casa e riceve l'adorazione e i doni. Non parla ancora, ma illumina; così i Magi riconoscono in lui il dono di Dio che salva loro e tutti i popoli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Erode fa il furbo a proprio danno. Potrebbe sembrare strano, ma Erode trova imitatori anche oggi e non solo in coloro che procurano aborti o usano qualsiasi genere di violenza verso i bambini. Chiediamoci se qualche volta la presenza o l'insegnamento di Gesù ci hanno dato fastidio, ci hanno minacciati su quello che possediamo e noi abbiamo preferito, magari solo per un po', cancellarlo dall'orizzonte delle nostre scelte.

  • Capi dei sacerdoti e scribi. Forse leggiamo o ascoltiamo 'troppa' parola di Dio e ci può capitare che scivoli via senza lasciare traccia nella mente, nel cuore e nelle scelte che colorano le nostre giornate. Cristiani dalla coscienza incartapecorita, soddisfatta e comodamente seduta. La Parola di Dio invece illumina la mente, scalda il cuore, spinge ad agire nel bene.

  • I Magi. In questo mondo, e anche nella Chiesa ci sono uomini e donne che hanno desideri, attendono qualcosa di bello, scrutano il cielo e hanno la valigia pronta. Sembrano inquieti, insoddisfatti di ciò che possiedono, ed è vero. Lo Spirito Santo suscita nel loro cuore l'amore alla verità e al bene e loro non solo lo lasciano fare, ma sono pure contenti e pronti a sfidare qualunque difficoltà. Anche a loro servirebbe una stella.

  • Gesù bambino. Per noi non è più bambino. Porta già i segni della passione e della potenza di Dio che salva il mondo, che salva noi. La sua luce non si spegne, il suo amore non si esaurisce e lui è sempre a nostra disposizione, per illuminarci, amarci e salvarci, in qualunque situazione ci troviamo. Oggi abbiamo qualche dono da offrirgli?

 

SOLENNITÀ DI MARIA SS. MADRE DI DIO - 1 gennaio 2016

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Parola del Signore.

 

Commento

La parola di Dio getta una luce intensa sull'anno civile che si apre oggi. La giornata mondiale della pace, di fronte alla “terza guerra mondiale” denunciata da Papa Francesco, resta pur sempre un invito pressante a tutti gli uomini e le donne di buona volontà a costruire la pace nel mondo. La pace è anzitutto dono di Dio e questo per i credenti significa che il primo atto per promuovere la pace è invocare la benedizione del Signore. La preghiera sincera e costante cambia i cuori, anzitutto di chi prega, e ci rende veri operatori di pace. E di benedizione di Dio l'umanità e la terra oggi hanno un bisogno vitale.
È Gesù che porta la benedizione, la pace nel mondo e la salvezza dell'uomo. Lo fa diventando carne come noi, condividendo la condizione umana in tutte le sue sfaccettature: il corpo, le possibilità di relazione, la debolezza, la sofferenza, la sottomissione alla Legge, l'appartenenza alla società umana, l'immersione nel tempo e nello spazio... tutto, eccetto il peccato. È comunque una umiliazione, ma lui l'ha voluta, altrimenti non avrebbe potuto salvarci. E lui ci teneva, come il Padre e lo Spirito, tanto da sacrificare la sua condizione divina, in attesa di sacrificare anche la sua umanità e farsi annientare su una croce. Si chiama Gesù e porta già nel suo nome la sua missione, Dio-salva, ma solo attraverso lui, il Figlio eterno, diventato uomo e nato da una donna, Maria di Nazaret, un paesino sperduto. Ma lì è iniziata la nuova creazione, quella che fa nuove tutte le cose, perché il concepimento è già l'incarnazione del Figlio di Dio.
“Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Certo, quasi tutte le madri lo fanno nei confronti del figlio. Però Maria è speciale pure in questo. Anche se non comprende tutto fin dall'inizio, perché lei, come noi, deve camminare nella fede, Maria è la riempita di grazia, coperta dall'ombra dello Spirito e legge tutto ciò che avviene a una profondità inaudita. La parola di Dio che lei ha accolto nella fede e in lei è diventata carne, continua ad abitare in lei stabilmente, è lei la casa della Parola. La conserva e la medita per poterla donare al mondo non solo nel Natale, ma ogni giorno, anche oggi.
Chi ci rappresenta oggi sono i pastori, a quel tempo categoria tra le più disprezzate, anche se discendenti di Abramo, pastore pure lui. Destinatari dell'annuncio unico, ricevono la bella notizia dagli angeli: “... è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Ci credono e senza perdere tempo vanno alla grotta ed evangelizzano Maria e Giuseppe. Già, perché la bella notizia che hanno ricevuto la riferiscono a Maria e Giuseppe, come conferma di ciò che essi hanno vissuto in prima persona con trepidazione e gioia grande. Sono essi a celebrare il primo Natale, “glorificando e lodando Dio”, anche se non possono cantare 'Tu scendi dalle stelle'.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Se la pace nel mondo non c'è non dipende dalla benedizione di Dio, ma dalla mancanza di amore e di fede negli uomini. Noi cristiani sappiamo invocare da Dio e costruire con le nostre mani la pace dentro di noi, nella nostra famiglia, sul lavoro, nelle relazioni, nella parrocchia, nella società civile?

  • Gesù ha accettato ogni umiliazione e sofferenza per salvarci. Magari, per collaborare con il Signore a salvare le persone con cui viviamo, ci toccherà mettere da parte l'orgoglio e le nostre buone ragioni e accettare qualche sofferenza. Pensiamo che ne valga la pena?

  • Maria, la piena di grazia, conservava la Parola e la meditava. Cosa possiamo fare perché la parola di Dio che ascoltiamo nella Liturgia non si sciolga come neve al sole, ma porti frutti abbondanti e duraturi?

  • I pastori, ricevuta la bella notizia, la portano a quelli che incontrano. Il vangelo ci è donato perché illumini la nostra mente, scaldi il nostro cuore e ci metta in movimento verso gli altri.

 

SANTA FAMIGLIA - 27 dicembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 2,41-52

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Parola del Signore.

 

Commento

Ci troviamo di fronte a un brano molto complesso e poco comprensibile, se ci si ferma solamente al racconto e ai dialoghi. Provo a dare una chiave di lettura che possa aprire almeno un po' i tesori di questo testo.
Gesù ha 12 anni, è diventato adulto di fronte alla Legge e sale a Gerusalemme. Rimane volontariamente e lascia partire i suoi che non se ne accorgono. Fa da maestro ai maestri e spiega a Maria e a Giuseppe che lui deve stare con suo Padre. Ma essi non comprendono. L'incapacità di Maria e di Giuseppe a comprendere l'insegnamento di Gesù attraverserà tutta la vita pubblica del Messia (quando a non capire saranno i discepoli) fino a dopo la risurrezione. Così Luca invita i cristiani a conoscere meglio il Signore e offre una pista di crescita nella comprensione della identità di Gesù e della sua missione messianica.
L'evangelista, dunque, conclude il vangelo dell'infanzia con una misteriosa allusione al completamento della missione di Gesù da adulto: la sua risurrezione e ascensione al cielo. Gesù-ragazzo volontariamente si ferma a Gerusalemme, come volontariamente si offrirà alla croce. Per tre giorni rimane nel tempio come nel sepolcro. “Perché mi cercavate?” è l'anticipazione della domanda che gli angeli faranno alle donne nel sepolcro vuoto. Il rimprovero a Maria e a Giuseppe, perché non hanno capito che lui deve “stare” sempre con il Padre, ha tre significati: indica che è il Padre il luogo in cui Gesù abita da sempre e per sempre (e temporaneamente nel Tempio di Gerusalemme); annuncia che il cuore della sua missione consiste nel realizzare la volontà del Padre; infine anticipa il senso della sua ascensione: tornare al Padre.
Il ritorno a Nazaret è il tempo del silenzio di Gesù, che, obbedendo a Maria e Giuseppe, si allena ad obbedire al Padre e della meditazione amorosa di Maria.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù abita nel Padre. Per far capire questo a Maria e Giuseppe, rimane a Gerusalemme. Non è la ribellione di un ragazzo, ma il distacco necessario per aiutare i genitori a comprendere che lui ha un riferimento più alto da seguire e una missione da svolgere, lontano da loro.

  • Gesù ascolta, interroga e risponde. Non è una successione casuale, e non riguarda solo i ragazzi e i giovani nei confronti degli adulti. Nei rapporti con gli altri dice il primato dell'ascolto, la legittimità delle domande, la necessità di rispondere. Non è la stessa cosa anche nel rapporto tra me e Dio?

  • Giuseppe e Maria non comprendono la vocazione di Gesù. Devono camminare e crescere nella fede. I genitori e gli educatori sono invitati a chiedersi se nei confronti dei ragazzi hanno fiducia nel loro futuro e nelle loro capacità e se accettano che il primo riferimento non sono loro, ma Dio stesso.

  • Gesù, obbedendo a Maria e Giuseppe, si allena a obbedire a Dio. Forse, anche per me, l'ascolto attento e attivo dei fratelli è un buon allenamento per ascoltare, capire e obbedire a Dio.

 

NATALE DEL SIGNORE - 25 dicembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Parola del Signore.

 

Commento

Secondo gli ultimi studi storici, Luca sbaglia la data del governatorato di Quirinio, il quale sarebbe stato in Siria dal 6-7 d.C, quindi dopo 12-13 anni dalla nascita effettiva di Gesù. Non sappiamo se abbia davvero sbagliato, se lo abbia fatto consapevolmente o se altri studi daranno ragione a Luca. Ma dal punto di vista evangelico, teologico e spirituale ciò che Luca vuole comunicare, raccontando la nascita di Gesù, è fin troppo chiaro. Il censimento di cui parla è il primo nella storia conosciuta ed è il segno del potere imperiale che vuole contare i suoi sudditi per tassarli e per precettare i giovani nell’esercito. È il tempo della ‘pax augustea’. Ma il portatore della ‘pax divina’ nasce povero. Non ha una casa, non ha una sua culla, è pellegrino, non c’è posto per i suoi genitori e per lui neanche nel caravanserraglio. Nasce in un ambiente di fortuna (una grotta che funziona da stalla?), avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia per animali. La corte che festeggia la nascita di questo povero-re è eccezionalmente strana: da una parte gli angeli, messaggeri dell’Onnipotente, che annunciano la nascita, e dall’altra i pastori, la categoria di lavoratori più disprezzata ed emarginata, che vanno a rendere omaggio in una reggia-stalla a un bambino, uguale ai loro figli, che però gli angeli hanno chiamato ‘Cristo Signore’. Ce n’è abbastanza per capire che Luca presenta già il Messia come portatore di una realtà completamente diversa da quella che tutti si aspetterebbero: il re del cielo è povero e sta dalla parte dei poveri, degli emarginati e dei perdenti. Per qualcuno degli studiosi questo racconto è anche un anticipo della passione: venire alla luce, essere avvolto in fasce ed essere deposto nella mangiatoia, sarebbero un’anticipazione della seconda nascita sulla croce, dell’essere avvolto nella sindone e dell’essere deposto nel sepolcro. Anche se Luca non l’avesse pensato, l’accostamento non sarebbe proprio fuori luogo. È un Messia che viene non per conquistare il potere, ma per consegnare il suo potere di Figlio di Dio agli uomini: farli diventare tutti figli di suo Padre, con la debolezza della croce e l’offerta della sua vita.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Figlio di Dio entra nella storia dell'umanità. Perché in quel tempo? È un tempo come tutti gli altri, affidato ad una umanità segnata dal bene e dal male, dal peccato e dalla grazia. Anche il nostro tempo è così e noi entriamo nella storia, come Cristo e grazie a Cristo, per redimerla dal peccato e salvare gli uomini. Sarà così fino alla fine dei tempi.

     

  • Augusto imperatore è ricco, il re-Messia è povero. Con questa verità ci dobbiamo confrontare la Chiesa, ogni cristiano ed io. La salvezza non viaggia con la forza e la ricchezza, ma con la povertà e la debolezza, con l'offerta della propria vita, per amore.

     

  • Maria e Giuseppe. Non avevano studiato per abilitarsi a fare i genitori del Figlio di Dio. Avevano una sola competenza: l'obbedienza fiduciosa al Padre. Sono stati all'altezza del compito. Sarà questa la competenza di cui anch'io ho bisogno per essere cristiano autentico nel mondo?

     

  • I pastori. I primi a ricevere la bella notizia. Oggi la ricevo anch'io, di nuovo. Magari il Signore mi affida anche la parte dell'angelo per portare l'annuncio a un fratello povero, disprezzato ed escluso.

 

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Domeniche di Avvento (Anno C)

IV DOMENICA DI AVVENTO - 20 dicembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 1,39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Parola del Signore.

 

Commento

Maria ha appena detto ‘sì’ all’angelo e ancora non si rende ben conto di che cosa le ha cambiato la vita. Sa solo di essere l’umile portatrice del più grande dono di Dio all’umanità, Gesù, suo figlio e Figlio di Dio. Luca narra una bella scena di vita di famiglia, ma la sua intenzione va molto più in profondità. È giusto, infatti, e anche commovente, ammirare la prontezza della carità di Maria che affronta un viaggio faticoso e rischioso perché, avendo saputo dall’angelo Gabriele che Elisabetta, ormai anziana, aspetta un bambino, è convinta che avrà bisogno del suo aiuto.
Il dialogo delle due madri in attesa, però, ci fa salire ad un piano profetico e teologico molto più denso e ricco. L’angelo ha detto a Maria che “nulla è impossibile a Dio” e le ha dato come segno la maternità di Elisabetta. Maria comprende allora che le due maternità sono collegate nel progetto di Dio e si muove proprio per leggere e realizzare questo collegamento che il Signore le ha fatto conoscere.
Quando Maria offre il saluto di pace, “shalom”, Luca attira la nostra attenzione su due frutti immediati: Giovanni sussulta nel grembo ed Elisabetta viene riempita di Spirito Santo. Giovanni, feto di sei mesi, riconosce il suo Signore, cui dovrà preparare la strada; Elisabetta benedice Maria e il suo bambino e nello stesso tempo, animata dallo Spirito, esprime la grande gioia di inchinarsi umilmente davanti al figlio di Maria perché è il Signore. Davvero Elisabetta profetizza e parla a nome di Dio, mentre dichiara ‘beata’ Maria a motivo della sua fede: ha creduto nella completa realizzazione della parola del Signore.
Luca ci conduce così a comprendere che qui si incontrano i due Testamenti: il Primo, rappresentato da Elisabetta che porta l’ultimo e il più grande dei profeti, Giovanni; il Nuovo, rappresentato da Maria che porta il Messia atteso, colui che nel suo sangue inaugurerà la Nuova Alleanza.
Elisabetta testimonia che le profezie si sono compiute, che davvero Maria è la madre del Messia che rende finalmente vero il Primo Testamento (senza Gesù, infatti, esso sarebbe incompiuto e in fondo portatore di promesse non realizzate).
Maria, da parte sua, nella testimonianza di Elisabetta, coglie il significato di quello che avvenuto: al Signore è piaciuta la sua fede e per questo le è stata affidata la missione di essere madre del Salvatore. Tale beatitudine è sua per sempre e sarà confermata da Gesù quando, rispondendo a una donna, la quale aveva ‘beatificato’ la madre che gli aveva dato il latte, disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). A Maria, più di tutti, appartiene questa beatitudine, perché in lei la Parola si è fatta carne e con la sua fede si è assimilata al Figlio, rendendo eterno il suo sì all’angelo. Proprio quel sì che, passando attraverso la croce (dove la maternità della nuova Eva si allarga a tutto il corpo del Figlio, la Chiesa), trova il suo compimento nell’abbraccio eterno con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Maria si muove in fretta, lascia la sua vita, il suo paese e i suoi programmi e corre per aiutare Elisabetta. È icona e vertice della Chiesa, la quale, portando Cristo, ha la missione di correre per offrire aiuto e salvezza all'umanità bisognosa.

  • Due bambini, ancora in gestazione, ai quali è affidata la profezia e la realizzazione della salvezza. Bambini: vite che chiedono di nascere, di essere accolti e poi nutriti, educati, tutto con amore. Chiedono molto e portano molto di più. Chi ci crede?

  • Due madri, due figli: non più atteso uno, sconvolgente l'altro. Accolti nella gioia e nella fede. Ogni madre un'arca dell'alleanza tra Dio e l'umanità. Ogni madre, benedetta e beata, perché portatrice di un figlio dell'uomo, sì, ma prima ancora di Dio.

  • Giovanni coglie prima di sua madre la presenza del Messia. I bambini sono antenne della vita, non parlano ma sono in sintonia con Dio e con la vita e la trasmettono a chi sa ascoltare con amore e con attenzione. I bambini indicano la strada per salvare questo nostro mondo.

  • Ogni madre, maestra dell'attesa. Una madre che attende organizza il proprio corpo, la propria anima, i pensieri e le azioni in funzione del figlio. È un 'cantiere' in attività continua, anche quando dorme. Che vuol dire attendere il Natale del Signore Gesù?

 

III DOMENICA DI AVVENTO - 13 dicembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 3,10-18

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Parola del Signore.

 

Commento

Continua la predicazione del Battista, per preparare “un popolo ben disposto” alla venuta del Messia. Nei versetti precedenti aveva smontato la presunzione degli appartenenti al popolo eletto che, nonostante la predicazione di Geremia sull’effimera sicurezza offerta dalla presenza del Tempio del Signore, ancora presumevano di essere comunque giusti in quanto discendenti di Abramo. Con dura chiarezza aveva affermato che senza una conversione del cuore, reale e visibile, non potevano sperare nella salvezza. È stato così convincente che gruppi di persone si sono presentati con una domanda decisiva e molto concreta: “Che cosa dobbiamo fare?” Una domanda che esprime il riconoscimento di essere peccatori, di non conoscere la strada da percorrere, di avere bisogno di un ‘maestro’ che indichi la via, di essere disposti a ‘fare’ il necessario per convertirsi. E Giovanni risponde anche lui concretamente.
A tutti indica la strada del recupero della fraternità (per Luca è universale e non limitata a Israele) che si traduce in condivisione dei beni posseduti e suppone il superamento della paura di diventare poveri con la fiducia in Dio che provvede ai suoi figli (senza una vera comunità questo non si può realizzare).
Ai pubblicani non chiede di lasciare il loro mestiere di ‘scomunicati’, ma ‘solo’ di riscuotere le tasse stabilite per legge.
Anche ai soldati non chiede di cambiare mestiere, ma ‘solo’ di non approfittare della loro posizione di forza e di pratica impunità per derubare, terrorizzare e violentare le persone cui dovrebbero assicurare la sicurezza promessa dalla legge.
Queste tre indicazioni potrebbero far pensare: “chiede troppo poco”; e in realtà chiedono il recupero di virtù semplicemente umane (che già non sarebbe 'poco', anche oggi, e anche tra chi si dice 'cristiano'). Ma il Battista non è il Messia. Il suo compito è di indicare alla gente come prepararsi ad accoglierlo, togliendo gli ostacoli interiori (i colli da spianare e i burroni da colmare). Quando verrà Gesù porterà l’annuncio di una vita nuova in una predicazione più esigente (ma anche più misericordiosa). Di questo Giovanni è perfettamente consapevole e lo afferma con decisione a chi pensa che possa essere lui il messia: Egli viene e si manifesterà presto, è più ‘forte’, porterà un altro ‘battesimo’, che non realizza solo la conversione ma l’appartenenza al popolo della Nuova Alleanza animato dallo Spirito Santo e che riceverà in dono la stessa vita di Dio, nello Spirito. È questa la bella notizia che Giovanni porta a tutto il popolo in attesa del Messia e della sua salvezza.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Giovanni punta al recupero della fraternità e del rispetto tra gli uomini. Gesù è l'uomo pienamente umanizzato. La Chiesa ha ricevuto questa eredità, per questo ha pure il compito di rendere sempre più 'umano' il mondo. Sa bene che deve cominciare ogni giorno da se stessa. Se noi, cristiani, cresciamo in umanità, la strada del vangelo si fa più agevole e credibile per le persone che incontriamo.

  • Oggi dal Battista si presentano i medici, gli imprenditori, i dipendenti, i genitori, i giovani, i ragazzi... e gli chiedono: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Se la domanda è seria, certamente lo Spirito Santo susciterà dentro ciascuno la risposta, per camminare verso la pienezza umana e cristiana e incontrare il Signore che salva.

  • Le risposte di Giovanni portano nella nostra vita ordinaria lo straordinario della semplicità, di un gesto gratuito, di un sorriso, di un cuore che cerca e diffonde la pace. Sciogliamo i nodi e le rabbie che abbiamo nel cuore. E preghiamo: perché ciò che sembra impossibile agli uomini è possibile a Dio.

  • Il Battista evangelizza e minaccia, due verbi un po' in contrasto tra loro. Gesù non minaccia, ma rivela la verità dell'uomo e dell'esito delle sue scelte in questa vita e nell'altra. Il vangelo di Gesù non vuole suscitare paure, ma mi invita ad accogliere la verità e a cambiare modo di pensare e di vivere, per rendere più bella la mia vita e quella degli altri.

 

II DOMENICA DI AVVENTO - 6 dicembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà  la salvezza di Dio!».

Parola del Signore.

 

Commento

Luca si impegna nel suo lavoro di storico con lo scopo di situare gli avvenimenti nella storia reale e nella geografia conosciuta da tutti. Dopo aver citato le autorità civili e religiose, passa alla bella notizia: lo Spirito Santo è in azione e muove il Battista alla realizzazione della sua missione. Era stato l’angelo Gabriele a comunicare a Zaccaria, padre di Giovanni, la missione che avrebbe dovuto svolgere: preparare un popolo ben disposto alla venuta del Messia.
La parola di Dio lo raggiunge nel deserto e la piccola modifica che Luca apporta al testo di Isaia dice che è proprio nel deserto che risuona la voce che invita a conversione. Il deserto è sì il luogo della prova, ma è anche il luogo del cammino faticoso ma pieno di speranza che il popolo di Dio ha compiuto per giungere alla terra promessa. C’è un nuovo cammino da percorrere e c’è una nova terra promessa e certa da raggiungere: la salvezza che tocca ogni uomo e che il Messia realizzerà.
Bisogna preparare la strada: niente deve ostacolare la venuta del Signore e niente deve impedire di correre verso di lui. La traduzione spirituale di queste immagini è immediata: si richiede un lavoro su di sé non solo delle singole persone ma anche e soprattutto delle comunità intere.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Lo Spirito Santo anche oggi fa scendere la parola di Dio su coloro che invitano alla conversione e alla preparazione, per accogliere il Signore che viene. Oggi posso essere 'un' Battista o un peccatore che ascolta e si muove. Anche tutti e due.

  • Luca nomina i potenti del mondo. La parola di Dio risuona sempre nel nostro mondo. Anche oggi ci sono potenti e deboli, peccatori e santi. Anche oggi l'invito arriva ai popoli e a ogni persona. Arriva anche a me.

  • Il Signore vuole arrivare al cuore di ogni suo fratello e sorella. Lui è capace di scavalcare qualunque ostacolo. Ma non si impone a nessuno. Entra nel mio cuore solo se io gli apro la porta.

  • Ogni preparazione richiede fatica. Non è facile liberare mente e cuore dagli ostacoli che pongo al Signore. La fatica mi sarà dolce, solo se a muovermi è l'amore.

 

I DOMENICA DI AVVENTO - 29 novembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 21,25-28.34-36

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Parola del Signore.

 

Commento

Siamo in pieno discorso apocalittico di Gesù in Luca. In questo brano domenicale possiamo sottolineare due elementi.
Il primo. Le immagini catastrofiche prese dal linguaggio apocalittico del Primo Testamento possono suscitare timore e paura in chi non ha fede. I profeti annunciavano in questo modo la punizione dei persecutori di Israele, ma soprattutto l'intervento potente di Dio che salva i suoi fedeli. In Luca la salvezza definitiva si realizza con la seconda venuta di Gesù, il Figlio dell'uomo annunciato da Daniele, il Figlio di Dio, fatto carne, che ha inaugurato la salvezza con la sua passione, morte e risurrezione e viene una seconda volta a liberare il nuovo popolo di Dio per condurlo nella casa del Padre per la gioia del banchetto senza fine.
Il secondo. Non sapendo il momento e l’ora di questi avvenimenti, l’atteggiamento che viene richiesto ai cristiani è quello della vigilanza nella quotidianità. Questo significa da una parte lottare contro tutto ciò che addormenta la coscienza, fa perdere il senso delle cose, delle relazioni, delle scelte e progressivamente allontana dal Signore, e dall’altra curare un rapporto quotidiano di amore con il Signore nella preghiera. Questo abilita il cristiano ad essere sempre pronto ad accogliere il Signore, che viene in molti modi prima della venuta definitiva e lo rende aperto al dono dello Spirito, il quale comunica la sua luce e la sua forza per vincere qualsiasi paura, anche di fronte ad avvenimenti terrificanti. Così per il credente comparire davanti al Signore potrà essere il momento del compimento definitivo del desiderio di incontrarlo e restare per sempre con lui, con Maria e con tutti i santi.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il nostro tempo è attraversato da guerre, odio, terrore. Insicurezza e paura per molti sono diventate quotidiane. Anch'io ne sono contagiato in qualche modo. La mia fede cosa mi dice su quello che succede nel mondo e dentro di me?

  • Sono dissipato quando non voglio pensare alle cose importanti della vita e preferisco vivere in superficie. Mi ubriaco quando volontariamente cerco ciò che mi stordisce e non mi fa pensare (esistono le droghe dello spirito). Sono affannato quando mi lascio schiavizzare dalle cose di questo mondo che pure bisogna curare, ma dando loro il posto e il valore giusto, non di più. Tutto questo mi allontana da me stesso, dal mio vero bene e dal Signore.

  • Mi trovo bene nella mia casa di questo mondo, ma so bene che non è definitiva. Molto spesso sperimento di diventare schiavo di qualche cosa, di qualche persona o anche di me stesso. Solo il Signore mi rende libero davvero per vivere in verità e fino in fondo la bellezza di questa vita e per aprirmi al desiderio dell'incontro definitivo con lui.

  • Vegliare e pregare: sono intrecciati desiderio e attesa, alimentati dalla fede in Gesù, dall'amore per Dio e i fratelli, dalla speranza certa che ho già un posto preparato per me in Paradiso.

 

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Domeniche del tempo ordinario (Anno B)

 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo - 22 novembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 18, 33b-37

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Parola del Signore.

 

Commento

Il brano di questa domenica fa parte del processo davanti a Pilato, che per l'evangelista, prima della crocifissione, è il centro della passione nel quale Gesù viene riconosciuto più volte innocente, si dichiara re e viene incoronato, per burla dai soldati, ma regalmente per Giovanni.
In questo brano il regno più potente sulla terra, Roma, viene messo a confronto con il potere divino. Pilato ci tiene a sottolinearlo quando rifiuta di giudicare Gesù sulle accuse dei Giudei e si presenta come rappresentante di Roma. Per il diritto romano, chi si dichiarava re commetteva un reato di lesa maestà, quindi era meritevole di morte.
Gesù spiega a Pilato (e Giovanni spiega all’impero romano) che la sua regalità non appartiene a questo mondo, non si pone in alternativa ai regni terreni.
Dire che il suo regno non è di questo mondo, non significa affermare che sia estraneo, anzi dichiara il primato di Dio su tutta la realtà terrena. E questo non per contrapporre cielo e terra, bensì per l'umanizzazione dei regni che si succedono nella storia e per la salvezza dei popoli. La frase sui servitori che avrebbero combattuto, serve per dimostrare che Gesù non ha esercito e quindi non aspira a domini terreni.
Sulla propria regalità però Gesù dà una risposta precisa e inequivocabile: “io sono re”. Quello che dice dopo serve far capire che tipo di re egli sia.
E a questo punto parla della verità.
Nel vangelo di Giovanni la ‘verità’ ha un significato molto ricco e complesso. La verità è ciò che il Padre vuole comunicare agli uomini, perché sappiano chi è lui e chi sono loro; la verità è tutto ciò che Gesù insegna per far conoscere il Padre e se stesso; la verità è ciò che lo Spirito Santo farà comprendere a tutti coloro che si lasciano guidare da lui; la verità è Gesù stesso in persona, il Figlio di Dio fatto uomo, che ‘contiene’ in sé tutta la realtà divina e tutta la realtà umana. Gesù, quindi, sintetizza la propria missione dicendo che è venuto “per dare testimonianza alla verità”, cioè per far conoscere se stesso e il Padre e, attraverso questa conoscenza esperienziale e interiore, comunicare la salvezza, cioè la vita stessa di Dio.
È chiaro che Pilato non poteva comprendere tutto questo e l’evangelista lo sa, come lo sapeva Gesù. Difatti la risposta di Pilato, che non è riportata qui, è stata: “che cos’è la verità?”, che non è precisamente una domanda per sapere, ma una domanda di chi pensa che non ci sia risposta possibile,ma non si accorge che la verità ce l'ha proprio davanti.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il potere di Pilato è per la morte (è il potere del denaro e delle armi, che sp erimentiamo ancora oggi); il potere di Gesù è per la vita (è il potere dell'amore che si fa dono e servizio). Tutti abbiamo un potere, piccolo o grande, non importa. Mi chiedo: il mio potere cosa porta alle persone con cui entro in relazione, morte o vita?

  • Pilato sembra più curioso, per capire chi sia Gesù, che giudice. Anch'io sono curioso di conoscere di più e meglio il Signore. Sono convinto che mi aiuterà a capire meglio me stesso e la mia vita.

  • Il Regno di Gesù non è di questo mondo, ma vuole essere presente in mezzo a noi, per mettere in crisi i regni terreni e renderli almeno più umani. Spero di essere riuscito a dare spazio al Regno di Dio nel mio pezzo di mondo. Ma l'opera non è finita e io non posso sedermi. Don Bosco amava dire: ci riposeremo in Paradiso... ma santa Teresina lo ha smentito: era sicura e contenta che avrebbe potuto lavorare di più e meglio.

  • La verità sembra non avere casa nel nostro mondo. Cristo però continua a parlare, è lui la verità. Voglio ascoltarlo e seguirlo. È l'unico modo per diventare libero dalle falsità che mi portano fuori strada e fuori di testa.

 

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 15 novembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 13, 24-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù ha certamente parlato degli ultimi tempi. Gli evangelisti per riportare i suoi insegnamenti, hanno fatto largo uso della letteratura apocalittica giudaica.
Dopo il ritorno dall'esilio babilonese, Israele aveva subito persecuzioni feroci con la defezione di molti appartenenti al popolo santo di Dio. Il popolo aveva bisogno di dare un senso alla persecuzione e al ritardo dell'intervento di Dio contro i malvagi persecutori. La letteratura apocalittica cerca di incoraggiare gli israeliti alla fedeltà e annuncia in un primo momento la restaurazione del regno di Davide, in un secondo momento l'intervento di Dio negli ultimi tempi per salvare il suo popolo e per punire i persecutori. Le descrizioni di questo intervento di Dio sono appunto 'apocalittiche' perché rivelano l’intervento di Dio anche attraverso catastrofi nei cieli e sulla terra.
Gli evangelisti per raccontare l'insegnamento di Gesù sugli ultimi tempi usano le immagini dell'apocalittica giudaica. I loro lettori e ascoltatori le capivano molto bene.
L'intenzione di Marco è quella di incoraggiare i cristiani che già sono perseguitati. Il suo racconto quindi non ha nessun desiderio di spaventare, anzi. La parabola del fico che annuncia l'estate dice proprio che arriva la bella stagione, quella dei frutti. Così le catastrofi cosmiche lasciano spazio ai cieli nuovi e terra nuova. Intanto la tribolazione frutto della persecuzione continuerà, ma ha un termine. È sicuro che il Signore è presente nella storia e che alla fine verrà visibilmente per radunare tutti i credenti e dare loro il premio della fedeltà.
A tutti viene la curiosità di conoscere il momento in cui ci sarà la manifestazione definitiva di Gesù, ma il Signore non ha nessuna intenzione di soddisfarla. Per questo dice chiaramente che non lo conosce neanche lui. Se accettiamo questa informazione evangelica, capiamo che il figlio di Dio incarnato, riceve dal Padre tutto quello che gli serve per realizzare la sua missione ed essere in totale comunione con lui, ma egli non ha curiosità di sorta e non ha nessuna intenzione di chiedere al Padre informazioni che non servono. Così, l'espressione di Gesù: “non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”, da una parte fa riferimento all’assedio di Gerusalemme e alla distruzione del tempio, dall'altra dice a tutti che la salvezza si realizza per ogni generazione e nell'arco di vita di ogni persona.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La venuta del Signore per il cristiano è salvezza e liberazione per la vita eterna. Comunque io ho paura della morte. Perché? La fede è un cammino che progressivamente ci fa vincere ogni paura. Non solo i santi ci sono riusciti, ma molti cristiani 'normali'.

  • Non è importante la fine di questo mondo, ma il suo fine: preparare cieli nuovi e terra nuova per la vita eterna di tutti i salvati in Cristo.

  • Quando avverrà? A Gesù non importava e finché è rimasto in questo mondo non ha voluto questa informazione. E io mi rendo conto che sapere qualcosa sul mio futuro mi toglierebbe libertà e serenità. Preferisco sapere di essere nelle mani di un Padre che mi ama e che si prende cura di me, sempre e per sempre.

  • Gesù verrà a raccogliere tutti gli eletti. Ha costruito una comunità di credenti in questo mondo, vuole avere una comunità di glorificati in Paradiso. Evidentemente al Padre e a Gesù piacciono le comunità numerose.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 8 novembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 12, 38-44

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù è alla fine, dà le ultime istruzioni ai discepoli e denuncia duramente le ipocrisie e le ingiustizie, di cui è impregnato l’apparato religioso e sociale.
Gli scribi erano gli esperti della Legge e quindi gli avvocati del tempo di Gesù. La fotografia che egli ne fa è dura ma molto viva, li rappresenta in azione e noi possiamo riuscire a vederli a passeggio non solo a Gerusalemme ma anche nelle nostre strade. L’ingiustizia più grande è frutto della loro cupidigia (che per la Bibbia è idolatria) che li spinge ad arricchirsi derubando e frodando i più piccoli e i più deboli, quelli per i quali nessuno alza la voce o si compromette per difenderli. Il tutto ammantato di religiosità falsa e ipocrita, tutta orientata all'apparire per acquistare credito e potere sul popolo. Per questo l’apparizione della vedova che getta nel tesoro le sue uniche monetine è fortemente stridente e rimane fissa nella memoria di chi legge il vangelo.
C’erano 13 cassette delle offerte nel tempio di Gerusalemme, ognuna con una destinazione diversa ed erano a forma di tromba, così che il rumore delle monete versate era amplificato. Non andiamo lontani dalla realtà se vediamo i ricchi versare le monete nella cassetta in modo da farle risuonare, mentre girano la testa per verificare quanta attenzione hanno attirato su di sé. La vedova povera, quasi vergognandosi, lascia le sue monetine si allontana furtiva, per non farsi notare.
Ma il Signore vede non solo le monetine, ma soprattutto la fede immensa della donna che si affida totalmente al suo Dio, e non perde l’occasione per istruire i suoi amici su come la pensa Dio sulle offerte fatte al tempio: i ricchi hanno dato monete al tempio per se stessi, la vedova ha messo nelle mani di Dio tutta la propria vita.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Ha dato tutto”. Entro in crisi: cosa vuol dire 'dare tutto'? 'Tutto' cosa? Se penso solo al denaro, non capisco, mi sento in difetto e non so cosa fare. Se penso alla fede e alla carità allora capisco che Gesù mi presenta la vedova non come modello irraggiungibile, ma come icona di chi si fida talmente di lui da non avere mai paura di essere abbandonato, in qualunque situazione.

  • Una vedova povera, insignificante per i grandi, che attira l'ammirazione di Gesù. Già, perché lui guarda il cuore, sa vedere la bellezza e la ricchezza interiore. So che il Signore vede anche il mio cuore, mi ama così come sono, anche con le mie debolezze, ma non vuole che rimanga come sono e per questo mi offre gratuitamente e con tenerezza tutto ciò di cui ho bisogno per crescere nella fede e nell'amore.

  • Voler apparire senza essere. La vanità e la sete di potere, che generano l'ipocrisia, sono sempre in agguato. E, se non sto attento, si insediano nel mio cuore, senza che me ne accorga, e il mio viso allora diventa una maschera che non mi tolgo neanche davanti allo specchio della parola di Dio.

  • Signore Gesù, sono così concentrato su di me che non so vedere gli altri. Donami occhi buoni, solo un po' come i tuoi, perché io sappia vedere e ammirare tutto il bene che c'è nei miei fratelli, anche anche in quelli che non conosco.

 

TUTTI I SANTI - 1 novembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Parola del Signore.

 

Commento

Questa pagina del vangelo è da contemplare più che da commentare. Tuttavia, siccome fa sorgere molte domande, richiede delle risposte non facili da comprendere e soprattutto da accettare, specie se si ha una fede debole o vacillante. Non parliamo di chi non crede, potrebbe considerare le beatitudini il manifesto dell’“oppio dei popoli”.
Matteo considera le beatitudini il proclama che apre il nuovo ‘Pentateuco’. Nel suo vangelo Gesù fa cinque grandi discorsi che richiamano i 5 libri che aprono il Primo Testamento, attribuiti dalla tradizione ebraica a Mosè. Il discorso della montagna in Matteo è il primo e in qualche maniera annuncia una nuova creazione e una alleanza nuova, quella del nuovo popolo di Dio attorno a una legge nuova, scritta non più su tavole di pietra ma nel cuore di chi crede.
Sono elencate nove categorie di persone che Gesù dichiara ‘beate’, in contrasto con la mentalità corrente tra gli uomini, e non solo del suo tempo. Sono beatitudini dichiarate, ma non sempre sperimentate dalle persone che vivono le situazioni citate. È qui il primo problema. I poveri di spirito e i perseguitati per la giustizia sono beati nel presente perché il regno di Dio appartiene a loro, ma essi possono anche non saperlo e non accorgersene. Tutte le altre situazioni troveranno una risposta nel futuro di Dio. È una promessa alienante? I credenti sono spinti a proiettare solo nel futuro il loro anelito alla felicità? Non è quello che dice Gesù. Chi crede ha la capacità di leggere ora la sua vita nella prospettiva evangelica e di sperimentare la beatitudine anche nelle situazioni di sofferenza citate da Gesù. Tutte le persone che appartengono a queste nove categorie possiedono il regno, ma Dio non interviene immediatamente e miracolosamente a cambiare le situazioni. I martiri hanno sperimentato la presenza di Dio, non perché sono stati liberati dalle mani dei persecutori, ma perché hanno avuto da lui la forza per affrontare vittoriosamente il martirio, conservando e testimoniando splendidamente la fede. I santi, da parte loro, non hanno avuto vita facile ma felice, man mano che si rendevano conto di somigliare sempre di più al Figlio di Dio e di collaborare con lui alla salvezza dei fratelli. Anche se le persecuzioni e le sofferenze continuano, la promessa di Gesù rimane e i credenti sperimentano subito la consolazione della presenza di Dio e della somiglianza a Cristo e anticipano nella fede la felicità che gusteranno in questa vita, se è nella volontà di Dio, e certamente, in pienezza, nell’eternità. Capiscono e gustano tutto questo soltanto i poveri in spirito, cioè coloro che non mettono la loro felicità solo nelle cose di questo mondo; acquistano così una vera libertà interiore, e gioiosamente riconoscono di dipendere da Dio e si aspettano solo da lui la vita piena e la vera felicità, che nessuno gli può sottrarre.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Qualcuno ha detto che le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù. In un confronto con lui ne esco con le ossa rotte. Ma il Signore non vuole questo. Per lo più i veri beati non sanno di esserlo. E allora, prendo le beatitudini come una bella notizia per me, che so di essere un peccatore, ma voglio bene a Gesù e faccio quello che posso per seguirlo e fare del bene.

  • A me sembra che le beatitudini siano, prima di tutto, una tenera carezza di Gesù a tutti coloro che non hanno nessuna altra consolazione. Per loro c'è un posto in prima fila nel cuore di Dio, sono i suoi prediletti. E qualche volta, quando mi capita di soffrire per un’ingiustizia, non importa se nei confronti miei o di altri, mi sento disarmato e impotente, allora penso che questa speranza e questa promessa possano riguardare anche me.

  • Non so dire se rientro tra i beati, mi piacerebbe. So però che, proprio per le parole di Gesù, ho il compito di aiutare i beati a conoscere e gustare la loro beatitudine. Come? Consolandoli, amandoli, aiutandoli, condividendo le loro sofferenze, lottando per loro… Come ha fatto Gesù, che non si è limitato a proclamare le beatitudini…

  • Essere insultato perché credo in Gesù. Non c’è bisogno di andare a cercare questi insulti, arrivano gratis e abbondanti, basta un minimo di coerenza in famiglia, nel lavoro, nella vita sociale… Faccio un po’ fatica a rallegrarmene, ancora di più ad esultare, ma ci provo.

 

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 25 ottobre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 10, 46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Parola del Signore.

 

Commento

Un quadretto molto fresco, immediato, ma anche denso di significati teologici e spirituali.
Gesù sta andando a Gerusalemme. È il suo ultimo viaggio e, oltre ai discepoli, lo segue una folla di persone all’uscita da Gerico. Un uomo, Bartimeo, diventato cieco, chiede l’elemosina. La cecità causata da una malattia corrisponde non solo a una punizione di Dio per chissà quali peccati, ma anche allo smarrimento di chi conosceva la via della salvezza, ma l’ha abbandonata, diventando incapace di ‘vedere’ la verità e la giustizia di Dio.
Ha sentito parlare di Gesù, ma non ha potuto andare da lui. Si spiega allora il suo gridare: non poteva perdere un’occasione irripetibile per essere guarito.
Manifesta fede e umiltà: riconosce in Gesù il messia, figlio di Davide, e chiede compassione per il suo stato, riconoscendo in lui l’unico capace di guarirlo.
La folla svolge un ruolo ambiguo: in un primo momento vuol far tacere il cieco e valuta il fastidio del grido più grande e importante della sua fede; solo quando Gesù ordina di chiamarlo, cambia atteggiamento, ma non è chiaro perché, forse c’è anche della curiosità per quello che avrebbe fatto il Signore.
Il cieco, chiamato, diventa icona di chi vuol diventare cristiano: invitato da Gesù, dà un balzo e getta il mantello (rappresenta tutto ciò che ostacola il cammino verso Gesù e che l’aspirante discepolo deve lasciare dietro di sé) e va da Gesù, con una richiesta precisa: tornare a vedere.
I miracoli di Gesù sono due: gli dona non solo la vista del corpo, ma anche quella dello spirito che gli fa vedere e riconoscere il Salvatore del mondo.
Bartimeo, non appena ci vede, mostra di valorizzare i doni ricevuti, mettendosi alla sequela di Gesù. Per Marco è il vero discepolo che segue Gesù anche quando sta andando verso la passione.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Mi riconosco anch'io affetto da cecità spirituale, perché a volte non riesco a vedere e leggere la mia vita e gli avvenimenti nell'ottica di Gesù. Se voglio davvero la luce dello Spirito, cerco dentro di me il coraggio di gridare per richiamare l'attenzione del Signore.

  • Il desiderio di essere guarito ce l'ho, ed è anche forte. Ma c'è qualcosa dentro di me che mi appesantisce e mi impedisce di 'correre' da Gesù. Bartimeo si è liberato del mantello. E io sono disposto a gettare via abitudini, legami, comodità, piaceri... che mi ostacolano nel mio andare da Gesù per essere guarito?

  • Nella folla attorno a Gesù ci sono anch'io. Ho l'orecchio rivolto al Signore e gli occhi attenti a chi soffre, per poter trasmettere il messaggio di Gesù: “Coraggio! Alzati, il Signore ti chiama e vuole guarire il tuo male”?

  • Chi è stato guarito segue il Signore e non lo lascia più, anche quando sta andando verso la passione. Così il discepolo, a poco a poco, diventa come il suo maestro e salvatore.

 

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 18 ottobre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 10, 35-45

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore.

 

Commento

Non riusciamo a capire come Giacomo e Giovanni siano arrivati a concepire una richiesta di questo genere, per di più subito dopo il terzo annuncio della passione. Possiamo comprendere più facilmente perché Marco posizioni questo racconto proprio qui: è un’ulteriore prova della incapacità dei discepoli di capire Gesù, il suo messaggio e il suo comportamento. Ma è anche il momento giusto per istruire i suoi lettori su cosa vuol dire essere discepoli e su cosa comporta essere capi di una comunità.
La richiesta dei fratelli ‘figli del tuono’ è a metà tra la gloria terrena e quella celeste, magari loro intendevano tutte e due le fasi. Gesù fa una domanda per spiazzarli, ma essi, forse con un po' di sincera leggerezza, rispondono di essere capaci di condividere la missione di Gesù fino alla passione (il battesimo e il calice). Il Maestro, invece, dichiara senza mezzi termini che per ora non sono in grado di realizzare quello che dicono, in futuro (dopo la sua risurrezione) ne saranno resi capaci. E poi toglie di mezzo l’idea della gloria terrena e implicitamente rimanda la vicinanza a lui al giudizio del Padre (Matteo nomina esplicitamente il Padre nel suo vangelo – 20,23).
L’indignazione degli altri scopre fin troppo facilmente che tutti hanno lo stesso atteggiamento che rimproverano ai fratelli, e non è una ‘santa invidia’. Gesù non si meraviglia, ma approfitta per lanciare un insegnamento fondamentale su di sé e sui suoi discepoli presenti e futuri.
Dopo aver tratteggiato con poche parole i potenti di questo mondo, fa un’affermazione che è dato di fatto (sono già discepoli) e anche un ordine: “tra voi però non è così”. E poi indica la vera grandezza e il tipo di primato che devono essere cercati dai suoi amici: chi vuol essere ‘importante’ davanti a Dio deve servire i fratelli; chi vuol essere capo di una comunità deve essere ‘schiavo’ di tutti quelli che vi appartengono. Infine offre se stesso come modello e misura: servire fino a dare la propria vita perché gli altri possano ‘vivere’. Gli apostoli resteranno annientati da come Gesù realizzerà quello che dice, ma con lui risorgeranno anche loro per essere battezzati come lui e bere il suo calice, per la salvezza dei fratelli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Giacomo e Giovanni chiedono di stare al di sopra degli altri. Anch'io qualche volta ho pensato di essere un po' migliore degli altri e di meritare qualcosa di più di loro. Se riconosco questi sentimenti in me, come li valuto ora?

  • «... chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». È abbastanza facile per me servire i “miei”, quelli che amo e che mi ricambiano. E quelli non possono ricambiare o che mi danno fastidio? Gesù dice “tutti”. Servire gratuitamente, senza aspettarsi ricambio e riconoscenza. Questo per me è difficile, ma mi farebbe somigliare a Gesù.

  • Gli altri dieci si sono risentiti. Mi guardo dentro per verificare se ho sentimenti di invidia e di gelosia verso chi ha qualcosa che io non ho e vorrei avere.

  • Gli apostoli non hanno capito niente, esattamente come noi. Vogliono (anche io?) salire sul carro del vincitore. Gesù non ragiona così, la sua è una logica che rovescia il mio modo di pensare, lui prende per mano e porta accanto a sé i più lontani, i più improbabili, gli ultimi a cui io avrei mai pensato. Mi conviene tenerlo sempre ben presente quando valuto il mondo, le persone e le situazioni che mi circondano.

 

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 11 ottobre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 10, 17-30

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Parola del Signore.

 

Commento

Provo a leggere questo brano dal punto di vista di questa persona adulta (solo Matteo lo presenta come 'giovane') e degli apostoli.
Era a posto, faceva tutto bene, glielo dicevano gli altri e se lo diceva anche da solo. Ma dentro di sé aveva una strana inquietudine e si diceva: “ma è tutto qui? È così facile andare in paradiso? Mi sembra che manchi qualcosa e nessuno mi dà una risposta. Anzi mi prendono in giro, perché non mi accontento di essere bravo e pure benedetto dal Signore, visto che sono ricco”. Questi pensieri lo agitavano e quando ha sentito parlare di un nuovo maestro, si è messo subito in viaggio per presentare i suoi dubbi. È incoraggiato dai discorsi di Gesù, dalla sua predicazione sul Regno e quando lo incontra comincia dalla domanda fondamentale: “cosa devo fare per arrivare in paradiso?”. È chiaro che da questa domanda dipendono tutte le altre scelte che si possono fare nella vita, perché ci sono scelte che ti portano verso Dio e altre che te ne allontanano.
La prima risposta di Gesù è la stessa che gli davano gli altri: “osserva i comandamenti!”. Un po’ deluso, lui gli dice che fin da ragazzo li ha osservati e continua a farlo, ma non gli basta.
A questo punto avviene una cosa straordinaria: Gesù lo fissa, cioè gli legge dentro al cuore e vede che quello che ha detto è vero, ma è profondamente inquieto, il suo cuore desidera qualcosa di più nel suo rapporto con Dio. L’espressione che usa Marco: “lo amò”, non significa che prima non lo amava, ma che Gesù ha visto nel giovane una disposizione speciale a fare qualcosa di diverso per Dio e quindi ha intuito che ci poteva essere con lui una sintonia speciale.
E allora Gesù gli offre una rivelazione e una proposta. Prima lo aiuta a comprendere che la sua inquietudine interiore deriva dal fatto che sta facendo una vita ‘normale’, invece il suo cuore desidera qualcosa di speciale, di cui sente la mancanza. Poi arriva la proposta di vendere le sue case e i suoi terreni, che lo tengono legato a tante incombenze, di distribuire il ricavato ai poveri e così somigliare a Dio, e infine di seguire Gesù, che gli avrebbe aperto gli orizzonti di una vita spesa totalmente per gli altri e per il Signore, predicando il vangelo e somigliando sempre più al suo maestro.
Qui scoppia il dramma interno. Egli tutto questo lo capisce, si rende conto che la proposta di Gesù è l’unica risposta vera alla sua inquietudine, ma mette sull’altro piatto della bilancia quello che deve lasciare e dolorosamente sente di non averne il coraggio. Per questo se ne va triste. Se avesse colto nella risposta di Gesù un giudizio negativo su di lui, una pretesa eccessiva e strana, se ne sarebbe andato con un’alzata di spalle o con una risata. Invece è scuro in volto e triste, cioè si sente incapace di realizzare quello che il suo cuore ha desiderato a lungo. E sa che da ora in poi nessuno potrà liberarlo dalla tristezza. Il vangelo non ne parla più ma possiamo sperare che più tardi si sia ravveduto.
Gli apostoli, quando sentono che i ricchi difficilmente entrano nel Regno che loro stanno predicando, restano sgomenti: la ricchezza materiale era segno della benedizione di Dio, e magari anche loro hanno fatto un pensierino per se stessi su questo. Gesù ribadisce la difficoltà quando dice che solo la potenza di Dio può salvare quel tipo di persone. Così Pietro, magari spinto dai suoi amici, pensa di presentare a Gesù un piccolo conto da pagare: “abbiamo già fatto tanto per te e per il Regno, quale ricompensa avremo?”. La risposta di Gesù è spiazzante, ma sarà compresa solo dopo la risurrezione: il centuplo è possibile riceverlo e sperimentarlo solo nella comunità dei battezzati; fanno parte del ‘contratto’ anche le persecuzioni; la vita eterna è la ricompensa che viene direttamente da Dio. Probabilmente gli apostoli, quando capiranno che Gesù giorno per giorno comunica tutto se stesso, si vergogneranno un po’ di aver pensato e chiesto una ricompensa.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Quest'uomo si presenta a Gesù con la domanda che lo pungola da sempre: come essere salvato. Devo dire che io a volte metto questa domanda in secondo piano e mi lascio occupare mente e cuore, mi lascio togliere la serenità da domande, problemi e desideri marginali. Il desiderio della salvezza, messo al cuore di ogni altra domanda, ispira le risposte giuste.

  • Osserva i comandamenti. Per quell'uomo è una risposta conosciuta, osservata e insufficiente. E per me?

  • Vendi tutto... ai poveri... tesoro in cielo... Vale per tutti, religiosi e laici, in modi diversi. Tutto quello che possediamo serve per vivere di amore e generosità. A nessuno è consentito di vivere solo per se stesso e per la propria 'famiglia'.

  • Gesù promette il centuplo. Lui mantiene le promesse. Se non ne facciamo esperienza è perché non abbiamo costruito una vera comunità di fratelli che si amano come lui ci ha insegnato.

 

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 4 ottobre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 10, 2-16

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova,  domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Parola del Signore.

 

Commento

I farisei sanno già cosa pensa Gesù; lo interrogano perché la sua risposta lo metta in contrasto non solo con la Legge di Mosè, ma anche con tutti gli ebrei maschi che ci tenevano a conservare i loro privilegi rispetto al matrimonio (la cultura era maschilista sia al tempo di Mosè che a quello di Gesù, e non solo in Israele).
Ma Gesù è più ‘furbo’ di loro. Anzitutto, attribuendo a Mosè un ‘ordine’, li costringe a riconoscere che non c’è un ordine, ma solo una concessione (un ordine di Mosè avrebbe codificato una precisa volontà di Dio). Di conseguenza Gesù ha buon gioco in un primo tempo nel denunciare gli ebrei che si avvalgono del divorzio, per l'incapacità di amare davvero e con tutto il cuore e in un secondo momento di dichiarare, da vero profeta, ormai superata la norma mosaica perché su di essa prevale ciò che Dio stesso ha fatto nella creazione e che sta al di sopra di qualsiasi concessione di Mosè.
Da notare: la norma che obbliga il marito a concedere il documento di ripudio alla donna, in qualche maniera è una difesa della donna, la quale con quel documento poteva risposarsi; sicuramente questa norma corregge una prassi precedente e non l’ha data Mosè, visto che si trova nel Deuteronomio che vede la luce nel VII secolo a.C.
Ancora: nella legislazione ebraica era solo il marito che poteva ripudiare la moglie. Se Marco parla anche di una donna che ripudia il marito, lo fa perché il suo vangelo raggiunge anche la cultura greco-romana, nella quale anche la donna poteva ottenere il divorzio.
Dopo aver difeso la donna, attraverso l’insegnamento sul matrimonio, Marco inserisce la difesa dei bambini, altra categoria debole.
Intanto, è notevole che Marco parli addirittura di indignazione di Gesù verso i discepoli, ancora schiavi della loro cultura, e che gli faccia pronunciare due imperativi, positivo uno, negativo l’altro, sul comportamento da avere verso i bambini.
Poi presenta i bambini come modelli per l’appartenenza e l’accoglienza del Regno di Dio. E di qui possiamo indicare agli 'grandi' due atteggiamenti fondamentali dei bambini: sono dipendenti dai genitori, quindi accolgono tutti i doni come qualcosa di bello e gratuito e poi esprimono con l’affetto la loro gioia e la loro riconoscenza per i doni ricevuti. Chi non accoglie il Regno con gli stessi atteggiamenti nei confronti di Dio, ne rimane fuori.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La citazione della Genesi non riguarda il sacramento del matrimonio, ma il progetto di Dio sull'uomo e la donna. Pensare al legame coniugale come una norma 'restrittiva' è di chi non sa amare o si è 'convertito' a se stesso. Gli altri, non solo cristiani, ci vedono un dono e un cammino per imparare ad amare totalmente, sempre, in ogni situazione e fino alla fine.

  • La durezza del cuore non si esprime solo tra i coniugi e io, religioso con voti, non ne sono esente. Se cerco scappatoie, per sfuggire alla Regola, somiglio al marito fedifrago. Ogni giorno chiedo al Signore un cuore capace di amare, come lui.

  • Mi piace questa indignazione di Gesù. Don Bosco amava questo brano e lo ha vissuto con gioia e amore senza limiti. Voglio fare di tutto per accompagnare da Gesù bambini, ragazzi e giovani che incontro.

  • Si entra nei vari regni di questo mondo diventando 'grandi', 'forti', 'potenti'; nel Regno di Dio si entra solo 'piccoli', 'deboli', 'bisognosi'. Non posso non scegliere.

 

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 27 settembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 9, 38-43.45.47-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Parola del Signore.

 

Commento

Giovanni e alcuni dei suoi amici fanno un’esperienza sconcertante: un tale, sconosciuto, scaccia i demòni in nome di Gesù, e la cosa pare che gli riesca. Essi hanno creduto di avere il diritto-dovere di proibirglielo, ma l’altro non obbedisce. Probabilmente Giovanni è preso da due dubbi: è possibile che faccia miracoli autentici se non appartiene al nostro gruppo? abbiamo fatto bene a intervenire?
Marco ci tiene a presentare questo turbamento dei discepoli perché gli attribuisce una notevole rilevanza nella vita della comunità cristiana e facendo dire a Giovanni “non ci seguiva”, ci prepara alla risposta di Gesù. Infatti l’apostolo ha riferito al proprio gruppo il verbo che finora riguardava solo il Signore (“perché non seguiva noi”!). Marco fa capire che i cristiani, anche senza vederlo, devono seguire solo Gesù, gli apostoli e i loro successori sono solo degli “inviati”.
In fondo le domande che poteva porsi la comunità cristiana si possono esprimere in questi termini: Gesù agisce e salva anche al di fuori della Chiesa? o anche: Dio opera miracoli anche ascoltando la preghiera di chi non appartiene alla Chiesa?
La risposta di Gesù è netta e chiara: queste persone non vanno fermate né rimproverate; appartengono al Regno, perché hanno un rapporto personale corretto con lui; sono fuori dal Regno, e Dio non li ascolta, solo quelli che deliberatamente e coscientemente si oppongono alla Chiesa, perché appartiene a Cristo. Il principio “chi non è contro di noi è per noi” allarga la vicinanza e l’appartenenza al Regno e offre ai cristiani un motivo di affinità nei confronti di tutti coloro che non sono nella Chiesa, per i più diversi motivi. E qui ci sta bene il detto sulla ricompensa a chi offre un bicchiere d’acqua (Matteo aggiunge ‘fresca’) a chi annuncia il vangelo. Una ricompensa che anzitutto consiste nell’ascolto della bella notizia, ma che può essere allargata fino alla salvezza, dato che proviene da Dio e non si può perdere.
Marco, per contrasto, inserisce qui l’istruzione sullo scandalo e quelle sulla scelta decisa e costosa di fuggire il male per avere accesso alla vita eterna.
Chi scandalizza (spinge al male) una persona (bambini, giovani, poveri, dubbiosi, malati, anziani…) fa a se stesso un danno infinitamente maggiore della perdita della vita in questo mondo; e questa non è una minaccia, ma un insegnamento da prendere seriamente in considerazione. Però questo brano non autorizza nessuno a gettare a mare uno scandalizzatore.
I tagli necessari. L’occhio indica i desideri, la mano l’afferrare per possedere, il piede l’andare verso qualcosa. La stessa metafora si ripete tre volte. Vuol dire che è molto importante; perché, siccome è in gioco la vita eterna, nessuno che abbia un po’ di intelligenza spirituale può dubitare su cosa scegliere: perdere la vita eterna o rinunciare a qualcosa di questo mondo, per quanto importante o piacevole possa essere, nel momento in cui viene a porsi in alternativa e diventa scandalo, cioè mi fa cadere nel peccato e mi allontana da Dio?.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La Chiesa non ha mai avuto l'esclusiva del rapporto con Dio e della salvezza. Il Signore chiede a Giovanni e a me di aprire gli occhi e allargare il cuore per vedere il bene che si compie fuori della Chiesa, esprimere la stima e l'apprezzamento a tutti gli uomini di buona volontà e collaborare con loro.

  • I preti, per colpa di pochi, sono sotto attacco. Ma ci sono tante persone che offrono loro non solo un bicchiere d'acqua... Il Signore non si lascia vincere in generosità, la ricompensa è sicura.

  • Tagliare e gettare. Che cosa? Situazioni, relazioni, abitudini... Come riconoscerle? L'intelligenza spirituale è un dono del Signore. Lo fa a tutti, ma essa ha bisogno di essere coltivata e aiutata. Veri amici e guida spirituale mi aiutano e io li ringrazio.

  • Tagliare e gettare. Chi me la dà la forza? L'energia spirituale viene dal Signore, che non la nega a nessuno. Da solo non posso farcela. La preghiera, la carità e la comunità di fratelli sono fonti inesauribili di forza, perché lì c'è il Signore.

 

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 20 settembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 9, 30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Parola del Signore.

 

Commento

Per la seconda volta Gesù annuncia la sua passione, morte e risurrezione. E, come dopo il primo annuncio, Marco fa seguire degli insegnamenti particolari, questa volta solo ai discepoli.
A Cesarea di Filippo i discepoli erano rimasti scandalizzati e Pietro aveva creduto di avere il dovere di rimproverare Gesù. La risposta a Pietro e agli altri era stata aspra e tagliente.
In questo caso Marco sottolinea l'incapacità dei discepoli di comprendere, unita alla paura di fare domande, che potessero suscitare una nuova violenta reazione da parte di Gesù.
Emergono qui le difficoltà interiori dei discepoli a ragionare secondo la mentalità di Gesù. Fanno fatica ad arrivarci, come d'altronde capita anche ai cristiani del XXI secolo, chiamati a seguire Gesù, portando ciascuno la propria croce.
La stessa paura chiude la bocca dei discepoli, quando Gesù in casa chiede della discussione che essi avevano avuto lungo la strada. Marco ci informa sul tema: chi era il più 'grande' tra loro.
Qui ammiriamo la pazienza e la calma di Gesù: si siede, per far capire che assume il ruolo del 'maestro', che insegna una cosa che essi ancora non sanno; convoca i dodici, staccandoli dagli altri, per un insegnamento che essi per primi devono comprendere e mettere in pratica; non rimprovera, ma fa un'affermazione di principio. Non è cosa da poco: sovverte mentalità, atteggiamenti e comportamenti, ritenuti normali dagli uomini. Nel nostro mondo il più grande è al di sopra degli altri, comanda e si fa servire; invece, tra i seguaci di Gesù il più grande è l'ultimo e il servo di tutti. Ci vorrà tempo perché gli apostoli interiorizzino questa verità, infatti poco dopo Giacomo e Giovanni chiederanno i primi posti. Solo la passione e la risurrezione li convinceranno che Gesù dice la verità di Dio, che umanizza e divinizza i suoi figli.
Altro sovvertimento. I bambini per gli ebrei non contano niente; Gesù ne fa rappresentanti suoi e del Padre; anche se non parlano, rendono presente Dio stesso e richiedono che i 'grandi' si mettano al loro servizio. Non accogliere i bambini e i piccoli, cioè i deboli in ogni senso, significa mettere Dio fuori della propria vita e, quindi, mettersi fuori dal regno di Dio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • È difficile stabilire se io davvero non capisco oppure non voglio capire le parole di Gesù. Sono convinto che più spesso non voglio, perché sono troppo scomode. Eppure sono sempre parole che mi conducono alla pienezza di vita umana e divina. 'Piccola' difficoltà: bisogna passare attraverso la croce.

  • «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». La storia della Chiesa, senza andare lontano nel tempo, dice che questo insegnamento di Gesù è tra i più disattesi. Carriera, denaro e potere sono tentazioni permanenti, specialmente per i preti. Guardando a me, mi rendo conto che non c'è bisogno di stare in alto per essere uomini di potere. Liberami, Signore.

  • C'è un modo sottile di esercitare il potere. Mettersi volontariamente ai margini e non servire nessuno. Così, posso nascondermi dietro una falsa giustificazione e sentirmi legittimato a servire solo me stesso, i miei interessi e i miei comodi.

  • «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me...». Gesù non fa sentimentalismi, ma rivelazione di quello che pensa Dio stesso. Mi conviene farci i conti al più presto, alzando lo sguardo oltre i confini della mia casa e della mia parrocchia.

 

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 13 settembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 8, 27-35

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Parola del Signore.

 

Commento

La domanda di Gesù, all’inizio sembra solo curiosità, poi diventa impegnativa sul piano personale. Solo dopo scopriamo che è stato un modo mirato e voluto per cominciare a dirozzare l’idea di Messia che hanno gli apostoli, e non solo loro. La risposta di Pietro, che in Marco rappresenta tutti gli apostoli, si rivela esatta nella formulazione ma scorretta quanto al significato.
Il vangelo di Marco si è aperto con la dichiarazione che Gesù è messia e figlio di Dio, ora, esattamente a metà del vangelo, Marco ci dice che gli apostoli hanno capito solo in piccola parte chi è Gesù; e solo alla fine il centurione, un pagano, riconoscerà in lui il figlio di Dio, per come è morto sulla croce.
Gesù incassa la risposta di Pietro e inizia a spiegare che sì, è il Messia, ma diversamente da come pensano loro; vincerà, non contro i romani, ma contro l’avversario di Dio e dell’uomo, non con le armi e la forza, ma dando la propria vita e risorgendo.
Quanto poco abbia capito Pietro lo si vede subito. Preso dal suo affetto e dalla preoccupazione non solo per Gesù ma anche per la sua visione della carriera del Messia, lo chiama in disparte e si mette a rimproverare Gesù, pretendendo di conoscere, lui, il vero progetto di Dio.
Gesù invece coinvolge tutti (evidentemente la pensavano come Pietro) e, con estrema fermezza, ricorda qual è il posto del discepolo: dietro il maestro. È il maestro a tracciare la strada, non il discepolo, e se si mette davanti diventa non solo inciampo, ma Satana, cioè tentatore e inciampo, perché vuol portare il Signore su strade diverse da quella progettata da Dio per la salvezza dell’umanità.
A questo punto Marco raccoglie alcune espressioni di Gesù che tracciano le scelte fondamentali e lo stile di vita del discepolo.
Subito Gesù attacca l’idea di fondo che si oppone al progetto di vita che lui vive e propone: l’autorealizzazione e la felicità cercata per se stessi, secondo i modelli satanici. Il discorso è tagliente e senza scappatoie: chi vive per se stesso, chi si mette al centro di tutto e sopra gli altri crede di realizzare la propria vita e salvarla, in realtà la perde, fallendo la propria vocazione umana di figlio di Dio in relazione fraterna con gli altri. Chi invece si decentra (come dovrebbero fare tutti gli adulti) e mette la propria vita a servizio degli altri (ama secondo il modello di Gesù, disposto a sacrificare se stesso: questa è la croce) attraverserà la sofferenza e avrà la vita eterna, non solo nell’al di là, ma già in questo mondo, perché la vita eterna è fatta di amore per i fratelli e per Dio, da ora e per sempre.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • È facile per me dire che Gesù è il Messia, figlio di Dio. Ma tante volte non accetto che lui sia il 'crocifisso' risorto. Questo mi succede ogni volta che di fronte alla sofferenza e alla lotta per la fede preferisco un Dio forte, che intervenga per risolvere i problemi e per darmi una vita, felice, serena e tranquilla.

     

  • Pietro si preoccupa per Gesù (gli vuole bene, davvero), ma anche per la propria carriera di discepolo di un Messia vincente. Ci sono molti modi di fare carriera nella Chiesa, in particolare per i preti, ma non solo. Quale carriera sto facendo io? Quella del riconoscimento e del successo o quella del servizio e della croce, per somigliare a Gesù?

     

  • Andare dietro a Gesù. È una sicurezza, non posso sbagliare strada. Ma lui non va avanti senza girarsi indietro, mi tiene d'occhio costantemente e se cado, si ferma e mi aiuta a rialzarmi. Lo sa che da solo con le mie sole forze non riesco a seguirlo sulla strada della croce.

     

  • «... chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». L'avversario ogni giorno cerca di convincermi del contrario, e io non poche volte ci sono cascato.

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 6 settembre 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 7, 31-37

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Parola del Signore.

 

Commento

Marco racconta questo miracolo in maniera molto strana, tanto che Matteo e Luca (che spesso copiano Marco) non lo riportano. Ci vuole un po’ di attenzione in più per capire cosa abbia voluto dire Marco ai suoi lettori.
Anzitutto prendiamo atto che Gesù si trova in terra pagana e la descrizione geografica, non molto chiara, vuole solo dire che Gesù abbraccia tutta la regione e, dunque, che anche i pagani hanno diritto alla sua predicazione e alla salvezza.
La cultura medico-religiosa pagana possedeva diversi racconti su vari guaritori con i gesti loro tipici. Qui Marco attribuisce a Gesù alcuni gesti che lo avvicinano ai guaritori pagani, ma nello stesso tempo afferma con forza la sua superiorità su di loro.
I gesti somiglianti: toccare la parte malata, usare la saliva (nell’antichità si pensava che la saliva avesse un potere curativo), mettere le dita negli orecchi (il dito dice la potenza di Dio che passa all'uomo e lo guarisce), emettere sospiri, usare parole che i presenti non capiscono.
La superiorità: portare il malato in disparte (non agisce per farsi vedere), pregare, dare un ordine perentorio, ottenere una guarigione immediata e completa.
I pagani, che già conoscevano la fama di Gesù (infatti lo cercano e gli portano il sordomuto), restano molto ammirati e sentono il bisogno di ‘proclamare’ la grandezza di Gesù, cosa che per Marco equivale a una diffusione della bella notizia, che è vangelo. Anzi, mettendo in bocca a loro l’espressione: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!», ottiene due risultati: annuncia, da una parte, la realizzazione delle promesse fatte dal Signore attraverso il profeta Isaia e, dall’altra, l’inizio della nuova creazione, dato che Gesù, come Dio, fa bene ogni cosa (nel primo capitolo della Genesi 6 volte si dice che Dio vede che la creazione è fatta bene).
Un accenno al segreto messianico. Il comando di non divulgare il miracolo è disatteso. Gesù vuole evitare equivoci sulla sua messianicità, ma è un tentativo che non ottiene obbedienza, così, a poco a poco, la delusione di alcuni e la rabbia dei capi lo condurrà sulla croce, che sarà la rivelazione inequivocabile del modo, inatteso ma tutto suo, di essere Messia e Figlio di Dio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Io non sono sordo rispetto alla parola di Dio, anzi l'ascolto spesso. Mi tocca allora interrogarmi se i miei orecchi sono sempre collegati con la mente e il cuore.

  • Bocca chiusa. La timidezza dei cristiani nel 'dire' la propria fede e il proprio amore, anche di fronte a chi non crede e non ama i fratelli, a volte ha contagiato anche me.

  • Bocca sempre aperta: per parlare a vanvera, di cose futili e per giudicare tutto e tutti. Metti, Signore, un freno alla mia lingua, che io la usi soprattutto per “parlare con te o di te”.

  • La bella notizia per me: dal battesimo in poi, il Signore mi ha fatto tutti i doni di cui ho bisogno per ascoltarlo, comprenderlo, seguirlo e testimoniarlo. Ricomincio da oggi

 

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 30 agosto 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 7, 1-8.14-15.21-23

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Parola del Signore.

 

Commento

Per comprendere questo brano e innestarlo nella vita cristiana dei nostri giorni, ci poniamo dal punto di osservazione dei destinatari del vangelo di Marco.

La comunità cristiana, sempre in contatto con gli ebrei, si pone il problema se osservare le regole tradizionali che riguardano la vita quotidiana. Non si tratta quindi della Legge di Mosè, ma delle tradizioni accumulate lungo la storia, che hanno avuto origine dalle diverse scuole rabbiniche, e consolidate nel popolo.

La comunità si pone una domanda che possiamo esprimere così: questi comportamenti determinano il rapporto con Dio e la possibilità di accedere a lui nella preghiera e nelle celebrazioni comunitarie? Gli ebrei rispondevano di sì e avevano un codice e un rituale che distingueva ciò che è puro da ciò che rende impuri i fedeli e quindi incapaci di accostarsi a Dio, senza i riti di ‘purificazione’.

Marco fa dare la risposta a Gesù stesso: un rimprovero ai farisei e un’istruzione ai discepoli.

Il rimprovero. Citando il profeta Isaia, Gesù distingue il culto delle labbra da quello del cuore e il comandamento di Dio dalle tradizioni create dagli uomini. La comunità e ogni cristiano sanno da che parte stare.

L’istruzione. I discepoli, come al solito, non avevano capito. Gesù ne approfitta per approfondire e allargare il discorso. Il rapporto con Dio si gioca nella libertà dell’uomo e nella sua capacità di scegliere tra l’amore per Dio e i fratelli e l’affermazione di sé nell’orgoglio e nell’egoismo. L’elenco dei peccati, naturalmente, non vuol essere esaustivo, però dà un’idea ampia di quante cose l’uomo possa pensare e attuare per fare del male alle singole persone e alle comunità (non solo ecclesiali ma anche civili) e per rovinare se stesso.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Ipocrita è colui che nella vita di fede recita una parte ma non mette in gioco la propria vita concreta. Il rimprovero di Gesù ha valore anche oggi e ci chiede di stare attenti alla tentazione permanente dell'ipocrisia.

     

  • Pregare con le labbra e non con il cuore. Ci sono della pratiche 'spirituali' che funzionano da rifugio intimistico, ma non toccano la vita concreta. Quando ci mettiamo davanti al Signore per pregare, verifichiamo se alla bocca è collegato anche il nostro cuore.

     

  • «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Considerando non solo le norme religiose ma la vita intera, possiamo chiederci se e quando ci preoccupiamo più del giudizio degli uomini che di quello di Dio.

     

  • Il cristiano ha ricevuto in dono la libertà dello spirito. A volte nella nostra Chiesa sembra sia data più importanza al rispetto esteriore delle regole di comportamento e di sottomissione che all'adesione interiore. I profeti, che il Signore manda anche oggi, alzano la voce e la vita per indicare la strada che consente di arrivare a Dio e vivere con lui e per lui

  

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 2 agosto 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 24-35

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Parola del Signore.

 

Commento

Questa prima parte del grande discorso sul pane di vita mira ad arrivare alla richiesta della folla: «Signore, dacci sempre questo pane».
Certo è una cosa buona che la folla lo cerchi ancora, dopo che lui si è sottratto al tentativo di acclamarlo come re, ma Gesù inizia la sua 'catechesi' con un piccolo rimprovero: avete mangiato il pane, vi siete saziati, ma non avete colto che è un segno e siete rimasti legati al gusto di una cosa terrena.
Quindi passa ad indicare tre passi di crescita spirituale, per arrivare a chiedere il pane della vita eterna.
Primo passo. Comprendere che c'è un altro pane, quello della vita eterna, che soltanto Gesù può donare, perché ha ricevuto questo incarico direttamente dal Padre. Per accogliere questo pane, bisogna “darsi da fare”.
Secondo passo. La folla sa già che non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio, e chiede a Gesù a quali punti della Legge deve fare riferimento per poter ricevere questo pane. Ma la risposta di Gesù è diversa: non basta più l'osservanza della Legge, bisogna credere in lui e credere che è stato mandato da Dio per portare in dono la vita eterna. Tutti i precetti della Legge ora sono riassunti nel credere in Gesù.
Terzo passo. Di fronte alla richiesta della folla di agire come Mosè, Gesù rifiuta di paragonarsi a lui e sposta l'attenzione sull'opera del Padre: è lui che ha dato il pane nel deserto, non Mosè; il pane del deserto era solo un'anticipazione del vero pane che viene dal cielo e comunica la vita eterna, non solo a Israele, ma al mondo intero.
La folla ora capisce che c'è un nuovo pane e lo chiede, probabilmente aspettandosi un nuovo precetto o una nuova interpretazione della Legge. Invece a questo punto Gesù va molto oltre e rivela qualcosa di sé: il pane che viene dal cielo e dà la vita è proprio lui, Gesù, che è venuto a sfamare e dissetare quelli che credono in lui.
Come reagirà la folla a questa rivelazione?

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La folla è legata al gusto delle cose terrene. Gesù non le sminuisce, ma invita ad andare oltre e a mirare alle cose che non finiscono, quelle delle spirito. Dentro di me c'è ancora contrasto tra spirito e materia? Di cosa ho bisogno per giungere all'armonia, che è anticipazione della vita eterna?

  • L'armonia tra materia e spirito non è solo frutto del mio impegno, ma è anzitutto dono di Gesù. Mi sto “dando da fare” per accogliere questo dono?

  • L'opera di Dio è credere in Gesù, mandato dal Padre. Mi interrogo sulla mia fede in Gesù: è viva e in movimento, oppure è ferma come una cosa acquisita una volta per sempre?

  • I credenti sono immersi nell'amore del Padre e del Figlio, che li raggiunge attraverso l'opera dello Spirito Santo. Quanto e come la mia vita spirituale è alimentata da questa verità fondamentale della fede?

 

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 26 luglio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Parola del Signore.

 

Commento

Giovanni non racconta l’istituzione dell’eucaristia, ma ha il capitolo VI che parla abbondantemente del corpo e del sangue di Gesù e della necessità di cibarsene per ricevere la vita stessa di Dio, quella eterna. Il legame con la Pasqua è espresso chiaramente. La situazione creata è favorevole: una grande folla che cerca il Signore, il luogo solitario, la fame.
Gesù alza gli occhi, legge il bisogno delle persone e decide di prendersene carico. Egli sa già quello che vuole fare, ma prima mette alla prova Filippo, cioè gli dà l’opportunità di mettere a frutto la sua conoscenza e la sua fede in Gesù. Ma sia lui che Andrea non si mostrano all’altezza della situazione. Così i due apostoli faranno un passo avanti nella conoscenza di Gesù, solo sperimentando la distanza tra quello che loro pensano di lui e quello che lui effettivamente è ed è capace di fare. È il tema della fede che in questo capitolo si intreccia strettamente con quello eucaristico. Infatti, quando la folla vorrà farlo re, Gesù si sottrarrà perché non solo non lo conoscono e non hanno fede, ma vogliono fare di lui un personaggio totalmente diverso dal messia obbediente al Padre, che salva il mondo dando la propria vita.
I commentatori non vedono nulla di particolare nella menzione di un ragazzo, se non un collegamento con il servo di Eliseo, cui il profeta ordina di portare il pane moltiplicato davanti alla gente. Intanto noi possiamo notare che questo miracolo così importante nel vangelo di Giovanni ha inizio dalla volontà di Gesù e dalla disponibilità di un ragazzo, persona senza importanza per gli adulti, che mette a disposizione quello che ha: diventa così una primizia della nuova umanità.
Il miracolo avviene sotto gli occhi di tutti e tutti mangiano il pane, Giovanni però sottolinea l’aspetto eucaristico, usando i verbi dell’eucaristia e facendo ordinare a Gesù di raccogliere gli avanzi: nulla del dono di Dio deve andare sprecato. L’eucaristia è il sacramento dell’amore e della vita di Dio comunicati attraverso il corpo di Cristo: tutto questo amore va vissuto nella comunità e distribuito secondo i tempi e i bisogni di ciascuno. Quello che avanza dal banchetto deve essere riservato anche per chi non ha potuto essere presente o entrerà più tardi nella comunità?

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Filippo risponde sul piano 'economico' e ritiene che, non avendo denaro sufficiente, non si possa provvedere; resta paralizzato. È lontano dalla mentalità di Gesù. Sul piano del prendersi cura dei bisogni dei fratelli anch'io considero determinante la copertura finanziaria preventiva? Con questo criterio, don Bosco non avrebbe fatto nulla per i suoi ragazzi.

  • Andrea ha trovato una risorsa 'materiale', ma la giudica irrisoria e rimane scoraggiato e inerte. Non ha fiducia nella potenza dell'amore di Gesù. Quante volte ho ritenuto insufficienti le risorse umane e spirituali in mio possesso, contando solo su me stesso. Mi sono messo al primo posto e ho perso di vista di essere semplicemente collaboratore di Gesù.

  • Il ragazzo mette il suo poco e il suo tutto nelle mani di Gesù. Avviene il miracolo. Guardo la mia vita e lodo il Signore per i miracoli che ha compiuto, quando, senza fare calcoli, ho messo nelle sue mani me stesso e le mie capacità.

  • La folla, invece di credere, vuole servirsi di Gesù per i propri scopi. Il Signore si sottrae. Pretendo anch'io che Gesù faccia ciò che voglio io? Come reagisco quando non mi risponde?

 

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 19 luglio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore.

 

Commento

La sobrietà di Marco nel raccontare il rientro degli apostoli dalla prima missione ci invita ad immaginare non solo la loro stanchezza, ma anche il loro entusiasmo. Gesù li ascolta e legge in loro in bisogno di staccare un po’. Li invita ad andare in un luogo in cui la folla non avesse facilità di accesso, in disparte, per riposare e riprendere a gustare la vicinanza con lui e le relazioni tra di loro. Il programma salta. La compassione di Gesù per la folla affamata di guida e di parola di Dio, mette in secondo piano l’esigenza del riposo. Gesù sazia anzitutto la loro fame di insegnamento e poi la fame di pane, infatti subito dopo l’evangelista racconta la prima moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Marco quindi non fa discorsi sul buon Pastore, ma ce lo presenta in azione, mentre prende coscienza dello sbandamento del popolo di Dio, che i sacerdoti del tempio avrebbero dovuto guidare sulle strade della Legge e della fede, e si fa carico dei loro bisogni spirituali e materiali.
Gesù però non dimenticherà la necessità di curare il gruppo degli apostoli, ma non si parlerà più di andare in disparte. Marco però di tanto in tanto ci informa che Gesù istruisce a parte gli apostoli, che hanno possibilità di fare domande, cosa che alla folla non è concessa.
La compassione di Gesù per la folla è la traduzione visibile della compassione che Dio esprime nel Primo Testamento, specialmente in Geremia ed Ezechiele, e la realizzazione della promessa che Dio ha fatto di prendersi direttamente cura del suo popolo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gli apostoli fanno il resoconto della loro missione. Sono stanchi e contenti. Il dialogo con Gesù, nella preghiera, a volte inizia con il resoconto della mia vita quotidiana e ordinaria: gioie e dolori, fallimenti e successi. Faccio l'esperienza che il Signore si prende cura di me.

  • In disparte. Non è la 'vacanza', ma un luogo e un tempo che favoriscono l'approfondimento del rapporto con Gesù, la ripresa delle relazioni fraterne, il recupero di energie fisiche e spirituali per riprendere la missione. In certi periodi ho oscillato fin troppo tra impegni e vacanza.

  • Compassione. È il doloroso disagio, anche fisico, per la condizione disagiata e ingiusta dei fratelli. Mi sento contagiato dalla cultura in cui vivo, che non offre molto posto alla compassione. Ma non ho giustificazioni. Il vangelo è la medicina per curarmi.

  • Gesù insegna 'molte cose'. Ringrazio il Signore per ciò che mi ha insegnato e che mi insegna ogni giorno. Gli chiedo perdono perché al momento giusto ho qualche amnesia. Gli chiedo lo Spirito, perché mi aiuti a insegnare solo il vangelo.

 

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 12 luglio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 6, 7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Parola del Signore.

 

Commento

Quando il gruppo dei dodici è stato costituito, Marco ci ha informati che Gesù li ha chiamati “perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni”. Così si realizza la seconda intenzione di Gesù. Sono stati con lui un certo tempo, non moltissimo, hanno visto parlare e agire Gesù, non hanno ancora ben capito chi sia, fino alla risurrezione non capiranno molto. Anzi Marco sottolineerà la loro costante incapacità di capire, eppure Gesù li manda ad annunciare la presenza del Regno di Dio nel mondo ed essi fanno esperienza della conversione della gente e della loro capacità di fare miracoli.
Gesù dà loro le ultime istruzioni: essendo annunciatori del Regno, devono affidarsi completamente alla potenza di Dio, che li accompagna. Non c'è nessun’altra garanzia. Inoltre, preannuncia che troveranno persone disposte a convertirsi e ad offrire loro ospitalità e cibo. Gli apostoli così iniziano a fare esperienza della presenza di Gesù nella loro azione apostolica, anche prima della risurrezione. In seguito questo sarà ancora più chiaro per loro. Il Signore infatti non chiama e non affida missioni, senza dare anche la capacità di realizzarle, fino al potere di fare miracoli, che annunciano la presenza del Regno di Dio e costituiscono la prova della verità dell'annuncio.
Faranno anche esperienza del rifiuto, ma non devono scoraggiarsi o entrare in crisi. L’adesione al vangelo esige una scelta libera, ma chi rifiuta deve sapere che ci sono delle conseguenze. La polvere scossa dai calzari è un giudizio che sarà ripreso alla fine dei tempi. Ma, tenendo presente tutto il vangelo, non possiamo escludere la speranza che chi ha rifiutato, nei momenti di tristezza o di fallimento, ricordando la testimonianza della polvere, possa recuperare l’annuncio di una salvezza che è offerta a tutti, anche a chi all’inizio ha detto no.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Mandati a due a due, non tanto per aiutarsi, ma per essere, con la parola e con l'amore fraterno, testimoni credibili di una nuova vita offerta a tutti. Quando penso di poter testimoniare da solo, corro il rischio di diffondere idee, non vita nuova.

  • Povertà e credibilità dell'annuncio sono strettamente legati. Più della parola vale lo stile di vita conforme al vangelo, nella somiglianza a Gesù. Ho fatto molte volte l'esperienza della sterilità della mia parola, ma anche, almeno qualche volta, della fecondità della testimonianza della vita e della vicinanza fraterna.

  • Gesù manda verso chi ha bisogno dell'annuncio. Il luogo della missione è dovunque ci siano uomini e donne alle prese con la vita concreta. Il metodo è Cristo stesso: incarnarsi e condividere i doni che si posseggono in uno scambio fraterno e gratuito.

  • L'inviato può essere rifiutato. Nessun problema, ci si rivolge ad altri. Magari si può tentare, più tardi, un 'secondo giro'. Qualcuno potrebbe non aver capito bene, oppure potrei essere stato io, scarso di testimonianza e di fraternità, a causare il rifiuto.

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 5 luglio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 6, 1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Parola del Signore.

 

Commento

È un brano che fa pensare, per le ricadute spirituali su noi, cristiani di oggi. L'evangelista, da parte sua, continua il discorso sulla fede, per rispondere alla domanda: “Ma Gesù, chi è?”.
Probabilmente Gesù pensava che i suoi paesani sarebbero stati contenti di vederlo come profeta e guaritore. Invece essi prima si stupiscono di ciò che Gesù sta operando nei paesi attorno (miracoli e insegnamento), ma lo stupore potrebbe aprire la strada alla fede, invece essi si scandalizzano di lui. Nel loro cammino verso Dio inciampano (è il significato di ‘scandalo’) nei loro pregiudizi, così l'orgoglio e la grettezza impediscono loro di accettare come dono inatteso di Dio il fatto che egli possa scegliere come profeta uno che loro hanno conosciuto e visto crescere come una persona del tutto ‘normale’, come loro.
Amaramente allora Gesù deve riconoscere la verità di un proverbio e accettare che di fronte a lui tutti sono chiamati a scegliere liberamente se credere o no. Certo questo per lui è causa non solo di meraviglia, ma anche di sofferenza, perché i suoi fratelli rifiutano il dono della salvezza che lui è venuto a realizzare e offrire gratuitamente.
Domenica scorsa abbiamo letto del miracolo che Gesù compie inconsapevolmente per la donna che con grande fede tocca il suo mantello. Oggi a Nazaret Gesù fa l’esperienza di non poter operare miracoli a causa della incredulità dei suoi paesani (miracolo e fede sono inseparabili). Ma non si lascia irretire dalla folla, guarda al cuore di ciascuno, per questo guarisce i pochi malati che manifestano la loro fede in lui. Tutto questo non ferma Gesù, egli continua la sua missione e insegna a tutti quelli che vogliono ascoltarlo; tutti quelli che, liberi dai pregiudizi, possono giungere alla fede, riconoscendo in Gesù almeno un uomo mandato e approvato da Dio.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù insegna, perché ha da comunicare una verità che gli uomini non possono conoscere solo con gli sforzi dell'intelligenza. Oggi tanti insegnano cose diverse da lui. Io mi interrogo su quanto i miei pensieri e le mie scelte corrispondano all'insegnamento di Gesù.

     

  • Quando Gesù insegna e opera prodigi genera stupore. È difficile che la lettura del vangelo o l'ascolto di una omelia generi in me uno stupore simile. Forse devo fare maggiore attenzione alla mia vita quotidiana e stupirmi di come la parola di Gesù la illumini, la corregga, la renda nuova, bella e feconda.

     

  • I compaesani di Gesù si sono scandalizzati e hanno perso il dono che Dio voleva fare loro attraverso Gesù. A volte riesco a rendermi conto che su Gesù do troppe cose per scontate e, prigioniero di ciò che penso di sapere già, anch'io non vedo il dono che il Signore mi sta offrendo.

     

  • Gesù, quando insegnava, era parola di Dio comunicata agli uomini. Oggi Dio continua a parlare anche attraverso uomini e donne 'normali', come me. Chiedo il dono dello Spirito, perché mi aiuti a riconoscere la parola che il Signore mi rivolge attraverso le persone che lui mi mette accanto o che mi fa incontrare.

 

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 28 giugno 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 5, 21-43

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Parola del Signore.

 

Commento

Marco mette insieme due miracoli strepitosi con l’artificio letterario dell’inclusione, forse perché i fatti si sono svolti proprio così, o anche solo per sottolineare alcuni elementi comuni, come, per esempio, la necessità della fede.
Gesù, protagonista assoluto, è presentato come persona dotata di poteri divini, capace di salvare due persone votate alla morte; l’accesso a questi poteri è dato dalla fede; e non è secondario che si parli di due donne.
La donna. Era ricca, a causa di un flusso continuo di sangue è diventata povera e permanentemente impura, quindi esclusa dalla vita religiosa e sociale. Cammina verso la morte ed è disperata. La sua disperazione apre la porta alla fede in Gesù e le dà un coraggio da pazzi. Fende la folla (chissà quanti ne rende impuri), tocca il mantello di Gesù (contaminato pure lui?), ma immediatamente si sente guarita. La potenza divina, come attirata dalla fede della donna, si è sprigionata spontaneamente da Gesù, senza una sua esplicita decisione, ma non senza che lui se ne accorga. Gesù vuole incontrare la donna, ma prima si scontra con l’incomprensione abituale e, in questo caso superficiale, dei discepoli. E quando la donna si presenta, timorosa di essere rimproverata, il Maestro, come lei, infrange i tabù religiosi e sociali: non fa nessun accenno all’impurità, dialoga in pubblico con una donna ('che razza di rabbino è?', pensano in molti) di argomenti tabù, loda la sua fede, le dona la pace e la guarigione-salvezza.
La fanciulla. Qui la fede è quella del padre che scavalca i colleghi (mai avrebbero accettato questo comportamento) e si getta ai piedi di Gesù, credendo nei suoi poteri taumaturgici. La guarigione della donna lo incoraggia, ma la notizia della morte della figlia spinge anche lui verso la disperazione. Gesù, che finora lo aveva seguito verso casa, ora si mette davanti, lo invita a conservare la fede mostrata prima e seguirlo con i suoi tre amici. Davanti alla casa si scontra con una nuova incomprensione che diventa derisione (anticipo della passione?), da parte di chi è prigioniero dell'orizzonte terreno. Egli scaccia tutti fuori (sono troppo legati alla mentalità di questo mondo e non possono ‘vedere’ l’opera di Dio), e infrange un altro tabù (toccare un cadavere comportava la più grave delle impurità). Con la semplice parola richiama alla vita la ragazza e la consegna ai genitori e alla vita sociale (aveva l’età del fidanzamento).
Marco offre ai cristiani due modelli di fede ( la donna e il padre) e un duplice insegnamento: Gesù ha il potere di restituire la vita piena a chi è minacciato dalla morte o già sua preda; perché la potenza di Gesù si sprigioni, è necessaria la fede.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Chi tocca Gesù con fede è investito dalla sua potenza che dà la vita. Questo avviene sempre. È avvenuto che l'ho toccato senza fede (in quante Messe mi succede?) oppure che, toccandolo, mi aspettavo qualche altra cosa e non mi sono accorto del dono che lui mi faceva, sempre.

  • Il bisogno di salvezza porta la donna a mettere da parte le 'norme religiose' e a superare tutti gli ostacoli. Sono ancora condizionato da regole rituali, culturali e sociali che mi rendono difficile l'incontro personale con Gesù (e con i fratelli che hanno bisogno di me)?

  • La donna non ha rispettato le 'regole', ma Gesù non ne fa alcun accenno, perché legge nel suo cuore e vede la sua povertà e la sua fede. Tutto questo si chiama misericordia? Gesù si comporta così con tutti, anche con me.

  • Giairo è condotto alla fede dalla paura di perdere la figlia. Di fronte alla morte accetta di cambiare profondamente pensiero e vita e si rivolge a Gesù. Certamente i suoi 'amici' gliela faranno pagare. Io, per credere in Gesù, ho perso degli amici, ma non ho perso la speranza di ritrovarli.

 

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 21 giugno 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 4, 35-41

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore.

 

Commento

Nella prima parte del capitolo Marco ha raccolto 4 parabole di Gesù, presentandolo come maestro. Quasi per confermare che il suo insegnamento viene da Dio, l'evangelista mostra la potenza divina di Gesù, raccontando quattro miracoli in cui egli domina la natura e vince i demoni, la malattia e la morte. Abbiamo davanti il primo dei quattro. Un brano che pone domande non facili e questo ci obbliga ad approfondire la nostra riflessione.
Domande difficili: perché Gesù decide di passare all'altra sponda? Come faceva Gesù a dormire in mezzo alla tempesta? Perché invece di chiedere aiuto i discepoli rimproverano Gesù?
Proviamo a inquadrare meglio il brano per cogliere la bella notizia che l'evangelista vuole comunicare.
Alcuni espressioni collegano il nostro brano alla vicenda di Giona, anche se l'atteggiamento di Gesù è completamente diverso, e questo può giustificare la stranezza del 'sonno'.
Il fatto avviene di notte, simbolo del tempo in cui le potenze tenebrose sono all'opera e si scatenano senza preavviso, perciò il pericolo proviene non solo dalla natura ma anche dalle potenze malefiche. Gesù dorme: è l'esperienza che fanno l'uomo della Bibbia e anche il cristiano quando hanno l'impressione che Dio non interviene, mentre essi sono in difficoltà. Così possiamo comprendere perché la richiesta di aiuto dei discepoli assume il tono di un rimprovero.
La potenza di Gesù si dispiega in pochi gesti e il «Taci!» detto al mare, somiglia molto a quello detto ai demòni, quando li scaccia.
Gesù, a sua volta, rimprovera i discepoli perché hanno avuto paura e poca fede in lui. Avrebbero dovuto già credere, ma il loro cammino nella fede è ancora lungo. Questo è detto di nuovo, quando, pur avendo visto in Gesù la potenza divina (solo Dio comanda al vento e al mare), invece di esprimere la fede, essi si limitano a farsi una domanda sulla sua identità.
Forse ora possiamo tentare di cogliere l'intenzione di Marco. Egli scrive per i cristiani, i quali fanno l'esperienza dei discepoli nella tempesta attraversando la persecuzione, correndo anche il rischio di perdere la vita. Essi non vedono l'intervento immediato del Signore, ma, leggendo la bella notizia della potenza salvifica di Gesù, possono rinnovare e rinvigorire la loro fede, perché il Signore sicuramente interverrà per salvare chi crede in lui. In questa maniera non meriteranno il rimprovero che Gesù fa ai discepoli che hanno avuto paura.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “...lo presero con sé, così com’era, nella barca”. Ho fatto molte volte il tentativo di prendere Gesù solo in parte o come piaceva a me. Non ho fatto l'esperienza di essere salvato e sono rimasto solo.

  • Ci sono oggi delle tempeste nella mia vita, piccole o grandi, improvvise o durature non importa. Ma il Signore non interviene. La mia fede entra in crisi oppure prima di gridare al Signore metto in campo tutte le energie fisiche e interiori per attraversare la tempesta?

  • «Chi è dunque costui?» Io non mi faccio più questa domanda, ma so che ho bisogno di molta umiltà e preghiera per crescere nella conoscenza del mio Signore e per leggere la mia vita alla sua luce.

 

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Domeniche di Pasqua (Anno B)

ASCENSIONE DEL SIGNORE - 17 maggio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 16, 15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Parola del Signore.

 

Commento

Questa conclusione del vangelo non appartiene a Marco, è un’aggiunta voluta dalla comunità perché il testo non finisse con la paura e la fuga delle donne dal sepolcro. In ogni caso per noi è autentica parola del Signore.
In pratica questo brano presenta attraverso la parola di Gesù ciò che le comunità cristiane avevano già sperimentato nella predicazione degli apostoli.
Condizione necessaria per la salvezza è la fede che nasce dall’accoglienza e dall’adesione alla predicazione e raggiunge la sua maturazione nel battesimo. Invece il rifiuto della predicazione è già un’autoesclusione non solo dalla comunità dei salvati ma dal regno di Dio.
Anche i segni distintivi della presenza di Gesù, che Giovanni e Luca attribuiscono all’azione dello Spirito Santo, fanno parte dell’esperienza delle prime comunità.
È interessante notare come i cristiani hanno inteso l’ascensione di Gesù, infatti dichiarano indifferentemente che Gesù è salito al cielo o ‘fu elevato’ (anche per la risurrezione i verbi attivi e passivi sono usati indifferentemente). Per noi significa che il Padre e il Figlio agiscono insieme in perfetta unità.
Ma la cosa più notevole è che mentre si dice che Gesù sale al cielo e siede alla destra del Padre, nello stesso tempo candidamente si dichiara che Gesù agisce con i discepoli e conferma la predicazione con i miracoli. È chiaro allora che il vangelo dice che l’Ascensione non è un allontanamento dal mondo, ma sancisce semplicemente la fine della visibilità fisica di Gesù e l’inizio della sua azione invisibile ma efficace per la salvezza di ogni uomo, attraverso il dono dello Spirito Santo e l'azione della Chiesa.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato». La salvezza viene dalla fede; il battesimo è il sacramento della fede donata da Dio, accolta e professata dal cristiano. Non c'è nulla di magico nei sacramenti, se non c'è la fede il battesimo non basta per gli adulti. Mi interrogo su come la mia fede si esprime nella vita.

  • Il Signore Gesù sale al cielo e non è più visibile, ma agisce con i suoi discepoli. Questa verità della fede mi sostiene nella preghiera, nella carità e nell'affrontare difficoltà e persecuzioni.

  • «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». Il Signore non manda solo gli apostoli, ma ogni cristiano. Sarebbe sufficiente che io proclamassi il vangelo nel mondo in cui vivo

VI DOMENICA di Pasqua - 10 maggio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Parola del Signore.

 

Commento

Mettiamoci di fronte a queste parole di Gesù con il cuore aperto ad accogliere la rivelazione del desiderio più profondo di Gesù nella relazione con i suoi discepoli e con noi.
Gesù è venuto per fare di noi i figli di Dio come lui, la sua famiglia, ma non è un’opera che rimane fuori di lui, è una missione che introduce nella sua vita una novità: l’amicizia con noi.
Il centro di tutto il brano sono l’amore e l’amicizia nominati 12 volte.
Guardiamoli un po’ più da vicino.
Anzitutto Gesù dice che il suo amore per noi è modellato sull’amore del Padre per lui; quel “come” è di una ricchezza infinita e inesauribile; significa che se il Padre ama il Figlio comunicando tutto se stesso a lui, così Gesù comunica tutto se stesso a noi. C’è un comandamento da osservare ed è interno all’amore: bisogna amare davvero, senza riserve e senza limiti. Questo rende le persone davvero simili: il Padre si specchia nel Figlio e nel Figlio riconosce se stesso; il Figlio si specchia nel Padre e guardando lui si riconosce. Tutto questo avviene nello Spirito Santo. La stessa cosa succede tra Gesù e noi, se viviamo fino in fondo l’amore filiale, fraterno e di amicizia.
La casa dell’amore è la Trinità e noi siamo invitati ad abitarla.
Quindi Gesù passa a mostrare l'amore reciproco più alto, quello che dura per tutta l’eternità, insieme all’amore paterno/materno e filiale: l’amicizia. La misura di questo amore è dare la vita, ogni giorno, fino all’ultimo respiro, magari sulla croce.
L’amicizia con Gesù nasce per iniziativa sua e non può essere diversamente; difatti è lui che per primo ci comunica la sua vita e cioè tutto se stesso e tutto ciò che ha di più suo: l’amore e la conoscenza di suo Padre. Di fronte a questo ‘dono da Dio’ la nostra risposta è libera: dipende da noi accettare e vivere questa amicizia divina.
Anche qui c’è un comando che non diminuisce la libertà e la reciprocità: per essere amici di Gesù bisogna somigliargli e quindi amare i fratelli, come lui li ama. Il suo, quindi, è un comandamento che non viene da fuori di noi, non ci schiaccia come un’imposizione, ma tende e vuole liberare tutto il nostro essere e le potenzialità di amore che il Padre ha depositato in noi, dandoci la vita di figli suoi.
Siamo stati creati a immagine del Figlio eterno, quindi tutti siamo stati ‘costituiti’, cioè strutturati nel corpo e nello spirito, per portare il frutto dei figli: l’amore filiale e fraterno. Questo frutto non è passeggero, ma attraversa la morte e rimane in eterno. Chi vive questo amore, chiede al Padre tutto ciò che è amore e lo riceve nella misura in cui è capace di accoglierlo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La gioia vera, quella che niente e nessuno mi possono togliere, è frutto della conoscenza intima di Gesù e di ciò che mi ha rivelato su Dio e sull'uomo. Chi ha sete di Gesù già nella ricerca appassionata è pieno di gioia.

     

  • L'amore vero, quello che ho visto in Gesù, riempie la vita, ma rimane misterioso nell'origine, nelle motivazioni, nelle sue espressioni concrete e nei frutti che porta. Ma l'ho ricevuto in dono ed è nelle mie mani. Quando mi lascio guidare dall'amore, mi meraviglio di me stesso e tocco il cielo con un dito, anche se sono sulla croce.

     

  • Arriva l'estate e sogno il mare. C'è un altro mare in cui posso immergermi ogni momento per vivere in pienezza: l'amore della Trinità che Gesù mi ha comunicato.

     

  • C'è chi non crede all'amore de Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, perché non lo vede. Ci sono battezzati che non ne fanno esperienza. Solo l'amore fraterno lo rende visibile e palpabile.

     

  • Gesù in me ed io in lui, io la sua casa e lui la mia: questo è il paradiso che è già iniziato. A volte me ne dimentico e divento triste; quando me ne ricordo il sole dell'anima torna a splendere.

V DOMENICA di Pasqua - 3 maggio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Parola del Signore.

 

Commento

In questi pochi versetti l’evangelista Giovanni raccoglie le dimensioni fondamentali della vita spirituale. Gesù parla a cuore aperto ai suoi amici e a noi.
La metafora della vite e dei tralci affonda le sue radici nel Primo Testamento, ma qui il Signore la rende personale, intima.
All’origine c’è il Padre che invia il Figlio perché si incarni nel mondo, quello degli altri figli che si sono dispersi. Veramente Gesù, diventando carne come noi, ha affondato le sue radici in questo mondo, le ha affondate tanto da raggiungere l’estrema profondità del peccato per purificare così l’umanità e portarle la vita stessa di Dio.
Ogni uomo è stato creato ad immagine e per mezzo del Verbo eterno, per questo nasce innestato in lui, altrimenti non potrebbe esistere. Il Padre stesso ha cura di questo rapporto tra gli uomini e Cristo, perché il tralcio sia quello che deve essere, colui che ricevendo vita ed energia dalla vite porta il frutto. La cura da parte del Padre, vignaiolo che ha piantato Cristo-vite nel mondo, comprende la potatura, perché gli uomini facilmente si lasciano sedurre dal mondo e disperdono le energie di amore in ciò che non vale, non dura e fa male.
Tutto questo per portare il frutto, che è uno solo: l’amore fraterno. Un amore come quello del Figlio, fino a dare la vita per gli amici.
Sette volte usa il verbo ‘rimanere’ che significa anche ‘abitare’. È questa la realtà più insondabile della vita spirituale: Cristo abita in noi e noi in lui. La casa dice sicurezza, rifugio, riposo, intimità, ospitalità, accoglienza incondizionata, amore fraterno e filiale, convivialità, scambio di vita e di amore… Gesù ci offre tutto questo, ma chiede che anche noi l’offriamo a lui. Il rapporto di coppia è un’immagine forte ma piccola di questa immensa realtà che tanti mistici hanno vissuto in modo travolgente, ma anche incomprensibile a chi non sperimenta la vita spirituale.
“Senza di me non potete far nulla”: è il risvolto negativo della rivelazione di chi siamo e perché viviamo. Senza Gesù non siamo più noi, non siamo più figli, non siamo più fecondi: diventiamo inutili a noi stessi e agli altri. Sono convinto che non possa essere una scelta diretta, ma una conseguenza tragica di chi decide di non credere in lui.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Noi siamo innestati in Cristo, è la nostra natura di figli di Dio nel Figlio. La linfa che scorre dalla vite ai tralci è la stessa vita di Dio che ci fa vivere e ci rende fecondi.

     

  • Il Padre pota i tralci. La potatura non è un danno, ma un dono fatto al tralcio perché non disperda vita ed energia e così porti frutto. Le mie resistenze alla potatura si verificano ogni volta che non voglio rinunciare a ciò che mi danneggia, mi indebolisce, mi distrae.

     

  • Il frutto per il quale ricevo vita ed energia da Cristo è l'amore fraterno, quello che Gesù ha vissuto e mi ha comandato. Senza di lui non sono capace di amare i fratelli come lui ha amato me.

     

  • Gesù in me ed io in lui, io la sua casa e lui la mia: questo è il paradiso che è già iniziato. A volte me ne dimentico e divento triste; quando me ne ricordo il sole dell'anima torna a splendere.

 

IV DOMENICA di Pasqua - 26 aprile 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Parola del Signore.

 

Commento

Il Primo Testamento aveva annunciato, soprattutto con il profeta Ezechiele, la venuta di un pastore che si sarebbe preso cura del popolo di Dio, anzi, questo pastore sarebbe stato Dio stesso.
Giovanni, partendo dalla figura del pastore ‘bello’, perché ‘buono’, rivela il cuore della missione di Gesù, il modo con cui essa si realizza e il frutto della sua opera che consiste nella salvezza di tutti coloro che il Padre gli ha affidati e nella costituzione del nuovo popolo di Dio.
Anzitutto, Gesù, dicendo “io sono il ‘pastore’, quello ‘bello’”, mentre annuncia la realizzazione della profezia di Ezechiele, collega se stesso a Dio, prendendo il suo stesso nome.
Subito ne dà anche la prova: “sono il buon pastore, perché io do la mia vita”.
Per sottolineare la verità di ciò che rivela, sottolinea la diversità con i pastori prezzolati, che si mettono alla guida degli altri solo per i propri interessi e che di fronte all’assalto dell’avversario, Satana, fuggono. Lui invece non solo non fuggirà, ma affronterà il nemico degli uomini e si consegnerà alla morte per raccogliere i figli di Dio dispersi e riunirli in un solo popolo.
Perché il pastore si comporta in questo modo? Perché il Padre ama gli uomini, li vuole rendere suoi figli ad immagine del Figlio unigenito, manda il Figlio nel mondo per salvarlo e mette nelle sue mani tutti gli uomini da salvare, i quali per questo gli appartengono, sono parte di lui, suoi fratelli. E lui li conosce, li ama, condivide con loro la sua vita, quella che il Padre gli ha dato.
Non basta. Gesù stabilisce un paragone tra il rapporto che lui ha con il Padre e quello che ha con i suoi fratelli: è un rapporto della stessa natura, un rapporto di amore che condivide tutto, anzi il rapporto di amore di Gesù con il Padre è anche la causa dell’amore per i fratelli.
I primi appartenenti alla famiglia di Dio provengono dal recinto di Israele, ma anche i pagani appartengono a Gesù: lui ha il compito di rivelarsi anche a loro, affinché essi credano in lui, lo seguano ed entrino così a far parte del nuovo popolo di Dio, che è uno perché ha un solo pastore.
Signore Gesù opera tutto questo in obbedienza al Padre e in piena libertà personale di fronte agli uomini: non sono essi a ‘consegnare’ Gesù alla morte (come preferiscono dire i sinottici) ma è lui stesso che 'consegna' la sua vita per poi ‘riprenderla’, passando attraverso la croce, e per farne parte ai suoi fratelli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • L'immagine del pastore può essere piacevole, di meno quella del gregge e della pecora. Ma io faccio l'esperienza di lasciarmi guidare da Gesù?

     

  • Il Signore dice di conoscermi. E chi appartiene a lui lo conosce. Io credo di conoscere il Signore, ma san Giovanni mi mette in guardia: “Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo...”. (1Gv 2,4) Solo chi ama i fratelli conosce Gesù e gli appartiene.

     

  • Non tutti gli uomini sono nella Chiesa, ma tutti appartengono al Signore. Gesù desidera che noi gli prestiamo mente, cuore, mani e piedi, per condurre a lui quelli che non lo conoscono.

     

  • “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. (1 Gv 3,16) Me ne devo ricordare.

 

III DOMENICA di Pasqua - 19 aprile 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 24, 35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Parola del Signore.

 

Commento

È questa l'unica apparizione di Gesù risorto ai discepoli riuniti, che Luca racconta nel vangelo. All'inizio degli Atti ne racconterà un'altra prima dell'Ascensione. Emerge anzitutto un obiettivo: far vedere che il Risorto è sempre quel Gesù che essi avevano frequentato fino alla morte in croce.
Ma c'è un secondo obiettivo: presentare la nuova condizione di Gesù: è lui, in carne ed ossa, ma è diverso, è risorto, non è più soggetto alla morte, quindi si muove con una libertà che ai mortali non è consentita. Nel frattempo emerge una reazione che ci sembra strana nei discepoli: sono sconvolti, pensano ad un fantasma, hanno dei dubbi; tutta questa lentezza nella fede però stranamente è legata alla gioia. Possiamo essere comprensivi con gli apostoli, che si trovano di fronte a un evento letteralmente 'incredibile', che però scatena fortissime emozioni e tra queste la gioia insperata di rivedere il Signore. Comunque sono confusi e non riescono a darsi una spiegazione razionale di quello che stanno vivendo.
Emerge allora il terzo obiettivo dell'evangelista: far capire a noi, suoi lettori, che passione, morte e risurrezione di Gesù sono l'opera 'finale' di Dio per la salvezza di tutti gli uomini; che tutto questo era stato annunciato in maniera velata nel Primo Testamento; che ciò che hanno annunciato la Legge e i Profeti si può vedere e capire solo attraverso la morte e risurrezione di Gesù. È lui dunque l'unica chiave che apre i tesori nascosti della rivelazione, che Dio ha seminato lungo la storia del popolo eletto.
I discepoli, che di fronte alla risurrezione non hanno fatto finora una bella figura, hanno però mente e cuore disposti ad accogliere il Risorto e la sua parola. Per questo Gesù rivela il loro nuovo titolo: non solo discepoli, ma 'testimoni'. A questo titolo è strettamente legata la missione: annunciare a tutto il mondo la salvezza realizzata da Gesù.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Pace a voi!» è il saluto/dono di Gesù risorto ai discepoli e a ciascuno di noi. Chi riceve questa pace con cuore aperto rinnova la fede nel Risorto ed è pronto a offrire la pace ricevuta a tutti i fratelli

     

  • «Perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» è un leggero rimprovero che nasce dal cuore di Gesù. Il crocifisso-risorto e l'Eucaristia sono il luogo in cui i dubbi sull'amore e sulla presenza di Gesù si sciolgono come neve al sole.

     

  • Gesù risorto appare per far sperimentare il nuovo modo della sua presenza. Gli apostoli ricorderanno per sempre questa esperienza. Mi fa bene ricordare e rivivere i momenti e le situazioni speciali in cui il Signore si è manifestato nella mia vita.

     

  • I primi testimoni hanno svolto bene la loro missione e non ci sono più. Ma io vedo attorno a me testimoni che spendono la vita per Cristo e testimoni ai quali questa vita è tolta per la loro fede. Questa è la Chiesa viva, oggi. La testimonianza della Chiesa passa attraverso.

 

DOMENICA della Divina Misericordia - 12 aprile 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore.

 

Commento

Tutti gli evangelisti, e anche Giovanni, ci tengono a dire due cose, altrettanto decisive, sulla risurrezione di Gesù: è sempre lui in carne ed ossa, per questo lo si può toccare, mangia, mostra le ferite, cammina…; ma è in una condizione nuova e diversa, per questo si presenta all’improvviso, entra a porte chiuse, scompare… È risorto alla vita definitiva, la morte non lo può più toccare. A Giovanni però non interessano tanto i segni materiali, ma vuole farci vedere come il Signore realizza le promesse fatte nell'ultima cena, affinché i discepoli credano in lui e condividano la sua vita.
Infatti nello stesso giorno di Pasqua Gesù viene e affida agli apostoli la missione di continuare a rendere visibile l’amore del Padre nel mondo; per questo dona loro lo Spirito Santo, che li sosterrà nella missione, utilizzando gli stessi poteri di Gesù, di cui il perdono dei peccati è un’espressione tipica.
Gesù lega il perdono alla comunità dei discepoli. Perché? Non bastano la sua presenza di risorto e l'azione dello Spirito Santo?
Lui ha perdonato visibilmente i peccatori che ha incontrato. Questo perdono deve continuare ad essere sperimentabile, perché noi uomini non viviamo solo nella dimensione spirituale e abbiamo bisogno di segni visibili della presenza misericordiosa di Gesù in mezzo a noi. Per questo esistono i sacramenti, che sono segni visibili di una realtà spirituale, quindi invisibile, che è l’amore di Dio che ci salva, attraverso Gesù. E allora, è il dono dello Spirito del Padre e del Figlio che rende la Chiesa capace di continuare visibilmente la missione di Gesù sulla terra e quindi di perdonare i peccati. Data la delicatezza e l'importanza del perdono dei peccati, commessi dai fedeli dopo il battesimo, si capisce facilmente perché la Chiesa ha avuto bisogno di darsi una regola. Il potere di rimettere i peccati è di tutta la Comunità, ma, nel sacramento della riconciliazione, è esercitato prima dai Vescovi, successori degli apostoli, e poi dai presbiteri, loro collaboratori.
E veniamo a Tommaso: è gemello di tutti noi che abbiamo difficoltà a credere. Egli aveva deciso di seguire Gesù fino alla morte (cfr Gv 11,16), ma quando gli amici gli dicono di aver visto Gesù ha una reazione comprensibile, ma di poca fede. In realtà aveva diritto di vedere Gesù, come gli altri, perché doveva essere anche lui testimone diretto della risurrezione, e per questo il Signore lo accontenta. La risposta di Tommaso, «Mio Signore e mio Dio!», è di una fede totale e perfetta, ma ha attraversato il dubbio sulla testimonianza dei suoi amici. Gesù riconosce la fede di Tommaso, ma dichiara beati coloro che crederanno senza aver visto, cioè tutti i credenti che poggiano la loro fede sui testimoni del risorto.
Io penso che Tommaso non abbia messo le mani nelle ferite di Gesù, gli è bastato vederlo per buttarsi ai suoi piedi. Ma noi lo ringraziamo lo stesso, per aver fatto la nostra parte di fronte all’avvenimento più grande e più incredibile della storia, che abbraccia e supera tutta la storia e si immerge nell’eternità.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù realizza le sue promesse e io le gusto nella comunità. Anche io ho fatto delle promesse al Signore e le faccio ai miei fratelli. Provo a darmi un voto sulla realizzazione delle mie promesse al Signore e ai fratelli.

     

  • Gesù offre la pace agli amici che nella passione lo avevano lasciato solo. Facendo il primo passo, magari faticoso, ho da offrire la pace a chi mi ha fatto un torto?

     

  • Il perdono è una questione comunitaria, perché il mio peccato non tocca solo Dio, ma anche i fratelli. Oltre che ricevere il perdono del Signore nella Riconciliazione, mi tocca anche chiedere perdono alla comunità e ai fratelli che ho offeso.

     

  • La mia fede è fondata sulla testimonianza degli apostoli. Ho occhi attenti e cuore aperto di fronte alla testimonianza di fede dei miei fratelli? Ho il coraggio e la gioia di offrire ai fratelli la testimonianza della mia fede, anche se piccola?

 

DOMENICA di Pasqua "Risurrezione del Signore" - 5 aprile 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.  Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Parola del Signore.

 

Commento

Preferisco commentare il brano di Giovanni che viene letto nella messa del giorno di Pasqua al posto del brano di Marco che si legge nella veglia, perché mi sembra ci possa dare qualche elemento di meditazione e di preghiera in più nel vivere la Pasqua del Signore.
Il quadro inizia al buio, situazione che fotografa un clima di incredulità nei protagonisti. Maria va al sepolcro convinta di trovare un cadavere da onorare e seppellire definitivamente. Vede che la pietra “era stata tolta” ma non mette per niente in conto che possa essere stato il frutto di un’azione divina. E quando, di corsa, va a chiamare i discepoli più importanti del vangelo giovanneo, dà la sua interpretazione: persone sconosciute hanno trafugato il Signore. Per lei il Signore è ridotto ad un cadavere in balia di chiunque. Non basta, ma associa altri alla sua incredulità (“…non sappiamo…” Chi? altre donne che erano con lei e di cui Gv non parla? i due con cui sta parlando?), coinvolgendoli nel non sapere dove il corpo del Signore sia stato posto.
Qualcosa inizia a cambiare quando i due discepoli si staccano da Maria, l’incredula, e corrono verso il sepolcro, che è il luogo dell’azione di Dio. Parte Pietro, l’autorità, segue Giovanni, l’amore, il quale ha un’urgenza interiore più forte e arriva per primo, vede l’azione di Dio, ma non entra, lascia entrare per primo colui che ha l’autorità. L’evangelista non registra la reazione di Pietro di fronte all’azione di Dio, gli preme molto di più registrare quella di Giovanni, il modello dei discepoli: vede sepolcro vuoto e bende e crede. Egli non ha ancora visto Gesù, ma già crede. Insieme a Pietro però non ha compreso la Scrittura che annunciava la risurrezione di Cristo.
Come mai per Gv vedere i teli e il sudario ha un valore così grande? Ci aiuta ricordare che Lazzaro, amico del Signore, quando è stato resuscitato è uscito dal sepolcro avvolto nelle bende. Il suo ritorno alla vita, però, ha come esito una nuova morte. Se il Signore lascia le sue bende nel sepolcro, per Gv vuol dire che è risuscitato per non morire più.
Torniamo alla reazione del discepolo amato: ora coloro che leggono il vangelo sono nelle sue stesse condizioni: non vedono il Signore, ma hanno qualcosa in più di lui: hanno tra le mani il Nuovo Testamento, ciò che la Chiesa legge sulla risurrezione di Gesù, frutto della testimonianza dei discepoli che hanno visto il Cristo Risorto. L’evangelista quindi incoraggia la fede dei suoi lettori: non è necessario ‘toccare’ il Risorto, come Tommaso, per ‘vedere e credere’, è più che sufficiente la testimonianza di chi ha visto, ha scritto e ha dato la vita per comunicarlo a tutti.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Maria di Magdala va al sepolcro convinta di trovare un cadavere, trova una pietra tolta e dà la sua interpretazione razionale: hanno rubato il cadavere di Gesù. Anch'io, anche se so e credo che Gesù è risorto, posso trattarlo da cadavere. Mi basta vedere quante volte vivo, scelgo e agisco come se lui non ci fosse.

     

  • Pietro e Giovanni corrono verso il sepolcro. Mi piace questo correre a gara. Ancora non credono ma corrono. Mi chiedo quanto corro io verso tutto ciò che riguarda Gesù, sapendo che riguarda non solo un amico che mi riscalda il cuore, ma il senso più vero e profondo della mia vita in questo mondo e la sua promessa di vivere per sempre la vita stessa di Dio.

     

  • Un sepolcro vuoto e delle bende posate. Questi due elementi materiali sono la lettera che ho tra le mani e che mi reca la notizia e la promessa più sconvolgenti della storia. Gesù è risorto e, per questo, anche noi risorgeremo. A Giovanni è bastato per credere e spendere la vita per comunicarlo a tutti.

     

  • Pasqua è un giorno così luminoso, che la sua luce è capace di illuminare e riscaldare tutti i giorni dell'anno; è questo il dono della Pasqua, perché io sia sempre felice di essere una sola cosa con Gesù e i fratelli nella fede.

 

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Domeniche di Quaresima (Anno B)

DOMENICA Delle Palme - 29 marzo 2015

 

VANGELO

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco 15, 1-39  (Forma Breve)

Al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. Costrinsero a portare la croce di lui un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Parola del Signore.

 

Commento

Il contrasto stridente tra l’ingresso trionfale a Gerusalemme e il racconto della Passione di Marco segna l’apice della rivelazione del figlio di Dio.
A Gerusalemme entra il discendente di Davide e la folla lo acclama come il Messia che ristabilirà il regno di Israele. È l’equivoco che Gesù ha cercato di non alimentare per tutto il tempo della sua azione e predicazione. Qui sembra avallarlo. Perché?
Inizia per Gesù la settimana decisiva e sceglie di iniziarla con una azione simbolica che lo presenta inequivocabilmente come il Messia, discendente di Davide, con la pretesa di diventare re. È quello che la gente capisce e acclama. È anche quello che Gesù provoca.
Nei giorni successivi però darà tutti gli elementi per rivelare che tipo di Messia egli è: non restaurerà il regno di Davide, ma instaurerà il Regno di Dio. Sarà re, ma del regno dei cieli. Mostrerà di essere il figlio di Dio non per come abbatte gli avversari, bensì per come affronta la passione e offre la sua vita.
La passione di Marco sottolinea la debolezza dell’uomo Gesù, la sua umiliazione, gli insulti della gente e dei capi, il grido della solitudine.
Ma lui è il Figlio di Dio, innocente, che prende dentro di sé il peccato del mondo e le sue conseguenze terribili fino all’esperienza della lontananza da Dio. Tuttavia sa bene che il Padre lo ama e per amore suo perdonerà a tutti gli uomini. Questa certezza lo sostiene nel sopportare tutto ciò che l’avversario di Dio e dell’uomo mette in campo per farlo crollare. Il grido che lancia nel momento della morte è nello stesso tempo segno di accettazione della sconfitta momentanea e di annuncio della vittoria eterna dell’uomo Gesù che finalmente ha rivelato fino in fondo di essere il Figlio di Dio, l'amato, che ha realizzato il progetto salvifico del Padre.
È ciò che Marco fa riconoscere a un pagano, colui che ha il privilegio di esprimere ciò che ogni uomo e ogni donna dovrebbe dire di fronte al crocifisso: «Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio!».

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La cultura religiosa popolare in alcuni luoghi unisce la domenica delle Palme alla pace. Non si può celebrare l'Eucaristia senza la pace con i fratelli. La vicinanza della Pasqua esige la pace in maniera più pressante. Ho da offrire la pace a qualcuno o anche da accettarla da un fratello?

  • Gesù ha subito insulti atroci ed ha risposto dando la vita anche per chi lo insultava. Ho subito qualche insulto ultimamente? Come ho reagito? Posso controllare se su questo aspetto ho ancora bisogno di imparare qualcosa da Gesù.

  • Gesù ha portato dentro di sé sulla croce le conseguenze dei miei peccati e anche la lontananza da Dio. Ho il modo per alleviare la sofferenza di Gesù: riconoscere il mio peccato, chiedere perdono, lottare contro i miei peccati, vivere come lui mi ha insegnato.

  • Un pagano ha riconosciuto il Figlio di Dio. Io sono cristiano dalla 'nascita'. Immagino di trovarmi anch'io sotto la croce e provo a dirmi cosa significa per me riconoscere che Gesù è il Figlio di Dio. E poi prego un po'.

V DOMENICA di Quaresima - 22 marzo 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 12, 20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Parola del Signore.

 

Commento

La ricchezza di questo brano giovanneo richiede un po’ di attenzione.
Qui all’improvviso compaiono “alcuni Greci” (probabilmente proseliti non ebrei), che chiedono di ‘vedere’ Gesù a un apostolo che porta un nome evidentemente greco, il quale si rivolge ad un altro che pure ha un nome greco. Che vuol dire? Al momento in cui scrive il vangelo è già diffuso tra i ‘greci’. Il verbo ‘vedere’ in Giovanni ha un significato pregnante, vale anche per ‘conoscere’ e ‘credere’. Qui si dice che dalla risurrezione non ci si può più rivolgere direttamente a Gesù, ma, per ‘vederlo’, bisogna passare necessariamente attraverso la testimonianza degli apostoli.
Poi l’evangelista si ‘dimentica’ di dirci cosa ha risposto Gesù ai Greci e anche se li ha incontrati, ma registra abbondantemente la sua risposta agli apostoli. Dice loro chiaramente che, essendo arrivata la tanto attesa ‘ora’, quella della passione, il luogo in cui bisogna vederlo, per conoscerlo e credere in lui, è la croce.
Qui, le parole di Gesù annunciano e danno il senso della croce, in una prospettiva molto diversa dai sinottici. In pratica Giovanni dice ai suoi lettori: “quello che hanno scritto i sinottici è vero, ma io voglio mostrarvi il senso profondo di ciò che è successo e lo spirito con il quale il Verbo incarnato ha affrontato la passione; la croce è il trono regale, verso il quale Gesù si reca volontariamente, per dare liberamente la sua vita in obbedienza al Padre e per rendere suoi figli tutti gli uomini”.
Giovanni vede dunque la crocifissione come la glorificazione di Gesù e l’immagine del chicco, che porta ‘molto frutto’ passando attraverso la 'morte', dice la vittoria della vita che il Padre vuole comunicare all'umanità.
Quindi passa a noi: coloro che credono in Gesù devono stare con lui per vivere in pienezza, anche anche passando attraverso la croce. Chi sceglie di fare della propria vita un dono per gli altri e non la consuma per se stesso, condividerà il modo di vivere e di donare la vita di Cristo e sarà onorato dal Padre, cioè condividerà la vita stessa di Dio, per sempre.
Segue un’altra integrazione dei sinottici. Giovanni non ha la drammatica preghiera di Gesù nel Getsemani, la sostituisce con la consapevolezza di Gesù di essere giunto alla sua ‘ora’, per arrivare alla quale si è incarnato e ha rivelato con molti ‘segni’ il progetto di amore del Padre. È turbato ma deciso, per questo la sua preghiera diventa una richiesta al Padre di glorificare il suo nome. La traduzione è: “Padre, mostra agli uomini fino a che punto arriva il tuo amore per loro”, e la risposta del Padre si può esprimere in questi termini: “L’ho mostrato inviando te nel mondo e lo mostrerò fino al punto estremo quando tu salirai sulla croce e donerai lo Spirito. Allora tutti potranno vedere che il mio e il tuo amore per loro è senza limiti”.
Così si realizza la salvezza dell’umanità, così saranno sconfitti il regno delle tenebre e il padre della menzogna. Così Gesù, innalzato sul trono della croce, donando il suo Spirito, sprigionerà l’energia divina che attirerà a lui tutti gli uomini che vorranno guardare a lui e credere in lui.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Anche io ho lo stesso desiderio di 'vedere' Gesù? Lo posso incontrare e conoscere dentro di me, se lo contemplo mentre fa della sua vita il dono all'umanità, e nei fratelli, se riconosco in loro il dono della vita divina, che li rende nuovi.

  • Anche io voglio 'seguire' e 'servire' Gesù? È la strada che egli mi offre per essere con lui e sperimentare l'amore del Padre (è questa la nostra 'onorificenza'). Per essere sicuro di essere con Gesù, verifico quanto e come faccio della mia vita un dono per i fratelli, come ha fatto lui.

  • Chi si concentra sulla 'morte' del chicco si spaventa. Ma il Signore da me non vuole la 'morte', ma l'accoglienza della vita piena, che lui mi dona, e la capacità di portare vita agli altri, anche passando attraverso la croce. Così Gesù ha 'prodotto molto frutto', così anch'io rendo feconda la mia vita, e non la conservo egoisticamente per me stesso, perdendola.

  • Il profumo dell'amore vero e totale che dalla croce si spande nel mondo ci attira verso Gesù. Noi, Chiesa e cristiani di oggi, non possiamo 'convincere' nessuno a credere. Solo se diffondiamo lo stesso profumo di Cristo, è possibile che uomini e donne del nostro mondo si lascino attirare verso Gesù.

IV DOMENICA di Quaresima - 15 marzo 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 3, 14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:  «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Parola del Signore.

 

Commento

Il modo con cui Giovanni evangelista fa annunciare a Gesù la passione è molto diverso da quello dei sinottici.
Nella cacciata dei venditori dal tempio Gesù accenna a una distruzione del tempio, parlando del suo corpo, ma afferma che lui lo farà risorgere in tre giorni.
In questo brano ricorda il serpente di bronzo che Mosè innalzò perché chi fosse stato morso dai serpenti velenosi, guardandolo, si salvasse, e parla della crocifissione come di un innalzamento, che permetterà agli uomini di guardarlo e di essere salvati, condividendo la vita stessa di Dio, che lui è venuto a portare sulla terra. Sembra che Giovanni voglia spogliare la passione di tutti gli elementi umilianti (erano già scritti nei sinottici) per affermare che sulla croce, oltre la debolezza, si rivela in tutto il suo splendore l’amore del Padre attraverso quello del Figlio: la croce è nello stesso tempo la debolezza e la forza di Cristo, è la sua umiliazione e la sua gloria!
Per i cristiani (e per quelli che non credono) che si chiedono come mai il Padre ha permesso quella morte ignominiosa del Figlio, Giovanni proclama a voce alta e con forza che tutto quello che il Padre ha fatto ha una sola motivazione: il suo amore per il mondo, cioè per tutti gli uomini, che vuole salvare, rendendoli figli suoi, a immagine del Figlio eterno. E il Figlio è perfettamente d’accordo con il Padre e viene nel mondo proprio per realizzare il progetto di amore della Trinità, per fare di tutti gli uomini che credono la famiglia di Dio, radunando tutti i figli, dispersi, nell’unità della fede e dell’amore. Lo fa attraverso un segno di amore inimmaginabile: dare la vita sulla croce.
L’amore donato chiede amore e l’amore non esiste senza libertà. Il Figlio innalzato per amore non impone la salvezza, ma la dona a chi l’accetta, credendo in lui. È questo che determina una divisione tra gli uomini: quelli che credono nel Figlio e quelli che non credono. Giovanni ci tiene a chiarire a tutti che non è il Figlio a giudicare e condannare, ma sono gli uomini a scegliere da che parte stare.
La metafora del contrasto tra la luce e le tenebre è tipica di Giovanni. Tutto ciò che viene da Dio è luce, tutto ciò che si oppone a lui è tenebra. La luce è vita, la tenebra è morte. La luce è bene, la tenebra è male. Il bene risplende perché è verità. Il male e il peccato si nascondono perché sono menzogna. Più avanti Giovanni fa dire chiaramente a Gesù chi è il padre della menzogna e chi sono i suoi figli (8,44). Dall'altra parte il compito dei credenti in Cristo è far risplendere il loro volto di figli di Dio, attraverso opere di bene, di verità e di misericordia, perché chi non crede ne sia illuminato, affascinato e anche conquistato.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Essere innalzato. Per Gesù è il modo per dire che offre la sua vita, la spende tutta a servizio della vita e della felicità dei suoi fratelli. Tanti in questo mondo vogliono essere innalzati per stare al di sopra degli altri e sentirsi superiori. I santi sono stati, e sono ancora oggi, 'innalzati' come Gesù.

  • Gesù ha fatto l'esperienza di essere condannato. Se solo mi impegno un po' a vivere il vangelo, certamente darò fastidio a qualcuno. Chiedo al Signore di aiutarmi a sopportare le critiche , le derisioni, le piccole persecuzioni con la costanza nel testimoniare la mia fede e con la gioia di somigliare a lui.

  • Non per condannare ma per salvare. Io sono tra i cristiani che amano guardare agli altri per criticare, sparlare e condannare? Oppure mi metto a servire nella comunità per contribuire a salvare ad ogni costo qualcuno?

III DOMENICA di Quaresima - 8 marzo 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 2, 13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Parola del Signore.

 

Commento

Leggendo di questo episodio nei sinottici molti dicono: “Ecco, anche Gesù si arrabbiava, quindi…”. Ma Giovanni sembra non sia d’accordo.
Anzitutto sposta questo avvenimento dalla fine del ministero all’inizio. Nei sinottici i contrasti con i Giudei nascono sull’osservanza della Legge e in particolare sul sabato, partendo da questo Gesù si presenta come figlio di Dio e suscita l’ira dei suoi avversari, che decidono di eliminarlo. Giovanni invece pone come inizio della polemica una discussione sul tempio. Per i Giudei il tempio era il luogo dell’abitazione di Dio; chi voleva incontrare Dio, pregare e ricevere i suoi doni, doveva andare al tempio di Gerusalemme. Ma ciò che doveva alimentare l’autentico rapporto religioso con Dio, era diventato un commercio, quasi che l’incontro con il Signore fosse determinato dall’offerta, anzi dal ‘valore’ dell’offerta. In questo modo il volto di Dio e il rapporto con lui venivano deformati.
Gesù, di fronte a questo modo rapportarsi a ‘suo’ Padre, si indigna profondamente e reagisce con una certa violenza. Si tratta di ira? Per Giovanni no. Infatti tra lo sguardo sul ‘mercato’ e l’intervento, l'evangelista introduce una pausa: Gesù si siede e si confeziona pazientemente una frusta di cordicelle. Questo piccolo particolare ci spinge a trasformare l’arrabbiatura in azione profetica. Gesù agisce con piena consapevolezza, come i profeti del Primo Testamento, per dare un segno che non passi inosservato e che la gente ricordi. Vuole affermare qual è il genuino senso del tempio e presentare il vero volto di Dio e il corretto rapporto degli uomini con lui. Che sia un gesto profetico lo hanno capito anche i Giudei, i quali non arrestano Gesù, ma gli chiedono un segno che dimostri la sua qualifica di profeta.
Ancora, Giovanni si serve di questo episodio per annunciare la sostituzione del tempio di Gerusalemme con il corpo di Gesù. Quando l'evangelista scrive, il tempio è già distrutto. I cristiani, ma anche i Giudei, devono sapere che quel tempio era solo il simbolo di una realtà molto più grande e più bella che l’avrebbe sostituito, Gesù stesso. Da quando si è fatto carne è lui il vero tempio di Dio nel mondo e l’accesso al Padre non è condizionato né dal tempo né dal luogo. I Giudei distruggeranno questo vero tempio, ma lui lo ‘ricostruirà’ in tre giorni e nessuno potrà più distruggerlo. Così l’accesso a Dio è sempre libero e ‘gratuito’ per tutti coloro che lo cercano “in spirito e verità”, passando attraverso Gesù, via, verità e vita.
Gli apostoli capiranno dopo la risurrezione, i cristiani la risurrezione l’hanno già 'vista' e quindi hanno tutta la possibilità di accedere alla vera fede, ben diversa da quella di chi cerca i miracoli. Gesù non affida se stesso a chi lo segue per i miracoli, perché sa benissimo che la fede, che ha come radice il miracolo, alle prime difficoltà si dissolve. Con lui non abbiamo bisogno di raccomandazioni né di raccontargli mezze verità per giustificarci, lui ci conosce fino in fondo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Chi ancora oggi fa della casa di Dio un mercato? Tutti coloro usano la religione, per arricchirsi, per avere potere sugli altri, per discriminare i fratelli, per vendetta, per sentirsi migliori degli altri, per affermare se stessi...

  • Gesù mi invita a un rapporto con Dio non basato su scambi di offerte e di favori, ma sull'amore filiale verso il Padre, fonte di ogni bene. La preghiera del cuore non ha bisogno di supporti materiali per essere accolta da Dio e per generare la pace interiore e la gioia profonda.

  • I Giudei chiedono un segno e Gesù annuncia la sua passione. Io ho bisogno ancora di altri segni per riconoscere l'infinito amore misericordioso del Padre e di Gesù per me?

  • Gli apostoli ora non capiscono ma registrano e al momento opportuno ricordano e così possono interpretare correttamente gli avvenimenti. Io ho a disposizione il vangelo per leggere in profondità e alla luce dell'amore del Padre e di Gesù tutto quello che succede nella mia vita e nella vita dei miei fratelli.

II DOMENICA di Quaresima -1 marzo 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 9, 2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Parola del Signore.

 

Commento

Marco scrive il suo vangelo per far conoscere chi è Gesù Cristo e per invitare a seguirlo anche sulla strada della croce per giungere alla risurrezione.
Il brano della trasfigurazione costituisce, in certo modo, una sintesi del suo vangelo, che egli apre con la proclamazione che Gesù è il Figlio di Dio, annuncio confermato nel battesimo al Giordano da Dio Padre stesso; alla fine della passione, un centurione pagano, vedendo come era morto Gesù, dichiara: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». E allora, il lettore, secondo Marco, non solo non si deve scandalizzare della passione e della morte in croce, ma addirittura, proprio per come muore, senza neanche aspettare la risurrezione, può riconoscere in Gesù il Figlio di Dio. La risurrezione è la conferma definitiva.
Proprio al centro del vangelo Pietro risponde a Gesù: «Tu sei il Cristo», che è la traduzione greca dell’ebraico ‘Messia’.
Ma Gesù sa benissimo che l’idea di messia che hanno i suoi amici è molto lontana dalla sua. Così comincia a mettere in chiaro le cose: “sono il Messia, ma sarò tradito e ucciso... il terzo giorno, però, risorgerò”.
Gli apostoli, e Pietro per primo, non solo non capiscono, ma non accettano. La pazienza di Gesù nell’educare gli apostoli è davvero ‘divina’. Sa che non potranno capire che dopo la risurrezione, ma vuole incoraggiarli, per quanto è possibile.
Ne prende solo tre, i più vicini, e dà loro un segno della sua identità 'intera': li porta sul monte (richiama il Sinai); diventa luminoso (come sarà da risorto); Mosè, il legislatore, ed Elia, il profeta rapito in cielo, conversano con lui; la nube, che nel deserto indicava la presenza di Dio, li copre e la voce di Dio Padre dichiara ai tre discepoli che Gesù è suo figlio e devono ascoltarlo, cioè imparare e lasciarsi guidare da lui.
Gli apostoli si spaventano, perché, avendo visto una chiara manifestazione divina, temono di morire, ma l'esperienza è così bella che vorrebbero continuasse, come sarà in Paradiso. Ma la trasfigurazione è soltanto un segno che anticipa ciò che sarà nella risurrezione e nel Regno definitivo.
E poi Gesù ordina di tacere. I suoi tre amici ricorderanno l’esperienza, ma conserveranno la discrezione necessaria, perché gli altri, forse, di fronte a una manifestazione così chiara della divinità di Gesù, avrebbero potuto confermarsi nell’idea di un Messia trionfatore in questo mondo.
Una scena ricchissima di significato e riferimenti biblici per dire che Gesù è uomo, è figlio di Dio, è il profeta assoluto che fa conoscere il vero volto di Dio, è il nuovo e definitivo legislatore, che passerà vittorioso attraverso la morte.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Per l'annuncio della passione gli apostoli sono sconcertati, delusi e preoccupati. Gesù lo sa e cerca di rassicurare almeno i tre più vicini e affidabili. Io, come ogni cristiano, sono incamminato verso la risurrezione, ma attraverso la passione. Saperlo non significa essere già preparati. In chi o in che cosa trovo rassicurazione, coraggio, forza?

     

  • Gli apostoli hanno 'visto' l'invisibile di Gesù. Anche in me c'è l'invisibile: sono figlio di Dio. Ho vissuto momenti e situazioni in cui gli altri hanno visto risplendere sul mio volto la somiglianza con Gesù?

     

  • Sulla croce vediamo tutti la seconda trasfigurazione di Gesù. In ogni persona che soffre sono chiamato a 'vedere' il volto del figlio di Dio sofferente. Gesù lo ha detto fin troppo chiaramente: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40).

     

  • Pietro vuole 'fermare' il momento di Paradiso. Gesù li riporta nella quotidianità. I momenti di felicità piena, hanno lo scopo di illuminare e renderci capaci di riempire di amore concreto la vita quotidiana. Proverbio citato spesso da don Bosco: “In Paradiso non si va in carrozza”.

     

  • “Ascoltatelo”. Nel momento in cui penso che ormai il vangelo lo so e non ci trovo niente di nuovo per la mia vita, se mi guardo dentro sinceramente, scopro di aver dato ascolto fin troppo ad altri maestri... Forse senza accorgermene ho scelto di tenermi stretta la mia vita, fuggendo dalla Parola che mi chiede di convertirmi.

I DOMENICA di Quaresima -22 febbraio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 1, 12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Parola del Signore.

 

Commento

Sembra che Marco ci tenga a presentare Gesù in tutta la sua potenza, dato che Giovanni Battista aveva detto che stava aspettando “uno più forte”. Ma scrivendo per i cristiani chiede loro di leggere con attenzione, anche tra le righe. Cerchiamo di farlo anche noi.
Le tentazioni sono raccontate in due versetti ma richiedono un lettura su tre tempi: il Primo Testamento, la storia di Gesù, l’esperienza dei primi cristiani.
Vediamo il contesto. Marco ha dichiarato che Gesù è Figlio di Dio fin dal primo versetto, poi fa dire la stessa cosa con solennità da Dio Padre nel battesimo al Giordano. Dopo la vittoria sul nemico, inizia la sua predicazione sintetizzata in quattro frasi lapidarie ma ricchissime che noi abbiamo già sentito qualche domenica fa.
Così collocati, i due versetti assumono una significatività straordinaria.
Nel Primo Testamento Israele, che Dio tratta come un figlio, è stato tentato nel deserto e non era rimasto fedele, aveva tolto la fiducia a Dio e si era lasciato guidare da altri spiriti e per questo tutta una generazione non poté entrare nella Terra Promessa. Mosè per due volte aveva digiunato 40 giorni e notti sul Sinai, quando ricevette le tavole della Legge, prima e dopo il peccato del vitello d’oro. Il profeta Elia aveva camminato e digiunato per 40 giorni per arrivare al Sinai dove ha incontrato e conosciuto Dio in maniera nuova, personale e intima. I Profeti, Isaia in particolare, avevano preannunziato con la venuta del Messia la pace fra cielo e terra e nella natura.
L’esperienza di Gesù nel deserto si richiama a tutto questo: è lui il Figlio obbediente che vince ogni tentazione con la forza dello Spirito; con lui inizia la pace nella natura e fra cielo e terra, per questo sta con le bestie selvatiche ed è servito dagli angeli; digiuna per quaranta giorni e, come Mosè, chiede perdono al Padre per i peccati dei suoi fratelli e riceve la Legge dell'amore che deve annunciare come vangelo; come Elia, incontra nell’intimità il Padre che deve presentare all’umanità bisognosa di conoscere il vero volto di Dio e la sua paterna misericordia.
I primi cristiani stavano subendo varie tentazioni e persecuzioni. Guardando a Gesù nel deserto, potevano essere sicuri che, se si lasciavano condurre dallo Spirito Santo, avrebbero avuto anch’essi la sua luce e la sua forza per essere vittoriosi contro l’avversario; in questa maniera non avrebbero più avuto paura di nulla e avrebbero sperimentato l’aiuto concreto degli angeli di Dio.
Il digiuno, come lotta contro ogni forma di male interiore, e la preghiera, come colloquio filiale con Dio, avrebbero reso la Chiesa e ogni cristiano capaci di portare la bella notizia della salvezza a tutti gli uomini, mostrare che il regno di Dio è davvero iniziato nel mondo e invitare alla conversione del cuore tutti gli uomini di buona volontà.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • È lo Spirito a sospingere Gesù nel deserto per affrontare l'avversario. È lo Spirito che mi sospinge nel mondo per condividere la vita con gli altri. Non posso desiderare, nè sperare di sfuggire a tutte le tentazioni. Ho il compito di affrontarle, come Gesù, e vincerle con la potenza dello Spirito che mi è stato donato e abita in me.

     

  • Gesù ha inaugurato la nuova creazione nell'armonia ritrovata tra l'uomo e la natura. Come cristiano ho anche l'impegno di mostrare come vivo in armonia con le persone, gli animali e ogni realtà creata.

     

  • Nel deserto si vive dell'essenziale. Il luogo in cui vivo è il mio deserto. Una vita sobria mi permette di sperimentare come gli angeli mi offrano il loro servizio perché il mio spirito sia nutrito dell'invisibile che rimane per sempre.

     

  • Il digiuno della quaresima è il luogo per sperimentare la libertà dello spirito, l'ascolto della Parola, la preghiera filiale e fervorosa, il desiderio e la scelta di amare e servire i fratelli. È questa la conversione a cui Gesù mi invita con parole pressanti e decise.

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Domeniche del tempo Ordinario (Anno B)

 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

VI DOMENICA del tempo ordinario -15 febbraio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 1, 40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Parola del Signore.

 

Commento

Un brano scarno ed essenziale ma significativo nel vangelo di Marco. La lebbra era una malattia strana; nel Primo Testamento riguardava anche diverse malattie della pelle che non erano lebbra, per cui poteva anche esserci qualche guarigione spontanea. In ogni caso era regolata dalla Legge: chi veniva riconosciuto lebbroso doveva essere allontanato dalla comunità civile per la paura del contagio e da quella religiosa per il suo legame stretto con il peccato. Il lebbroso era ritenuto una persona ‘punita’ da Dio per chissà quale terribile colpa (Maria, sorella di Mosè, insieme ad Aronne aveva mormorato contro di lui, ed era stata punita con la lebbra, da cui fu risanata per l’intercessione di Mosè stesso, dopo essere stata 7 giorni fuori dall'accampamento). Il lebbroso era considerato un morto ambulante.
Il brano presenta un lebbroso, probabilmente inguaribile, che ha sentito parlare di Gesù e si presenta con una fiducia chiara: Gesù può guarirlo. Egli ha fiducia nella potenza di Gesù, ma forse non conosce bene la sua misericordia, perché pensa che Gesù possa pretendere delle condizioni: “se vuoi”. Potrebbe Gesù non volere? L'evangelista risponde al dubbio sottolineando la compassione di Gesù e la sua decisione immediata, seguita da un gesto non consentito ma che esprime il passaggio della vita nuova da Gesù al lebbroso: lo tocca. La morte civile e religiosa è vinta. La purificazione (guarigione dello spirito, prima che del corpo) è quindi frutto prima della compassione di Gesù e poi della sua potenza.
L'ex lebbroso deve presentarsi al sacerdote, il quale, secondo la Legge, aveva il compito di verificare l’avvenuta guarigione e di consegnare il documento che consentiva il rientro nella comunità civile e religiosa da cui era stato escluso a causa della lebbra.
Così Gesù fa rispettare la Legge al guarito, ma rende questo miracolo anche un segno per i sacerdoti. Infatti tutti sapevano che solo Dio ha il potere di guarire e così purificare un lebbroso.
Fin qui tutto bene, ma ci sono due verbi che sicuramente ci suonano strani: “ammonendolo severamente, lo cacciò via…”. Come si legano alla compassione e come si spiegano? Possiamo immaginare l’esultanza del guarito che mette in allarme Gesù: non vuole assolutamente che la gente lo veda solo come guaritore potente e come colui che può impadronirsi del potere politico e militare. Sembra quasi che qui Gesù voglia essere obbedito ricorrendo alla severità.
Marco però, raccontando la disobbedienza dell’ex lebbroso, può dare l’impressione di stare dalla sua parte: si potrebbe pensare che voglia dire ai suoi lettori cristiani, i quali col battesimo sono stati guariti dalla lebbra del peccato, che dovrebbero imitarlo nel proclamare la bontà del Signore.
Ma la disobbedienza è chiara. Allora forse più giustamente possiamo ritenere che anche l'evangelista, dopo Gesù, non approvi la propaganda della potenza di Gesù e ancora di più non condivida le iniziative individuali nell'evangelizzazione. Difatti poco dopo Gesù, manderà gli apostoli in missione non da soli ma a due a due con indicazioni precise.
E comunque questa disobbedienza, nota ancora Marco, procura a Gesù non pochi fastidi pratici e interiori: non può entrare in città ed ha la netta sensazione che la gente lo cerchi non per il vangelo ma per ottenere o vedere i miracoli. È sicuro che Gesù non cerca la fama, ma la fede.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Sono invitato a mettermi nei panni del lebbroso e mi chiedo: perché vado da Gesù? Cerco la sua potenza che mi risolva i problemi o il suo amore che trasforma il mio cuore?

     

  • Il lebbroso teme che il Signore possa mettere delle condizioni per la guarigione. Sono io a mettere delle condizioni alla mia fede e al mio amore verso Gesù, del tipo: “crederò e amerò, se tu...”?

     

  • L'ex lebbroso non obbedisce a Gesù e fa tutto da solo. Io cristiano appartengo a una comunità di fede e di amore. Posso pensare di essere un testimone di Cristo, prendendo le distanze dalla Chiesa, da qualche punto del suo insegnamento o dalle sue scelte pastorali?

     

  • I doni del Signore non riguardano solo il corpo e le condizioni materiali della vita. Oggi riconosco i doni che il Signore fa ogni giorno alla mia vita, lo ringrazio e li metto a servizio dei miei fratelli.

V DOMENICA del tempo ordinario - 8 febbraio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 1, 29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Parola del Signore.

 

Commento

Interessante il tentativo di Marco di presentarci una giornata tipo di Gesù.
La prima scena è familiare. Dopo la preghiera nella sinagoga, Gesù e i suoi primi discepoli si spostano in casa e lì trovano un problema: la suocera di Pietro ha la febbre. In quel tempo la febbre era considerata malattia in sé, non solo un sintomo. Probabilmente era la donna che ‘governava’ la casa. Possiamo immaginare che, per la presenza di ospiti in casa, ci sia stato del disagio, per quanto piccolo e risolvibile diversamente. Ma Gesù la guarisce. Può sembrare un miracolo ‘interessato’. Credo però che Marco ce lo racconti per la nota conclusiva: lei si mette a servire. Il legame tra il dono della guarigione e il servizio ai fratelli, è un elemento di non piccola importanza per la vita spirituale e quotidiana di una comunità cristiana e Marco lo sottolinea.
La seconda scena è collocata dopo il tramonto, quando, finiti gli obblighi del sabato, ci si poteva muovere liberamente. Gesù si reca nel luogo in cui la gente si raduna e così incontra ‘la città’ e si prende cura di chi ha bisogno. Non aspetta, va dove ci sono le persone bisognose della sua parola e del suo aiuto. Ma non accetta pubblicità, tanto meno dai demòni che è venuto a scacciare, perché gli uomini siano liberi davvero. Vuole che la gente impari a riconoscere il Messia da come lui parla e agisce e non dalla rabbia dell’avversario.
La terza scena è più complessa. Gesù si alza di notte e si apparta per pregare. La preghiera per lui è il dialogo di amore con suo Padre, che gli serve come l’aria che respira e da cui trae chiarezza per la sua missione ed energia per portarla avanti. I discepoli invece non lo capiscono (è la prima di una lunga serie di incomprensioni), anzi sembra che lo rimproverino, dicendogli più o meno così: “come mai sei qui, dal momento che tutti ti cercano? Ieri hai avuto molto successo, come mai non ti preoccupi di utilizzarlo?” Ma Gesù, fresco di dialogo con il Padre, sa bene cosa deve fare: andare altrove per annunciare il vangelo, libero da qualunque legame o interesse privato.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La suocera. Il Signore ogni giorno ci fa dei doni non principalmente per il nostro benessere, ma anzitutto per metterci in condizione di amare e servire i fratelli.

  • Gesù va dove si raduna la gente e dove chi ha bisogno può incontrarlo. Certamente questo atteggiamento di Gesù tocca tutta la Chiesa, i vescovi, i preti, i diaconi, i laici impegnati, e me.

  • Gesù fa tacere i demòni, non vuole pubblicità da loro. Quanti, senza fede autentica, elogiano la Chiesa, i suoi insegnamenti e i suoi 'valori' per interesse politico o ideologico, somigliano a quei demòni. Gesù li farebbe tacere.

  • Gesù ha bisogno di pregare. Dall'incontro con il Padre riceve consapevolezza di sé, chiarezza per la missione e libertà assoluta da tutti i condizionamenti. Gli apostoli non sono ancora liberi dalla mentalità di questo mondo. Ed io?

IV DOMENICA del tempo ordinario - 1 febbraio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 1, 21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Parola del Signore.

 

Commento

Marco finora, a parte le due affermazioni e i due imperativi di domenica scorsa, non ci ha detto cosa Gesù insegnasse, però ci tiene a dire subito che il suo insegnamento era autorevole ed essenzialmente nuovo e diverso da quello degli scribi.
In cosa consiste questa autorità che ‘emana’ da Gesù?
Anzitutto possiamo ritenere, sulla scorta di ciò che vediamo in seguito nel vangelo, che fin dall’inizio nell’insegnamento di Gesù non ci fossero ipotesi soggette a interpretazioni soggettive, né idee prese da altri, ma semplice comunicazione di qualcosa che nasceva dal suo interno e portava impresso il sigillo della verità conosciuta e sperimentata solo da lui. Inoltre si presenta come una novità rispetto a ciò che gli scribi ripetevano ormai da troppo tempo (Gesù rispetta la Legge, ma la completa e la supera, libero dalle pastoie dei precetti e delle interpretazioni dei rabbini).
Perché la gente è disponibile ad accogliere ciò che Gesù insegna? E qui possiamo collocare una caratteristica dell’insegnamento di Gesù, collegata alla sua potenza: quello che lui dice si verifica. È il criterio che il PT dava per distinguere il vero dal falso profeta.
E l’evangelista lo fa vedere subito per dimostrare autorità e potenza di Gesù.
Il demonio che va allo scontro con Gesù è chiamato spirito ‘impuro’, non in riferimento alla dimensione sessuale ma in contrasto con la santità: ciò che viene da Dio è santo, quindi puro, luminoso; ciò che si allontana o si oppone a lui è impuro, quindi sporco e tenebroso. Gli indemoniati non erano ammessi nella sinagoga, perciò possiamo pensare che il demonio si sia tenuto nascosto e di fronte alla parola di Gesù si sia sentito costretto ad uscire allo scoperto e a sfidarlo con le sue grida. Quello che dice è significativo per l’identità e la missione di Gesù. Marco ha fatto dire qualcosa dal Battista ma la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio l’ha già fatta direttamente il Padre nel battesimo. Ora è l’avversario, Satana, che per bocca di un suo inviato, prima dice di conoscere la missione di Gesù, distruggere il potere del maligno, e poi di trovarsi di fronte all’inviato di Dio, e quindi invincibile. Gesù però non vuole assolutamente una propaganda demoniaca, per questo gli ordina di tacere e di lasciare libera quella persona.
Questa liberazione, mentre dà inizio alla sconfitta del maligno, è per la gente il segno che Gesù davvero viene da Dio e insegna la verità: sono queste le fonti della sua autorità e della novità che porta nel mondo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Per Marco l'insegnamento di Gesù ha una parte rilevante nel vangelo. Gesù insegna per liberare dall'ignoranza su Dio, sull'uomo e sul senso della sua vita. Questo dono raggiunge anche me ogni giorno. Chi gusta la sua Parola è libero, gioioso e riconoscente.

  • Gesù insegna alle folle, ma chi vuol diventare discepolo ascolta, accoglie nella mente e nel cuore la sua Parola e la mette in pratica. Io, cristiano dal battesimo, mi chiedo se mi lascio istruire da Gesù o se nella pratica seguo altri maestri.

  • La missione di rovinare i piani di Satana è passata ai discepoli di Gesù, quindi anche a me. Ma l'avversario si nasconde molto bene, non ha bisogno di mostrarsi troppo, ha molti alleati in carne e ossa. Chiedo il dono dello Spirito per riconoscere le trame diaboliche e avere la forza per combatterle anzitutto in me, poi negli altri e nel mondo.

  • La folla è stupita perché l'insegnamento di Gesù è 'nuovo'. Il vangelo ha 2000 anni. Ma chi vuole diventare una persona 'nuova', ogni giorno scopre nella Parola la novità capace di rendere nuova la sua vita; chi ha una vita spirituale anche minima, ma vera, lo sa, lo sperimenta e ne gioisce.

III DOMENICA del tempo ordinario - 25 gennaio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 1, 14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Parola del Signore.

 

Commento

L'arresto di Giovanni, per Marco, non è cronaca ma teologia: è il segno che è finita la sua missione e inizia quella di Gesù. Il modo con cui il Battista esce di scena è pure un chiaro annuncio di come terminerà anche la missione di Gesù.
La predicazione di Gesù, dopo il battesimo al Giordano e le tentazioni nel deserto, inizia in Galilea. Con questo Marco sottolinea che il vangelo è per tutti, anche per i pagani, presenti in Galilea e nei territori vicini, le folle che seguono Gesù attorno al lago sono di ebrei e pagani.
Se il tempo si è compiuto, vuol dire che l’attesa è finita, che colui che si attendeva è arrivato e così Dio ha mantenuto la sua promessa. Se il tempo è compiuto, vuol dire anche che non c’è tempo da perdere e bisogna decidere se credere e seguire Gesù o no, subito.
Il Regno di Dio si è fatto vicino, cioè è già presente, anche se non ancora compiuto; ma non è un territorio, è invece un modo nuovo di esercitare la regalità, il modo proprio di Dio, che è molto diverso dal modo degli uomini e Gesù rappresenta proprio la regalità divina in azione: viene non per sottomettere gli uomini ma per dare la propria vita per loro e salvarli.
“Convertitevi” è l’imperativo che dice l’assoluta necessità di cambiare modo di pensare e, di conseguenza, modo di agire e di vivere. È chiara la continuità con la predicazione del Battista, ma qui non è annunciato nessun castigo: la motivazione della conversione è positiva, è nella 'vicinanza' del Regno, cioè di Gesù.
Inoltre, l'ultima frase, “credete nel vangelo”, offre la motivazione più forte per una vera conversione: ci è annunciata la bella notizia della vita nuova, quella che Gesù porta per tutti, è la salvezza. Il garante di questa bella notizia è Gesù stesso, anzi è proprio lui la bella novità che è entrata nel mondo perché gli uomini diventino nuovi anch’essi.
La chiamata dei primi quattro discepoli avviene lontano da Gerusalemme, dal centro della vita religiosa degli ebrei; i Galilei sono ebrei di serie B. I quattro sono gente comune, pescatori, senza nessun titolo, culturalmente e religiosamente significativo, non ricchi, ma neanche in miseria. Marco attribuisce loro un solo titolo di merito: immediatamente lasciano tutto e seguono Gesù che li chiama. La promessa che Gesù fa è certamente legata alla loro professione e gia annuncia la missione: “vi farò diventare pescatori di uomini”. Ma la metafora è paradossale, infatti chi pesca i pesci li fa morire, gli apostoli invece pescheranno gli uomini per salvarli. È chiaro pure che per seguire Gesù bisogna lasciare qualcosa: i primi quattro apostoli lasciano lavoro e famiglia; Pietro in seguito dirà: “... abbiamo lasciato tutto...”.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • «Il tempo è compiuto». La sindrome dell'immortalità mi tocca. Mi accorgo che vivo questa vita come se avessi a disposizione l'eternità e quando mi si avvicina la vecchiaia o una malattia seria resto stupito che tocchi proprio a me. Oggi mi chiedo se al tempo compiuto del vangelo corrisponda una scelta 'compiuta' di seguire Cristo e lasciare ciò che mi ostacola.

  • «Il regno di Dio è vicino». Mi basta fare un passo e tocco il Signore Gesù. Non devo andare lontano, né aspettare. Lui è qui. Mi chiedo se ci credo davvero e se in tutto ciò che faccio e dico è presente lui.

  • «Convertitevi». Ma se sono già battezzato, cresimato... ordinato...! Man mano che vado avanti nella vita spirituale somiglio a quegli scienziati che più sanno e scoprono e più si accorgono che si allarga la loro ignoranza. Se seguo il Signore, so che non ho finito di convertire i miei pensieri, le mie parole, le mie azioni, i miei sentimenti.

  • «Credete nel Vangelo». La bella notizia è sempre nella prima pagina del mio quotidiano. Perciò qualunque tristezza per la presenza del male in me, nelle persone che amo e frequento e nel mondo non può durare a lungo.

II DOMENICA del tempo ordinario - 18 gennaio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  1, 35-42

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Parola del Signore.

 

Commento

Questo piccolo brano è di una ricchezza straordinaria. La meditazione può correre e approfondirsi concentrandosi sui verbi. Il Battista sta, ha ormai concluso la sua missione, ma fissa lo sguardo su Gesù, che invece passa e ha molta strada da percorrere, e lo riconosce come ‘Agnello di Dio’. L’evangelista, ponendo questo appellativo sulla bocca del Battista, anticipa l’opera salvifica di Gesù che è chiamato a sostituire definitivamente gli agnelli pasquali degli ebrei, salvando l’umanità dalla schiavitù del peccato. I discepoli di Giovanni, accolto l’annuncio che il Messia atteso è ormai arrivato, senza indugio lasciano il Battista e seguono il vero e definitivo Maestro. Gesù, chiedendo “che cosa cercate?”, li aiuta a riconoscere il loro desiderio più profondo ed essi lo esprimono con una nuova domanda: “dove dimori?”. Questo verbo, che in greco suona ‘ménein”, è ripetuto qui 3 volte (dimori, dimorava, rimasero), ma in Gv 15,4-10, è ripetuto 10 volte. Si traduce con abitare, dimorare, rimanere. È il verbo che Giovanni usa per dire che Gesù abita nel Padre e il Padre abita in lui, che i discepoli devono abitare in lui, che il suo comandamento deve abitare in loro, che il Padre e lui abiteranno nei discepoli. Si capisce allora che i discepoli chiedono a Gesù di indicare non la sua casa di mattoni, ma la casa spirituale. E dal momento che escono da quell’incontro con la chiara convinzione che Gesù è il Messia, possiamo pensare che nelle ore passate con loro (Giovanni ricorda con precisione e forse con un po’ di nostalgia l’ora precisa dell’incontro) Gesù ha iniziato a farsi conoscere e a presentare il Padre.
Andrea appena vede suo fratello, che certamente condivideva con lui l’attesa, lo investe con una comunicazione esplosiva: abbiamo trovato. E nel momento in cui Gesù vede Simone fissa lo sguardo su di lui, come chi lo conosce profondamente, e gli dà un nome nuovo. Gesto, questo, che esprime il potere di Dio e del re, i quali nel Primo Testamento, dando un nome nuovo, conferivano una nuova identità e una nuova missione. È proprio quello che fa Gesù, che riassume in sé il potere del Figlio di Dio e del Messia-Re, nei confronti di Pietro. È chiaro che i cristiani che leggono il vangelo sanno benissimo che qui è prefigurata la missione di Pietro di guidare la Chiesa dopo la partenza di Gesù.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Battista indica Gesù e i suoi discepoli lo seguono. È bello indicare ad altri che la risposta alla loro ricerca di vita si trova in Gesù.

  • «Che cosa cercate?». È una domanda semplice e profonda. Provo a dire a me stesso e al Signore cosa sto 'cercando' in questo momento della mia vita, in che cosa ripongo la fiducia per una vita più piena e 'utile' a a me e agli altri.

  • «Venite e vedrete». È l'invito di Gesù a me per farmi sperimentare l'amore del Padre. È l'invito che devo fare a chi cerca il Signore e poi condurlo a sperimentare nella mia comunità cristiana l'amore fraterno, frutto dell'amore di Dio.

  • «Tu sei Simone...; sarai chiamato Cefa». Pietro capirà questo nome quando servirà la Chiesa. Il Signore ha un nome nuovo per me, che indica la mia vocazione e la mia missione nella Chiesa e nel mondo. La strada per viverlo e per scoprirlo è il servizio ai fratelli.

BATTESIMO DEL SIGNORE - 11 gennaio 2015

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 1, 7-11

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Parola del Signore.

 

Commento

Il quadro del battesimo di Gesù, fondamentale per presentare il Messia, è preceduto dal proclama del Battista. Egli annuncia che il Messia davvero sta arrivando. Arriva dopo non perché prende qualcosa da lui o sia suo discepolo, ma solo perché la sua venuta doveva essere preparata, infatti il Messia è più forte del Battista. In che cosa è più forte? Nel battesimo. I commentatori rifiutano che Giovanni qui si riferisca al battesimo cristiano, che sarà pure nell'acqua. La differenza sostanziale è che il Messia, grazie alla sua morte e risurrezione, immergerà i discepoli nello Spirito Santo, cioè non ottiene solo il perdono dei peccati, ma li fa diventare figli di Dio, come lui.
Marco è stringatissimo nel racconto del battesimo, perché costituiva un problema per i cristiani: perché il Cristo senza macchia si fa battezzare come i peccatori? Marco risponde a questa domanda con due elementi. Il primo: mentre gli altri, quando si presentano al battesimo confessano i propri peccati (1,5), di Gesù questo non è detto. Il secondo: per il battesimo usa 7 parole, per la teofania successiva 34. È chiaro che la teofania gli interessa più del battesimo. Perché? Con la teofania presenta ai cristiani l'identità e la missione di Gesù.
Due i momenti della teofania: la visione e la voce. Al centro c'è sempre Gesù che vede e ode la frase rivolta solo a lui.
La visione: i cieli si squarciano perché con il Messia si apre un dialogo cielo-terra che non si chiuderà più; lo Spirito scende verso di lui per sostenerlo nella missione. Il fatto che si presenti sotto forma di colomba probabilmente non ha un valore simbolico particolare; l'evangelista, avendo bisogno di una forma corporea, sceglie quella di una colomba, che nel Primo Testamento ricorre in diversi contesti, non collegabili però direttamente a questa scena messianica.
La voce: il Padre proclama l'identità del figlio, che riconosce come suo e unico. Il termine 'amato' nel Primo Testamento viene usato per la figlia o il figlio unico che muore, perciò annuncia l'esito della missione di Gesù, la passione e la morte. Il compiacimento del Padre allora conferma l'identità e la missione del Figlio, che, prendendo su di sé i peccati degli uomini e morendo sulla croce, realizza la volontà del Padre, cioè la salvezza dell'umanità.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • La morte e risurrezione di Gesù mi ha immerso nello Spirito e sono figlio di Dio. Con questa immersione il mio corpo e il mio spirito si sono impregnati di Spirito Santo anche nelle fibre più interne. Questa realtà diventa visibile nel mio modo di pensare, di parlare, di scegliere e di agire. Verifico se ho reso qualche parte di me impermeabile allo Spirito Santo.

  • I cieli sono aperti e io posso accedervi. Posso contemplare Gesù, conoscere il Padre, lasciarmi guidare dallo Spirito Santo. Niente mi è precluso nella vita spirituale. È una misera e falsa vita spirituale, quella che separa terra e cielo, 'affari' terreni e 'affari' celesti, vita in questo mondo e vita piena ed eterna, vita da 'uomo' e vita da figlio di Dio.

  • “Tu sei mio figlio, amato in modo unico, e sono contento di te”: sentirmelo dire da Dio Padre è un'esperienza che non si può esprimere a parole, è già paradiso. Quante volte il Padre ha potuto e può dirlo a me. Quante volte io, genitore, l'ho detto a mio/a figlio/a?

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ANNO 2014

Tempo di Natale

SANTA FAMIGLIA - 28 dicembre 2014

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  2, 22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Parola del Signore.

 

Commento

È un quadro a tre scene che nelle intenzioni di Luca presenta l'ambiente spirituale e religioso dell'accoglienza del Messia bambino e apre uno squarcio sulla sua missione.
La prima scena riguarda Maria e Giuseppe, poveri e osservanti della Legge. Essi, senza saperlo, compiono gesti che vanno al di là della semplice osservanza e l'evangelista lo suggerisce ai lettori del suo vangelo: Gesù non è solo 'un' primogenito ma 'il' primogenito e viene offerto al Padre, che lo ha mandato proprio perché salvi gli altri fratelli.
La seconda scena ha al centro il vecchio Simeone. Rappresenta tutti coloro che attendevano con cuore puro la venuta del Messia, ma anche i profeti del Primo Testamento, tutti mossi come lui dallo Spirito Santo. E agisce da profeta: inizia con la lode del Signore, che mantiene le sue promesse, e presenta a Maria e Giuseppe (ma Luca ha davanti tutti i credenti) la Missione del bambino che ha tra le braccia: salvare non solo Israele ma tutte le genti, rivelando il volto e la presenza redentrice di Dio nel mondo. Annuncia anche il conflitto che porterà alla croce e che lascerà una ferita nel cuore di Maria. È questo bambino il centro della storia e dell'universo, infatti davanti a lui tutti dovranno scegliere se essere con lui o contro di lui.
Lo stupore di Maria e Giuseppe di fronte a queste rivelazioni dice con chiarezza che anch'essi sono chiamati a credere e a crescere nella fede, senza sapere in anticipo la consistenza e il senso delle prove che dovranno affrontare.
La terza scena obbedisce allo schema della 'parità dei sessi' di fronte al vangelo: Luca ci tiene a presentare figure maschili e femminili di fronte al vangelo. La presenza della vecchia Anna è conferma delle parole di Simeone. Anche lei povera, fedele al Signore e testimone della sua presenza nella storia.
La conclusione del brano è un quadro di serenità famigliare. Dopo gli avvenimenti straordinari della nascita, il Messia fa silenzio, cresce e si prepara alla sua missione di salvezza.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • I poveri aspettano e accolgono il Salvatore. I ricchi non aspettano nessuno e non si accorgono delle opere di Dio.

     

  • L'osservanza della Legge permette a Maria e Giuseppe di avere la giusta disponibilità per andare oltre e riconoscere l'opera di Dio che si manifesta in modo imprevedibile e assolutamente nuovo .

     

  • Gesù è il segno di contraddizione. Nel fare le scelte decisive della vita non abbiamo altro punto di riferimento. Lui è la luce che inonda il cuore e la mente di ciascuno e ha il potere di fare chiarezza e mettere ordine nei pensieri, nelle intenzioni e nei sentimenti.

     

  • La spada trafigge la vita di Maria. Non c'è vita spirituale senza lotte e senza ferite. La risurrezione di Gesù rende luminose le ferite e attraverso esse entra la vita piena ed eterna.

NATALE DEL SIGNORE - 25 dicembre 2014

 

VANGELO (Messa della Notte)

Dal Vangelo secondo Luca  2, 1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». 

Parola del Signore.

 

Commento

Di fronte a questa pagina, che ascoltiamo ogni anno, forse non ci facciamo più domande. Un po’ perché pensiamo di conoscerla bene, un po’ perché tutto il clima del Natale ci porta a concentrare l’attenzione sui bambini e a gustare il piacere di sentirci un po’ bambini anche noi.
In realtà questo brano è soprattutto per cristiani adulti nella fede, sia per capirlo che per viverlo.
Luca, che pure fa uno sforzo storico e sbaglia la data del censimento, scrivendo i primi due capitoli del suo vangelo, è interessato a comunicare gli avvenimenti dell’infanzia di Gesù in un contesto biblico: il Messia nasce durante un viaggio a Betlemme la città del re David (il Messia non poteva nascere altrove) perché è suo discendente e realizza così le profezie; la sua famiglia è povera, fuori di casa, appartiene alla categoria dei ‘poveri di Jahvé’ che attendono il Messia; alla sua nascita partecipano il cielo e la terra, per questo appaiono gli angeli ai pastori, che rappresentano tutti i poveri e gli emarginati che il Messia viene ad evangelizzare; come profetizzato da Isaia, porta la pace.
L’evangelista in questo modo trasferisce ai tempi della nascita di Gesù la fede che la Chiesa ha maturato solo dopo la risurrezione: Gesù è Messia, cioè l’uomo atteso come salvatore, e Figlio di Dio fin dalla nascita. Non lo dice con un racconto di cronaca ma con un linguaggio biblico. È davvero un uomo che nasce da una madre, ha bisogno di tutto e come tutti i bambini viene accudito e curato, questo dicono le fasce. Ma è anche il Figlio di Dio, per questo Luca mobilita le schiere celesti che già alla nascita lo proclamano Salvatore, Messia e Signore, titoli che fanno riferimento alla fede post-pasquale della Chiesa.
I primi cristiani, di fronte a questa pagina non avevano il presepe, ma vedevano il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, da bambino povero che chiedeva loro una fede attiva, una fede che li scomoda, come i pastori, per andare a trovare il Salvatore e gli porta in dono la testimonianza di una vita vissuta per lui e secondo il vangelo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù entra nella storia del suo tempo in tutti gli aspetti, belli o brutti che siano. Anche noi siamo incarnati nella storia di oggi: il cristiano, come Cristo, non recrimina, non si lamenta, non se ne tira fuori, anzi, accettando di farne parte, si impegna perché diventi luogo di salvezza per tutti.

     

  • Festeggiare la nascita di Gesù significa fidarsi della sua debolezza potente, capace di salvare il mondo, anche quello di oggi, tormentato da tanti flagelli, prodotti dall'orgoglio e dall'egoismo degli uomini. Questa speranza per diffondersi, scaldare i cuori, illuminare le menti e spingere tutti a costruire la pace, ha bisogno della parola e della testimonianza della vita dei cristiani.

     

  • La povertà in cui nasce Gesù non è un incidente, fa parte della sua identità di Figlio di Dio incarnato. Per questo i poveri sono più vicini a Dio, anzi sono un sacramento di Gesù. L'ha detto lui stesso!

     

  • Maria e Giuseppe non sanno ancora cosa comporterà la loro missione nei confronti di Gesù. Lo scopriranno progressivamente e, come hanno fatto sempre, obbediranno a Dio, che da ora in poi si manifesterà attraverso Gesù. E non sarà più facile di prima, anzi, saranno chiamati a un cammino di fede sempre più impegnativo ed esigente. Devono anche loro diventare discepoli del Figlio.

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Domeniche del tempo di Avvento (Anno B)

IV DOMENICA del tempo di Avvento - 21 dicembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  1, 26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. 

Parola del Signore.

 

Commento

Per la comprensione di questo brano abbiamo bisogno di tre riferimenti: la morte e risurrezione di Gesù, il Primo Testamento e il racconto di Maria.
Certamente Maria ha raccontato agli apostoli la sua esperienza di madre a partire proprio dal momento in cui ha ricevuto l’invito a collaborare con Dio alla nascita del Messia. Il suo racconto è servito a illuminare ulteriormente l’identità umano divina di Gesù. Infatti, la Chiesa delle origini aveva fatto esperienza della passione, morte e risurrezione di Gesù e oltre che Messia lo aveva riconosciuto come vero figlio di Dio. Conoscere da Maria gli avvenimenti legati alla sua nascita è servito a comprendere che fin dal concepimento Gesù è veramente e contemporaneamente uomo e figlio di Dio. Uomo perché nato da donna e figlio di Dio, non solo in quanto Verbo eterno ma anche in quanto uomo, perché nel suo concepimento non c’è stato concorso di un uomo.
Per consegnare alla Chiesa la fede nel concepimento soprannaturale di Gesù, gli evangelisti hanno scelto il linguaggio del Primo Testamento: Matteo racconta dell’apparizione di un angelo in sogno a Giuseppe per 4 volte, Luca riferisce dell’apparizione diretta dell’angelo a Maria. Qualcuno mette in dubbio questo modo di comunicare di Dio e anche l’esistenza degli angeli. Perché? In ogni caso, la Chiesa ha affidato a questo racconto una verità essenziale della propria fede in Cristo: Gesù è pienamente uomo e figlio di Dio, Maria è stata espressamente invitata a generare il Messia in modo soprannaturale e lei ha risposto sì con tutta la fede di cui era capace, mettendo tutta se stessa e la propria vita a servizio della volontà salvifica di Dio.
E dunque questa pagina del vangelo di Luca è sì esaltazione di Maria ma anzitutto e soprattutto rivelazione che riguarda il Messia figlio di Dio e salvatore dell’umanità.
Nella fede si comprende facilmente che Gesù di Nazaret, l’uomo-Dio, doveva nascere da una vergine-madre: vergine, perché nessun uomo doveva intervenire nel concepimento del Figlio di Dio; madre, perché il Verbo eterno doveva diventare carne come noi e assumere tutta la natura umana per poterla redimere dall’interno.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Ciascuno di noi ha avuto il suo 'angelo' che lo ha aiutato a comprendere il dono di Dio e la sua volontà di salvare tutta la nostra vita. Un ringraziamento al Signore e una preghiera riconoscente per il nostro 'angelo' ci tocca.

  • La proposta di Dio può turbare e lui non si meraviglia del nostro turbamento. Può durare anche a lungo. In queste situazioni come gestisco la mia difficoltà a comprendere e accettare la proposta di Dio? Può aiutare sapere che il Signore fa sempre un dono anche quando chiede molto.

  • Maria non ha esitato a dire sì a una proposta che ha sconvolto i suoi progetti, i suoi desideri e il suo modo di vedere se stessa e la propria vita. Qualche volta la proposta di Dio ci chiede delle novità che non avevamo pensato. Qual è la nostra risposta?

  • Maria si affida perché si fida. La mia fiducia nel Signore oggi è fredda o calda?

III DOMENICA del tempo di Avvento - 14 dicembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  1, 6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. 

Parola del Signore.

 

Commento

Alcuni avevano pensato che Giovanni Battista fosse il Messia. Questa interpretazione della sua figura permane anche dopo la risurrezione di Gesù. Per questo l'evangelista Giovanni ci tiene molto, nella prima parte del suo vangelo, a riconoscere l'importanza del Battista, a dargli la giusta dimensione e a definire il suo ruolo rispetto al vero Messia.
Già nel prologo gli assegna il ruolo di testimone della luce, cioè del Verbo eterno di Dio, diventato carne nel tempo, per illuminare il mondo.
Dopo il prologo, subito, introduce la testimonianza diretta di Giovanni in risposta a una delegazione di Giudei: egli dichiara apertamente di non essere il Messia. E di fronte alla loro insistenza per sapere chi pensasse di essere e con quale autorità battezzasse, egli si definisce ‘voce’ che invita il popolo di Israele a preparare la via del Signore. Con questa citazione del profeta Isaia, Giovanni dice due cose: la prima, il Messia sta arrivando e bisogna preparargli la strada, come quella che i deportati di Babilonia hanno preparato per il ritorno di Dio e di loro stessi a Gerusalemme; la seconda, io sto già realizzando ciò che i profeti hanno annunciato, preparando la venuta del Messia.
La conclusione di questo brano serve all’evangelista per sottolineare la consapevolezza del Battista della propria piccolezza e debolezza di fronte alla grandezza e potenza di Dio che si manifesterà pienamente in Gesù.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Giovanni è testimone della luce. Il Verbo, incarnato, morto e risorto, è la luce del mondo. Anch'io, come Giovanni sono chiamato a essere testimone della luce in questo mondo minacciato dalle tenebre della falsità. So che vivere nella verità e dire la verità, sempre, anche quando costa, è un modo concreto di testimoniare la luce.

  • Il Battista aveva chiara la propria identità e lo dice anche a chi non vuole capire. Oggi tanti dicono di essere cristiani senza sapere cosa voglia dire. Io, che penso di sapere, a volte dimentico o metto da parte Gesù Cristo. Il vangelo, il crocifisso, l'eucaristia, Maria e i poveri sono specchi davanti ai quali posso riscoprire cosa vuol dire essere un cristiano autentico e senza maschere.

  • Il testimone della luce diventa luminoso perché accoglie e riflette la luce del Verbo di Dio. Gli altri se ne accorgono, senza che il testimone abbia bisogno di ostentare nulla di sé.

  • Non sono più degno di Giovanni di slegare il laccio del sandalo di Gesù. È pure impossibile, dal momento che non lo vedo. Sarebbe la stessa cosa regalare un paio di sandali a chi non ne ha? Non c'è bisogno di esserne degni, perché l'umiltà e la carità vanno sempre a braccetto.

II DOMENICA del tempo di Avvento - 7 dicembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco  1,1-8

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 

Parola del Signore.

 

Commento

Il primo versetto è una sorta di sintesi di tutto il vangelo. Marco intende dare a tutti la bella notizia (proprio il vangelo) di Gesù (uomo in tutto come noi, con una storia umana vissuta nel tempo e condivisa negli anni finali dai suoi discepoli), Cristo (il vero Messia, confessato da Pietro a Cesarea, diverso dal messia che molti aspettavano come trionfatore sui nemici di Israele), e, infine, Figlio di Dio (intuìto per il suo insegnamento e le sue opere divine e riconosciuto chiaramente dal centurione proprio nella sua morte.
Quindi l’evangelista introduce la figura del Battista, annunciata nel Primo Testamento (Esodo, Malachia e Isaia), indicando la sua identità e il suo compito: è il messaggero di Dio, quindi la voce che risuona con autorità per comunicare la notizia della salvezza che viene; ha la missione di ricondurre il popolo all’esperienza del primo Esodo, nel deserto, luogo non solo della prova ma anche del cammino, fatto sotto la guida di Mosè, l’inviato di Dio, verso la Terra Promessa. Il Battista spinge a ricordare pure il deserto del secondo Esodo, quello del ritorno dall’esilio di Babilonia, quando il profeta Isaia ha invitato il popolo a tracciare la via del ritorno a Gerusalemme, perché il Signore potesse rientrare nel suo Tempio.
Il Battista realizza queste profezie e fa capire al popolo che la strada vera che si aprirà per la venuta del Messia salvatore è la conversione, cioè il riconoscimento dei propri peccati e la partecipazione al rito di purificazione nell’acqua battesimale, che rendono il cuore capace di ricevere il perdono di Dio.
Marco ci tiene a presentare le credenziali del Battista: veste come Elia, mangia solo cibi puri, riconosce la propria piccolezza umana di fronte alla forza di Dio, che sola può salvare e che si manifesterà in Gesù… per tutto questo Giovanni è un vero profeta, anzi l’ultimo e il più grande dei profeti, perché ha annunciato la presenza del Messia in mezzo al popolo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Signore non ha smesso di inviare i suoi messaggeri. Anche oggi li manda sulla mia strada. Provo a riconoscerli. Ce ne sono di vicini e lontani, grandi e piccoli, famosi e sconosciuti. Per riconoscerli e valorizzarli ho bisogno di mettermi in ascolto attento, con il cuore pronto ad accogliere quello che hanno da dirmi da parte del Signore.

  • Posso chiudere gli occhi ma non gli orecchi, per questo facilmente alcuni suoni ne coprono altri e mi lascio frastornare. La voce del messaggero di Dio ha bisogno del mio silenzio esteriore ed interiore per essere colta.

  • Le vie che portano al mio cuore diventano strette, tortuose e impraticabili quando partono dal mio orgoglio, dalla vanità, dall'egoismo. Solo l'amore me le fa rendere diritte e larghe per gli altri e per il Signore.

  • Conversione, cioè cambiare modo di pensare perché cambi in concreto il modo di vivere e di relazionarsi agli altri e a Dio. Basta che io rinunci al mio modo di pensare e di decidere e chiedere in dono il modo di Cristo. Facile? No, so che è impossibile, se mi manca l'umiltà e il desiderio sincero. Mi basterebbe solo accogliere il dono che il Signore sta cercando di farmi da sempre.

I DOMENICA del tempo di Avvento - 30 novembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Marco 13, 33-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». 

Parola del Signore.

 

Commento

Questo brano è la conclusione del discorso che Gesù fa sugli ultimi tempi. Il centro di questa conclusione è nel verbo “vegliate”, in contrapposizione al dormire, simbolo della pigrizia che impedisce di realizzare qualcosa di buono.
La veglia a cui il Signore esorta con insistenza e in termini imperativi non è assolutamente un’attesa oziosa. Difatti il padrone della breve parabola, prima di partire dà a tutti i servi il potere, cioè la capacità reale ed efficace di agire perché ciascuno possa realizzare il proprio compito per il buon andamento della casa. La metafora si riempie di significato grazie a tutto l’annuncio evangelico: veglia ed è in grado di accogliere il padrone al suo ritorno chi riconosce in Gesù il Messia, Figlio di Dio e realizza costantemente e coerentemente il suo insegnamento, amando e servendo i fratelli nella Chiesa e nel mondo.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Signore è partito. È il segno che ci lascia liberi di gestire la nostra vita, non ci spia, non ci assilla e noi abbiamo la possibilità di metterlo da parte, di dimenticarlo, di ribellarci, di fare i nostri 'comodi' e lui non interviene, ci lascia fare. È però vero, giusto, buono e bello, oltre che logico', che alla libertà corrisponda la responsabilità. Questo vale per le singole persone e anche per le comunità e per la Chiesa intera.

  • Potere e compito. Non c'è vocazione senza potere. Quando il Signore chiama per un compito dà sempre il potere corrispondente. Il cristiano, di fronte alla vocazione di amare e servire i fratelli non può dire “non ce la faccio... è più forte di me... non ci riesco...”. Equivale a dire che il Signore somiglia ad un tiranno che chiede qualcosa di impossibile per avere l'opportunità di punire. San Paolo traduce così: “tutto posso in Colui che mi dà la forza” (Fil 4,13).

  • Vegliate. Il simbolo di questo comando non può essere la sveglia, perché essa autorizza a dormire e sveglia ad un'ora prefissata. Il Signore ordina di essere sempre svegli, perché quando lui arriverà all'improvviso ci trovi al lavoro sul compito ricevuto. È sempre e davvero sveglio colui che ama e serve i fratelli senza interruzione.

  • Il portiere è il pastore della comunità. Ha il compito di vegliare come tutti in attesa del Signore e in più di vegliare sulla comunità e realizza questo secondo compito conoscendo, curando, incoraggiando, esortando, correggendo i fratelli che il Signore gli ha affidato.  

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Domeniche del tempo Ordinario (Anno A)

 (da Pentecoste al tempo di Avvento)

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo - 23 novembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». 

Parola del Signore.

 

Commento

Questo è uno dei brani che non hanno bisogno di commento, è fin troppo chiaro. Quindi, per non rovinare l’incontro personale e orante con questa parola di Gesù, mi limito a qualche annotazione.
“Verrà nella sua gloria”: è il modo nuovo e definitivo di presentarsi di Cristo e in quel momento tutti, anche coloro che hanno chiuso occhi, mente e cuore di fronte a lui, dovranno riconoscerlo per chi è veramente: l’uomo Gesù, il Figlio eterno di Dio.
“Signore, quando mai…?”: benedetti e maledetti non lo hanno riconosciuto nei piccoli, ciò significa che non è decisivo; la salvezza o la condanna sono determinate dall’amore solidale, concretamente vissuto o no, per i fratelli bisognosi.
“I piccoli”: sono tutti i bisognosi, di qualunque condizione, nazionalità, razza, religione, senza distinzione alcuna e nessuno che voglia essere cristiano sul serio ha diritto di fare distinzioni.
“L’avete fatto a me”: ogni uomo e donna sono figli nel Figlio e sono in Cristo, anche se non lo sanno, anche se non si vede a occhio nudo e persino se sembra il contrario. Chi non considera l’altro come proprio fratello e non ha compassione ferisce direttamente Cristo.
“Supplizio eterno… vita eterna”: l’eternità è un concetto nel quale il nostro pensiero si perde, ma è una caratteristica di Dio e anche nostra, da quando siamo stati concepiti; di cosa sarà piena la nostra eternità dipende da quanto avremo amato i piccoli.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • In molte proposte spirituali sono invitato a vedere Gesù nel fratello. Credo che questo possa essere un aiuto per me cristiano, che conosco il vangelo. Sembra però che questo non sia essenziale, perché i 'benedetti del Padre' non si sono resi conto di servire Gesù. Questo vangelo riconosce santi coloro che con amore gratuito hanno considerato i bisognosi carne della propria carne e hanno sentito una spinta 'naturale' ad aiutarli concretamente. Per me cristiano è davvero più facile?

  • Tutti noi, cristiani e non, siamo stati creati “a immagine di Dio per la somiglianza”. Nonostante il peccato del mondo e quello personale, abbiamo dentro il bene che ci viene da Dio e il desiderio insopprimibile di fare il bene. Orientarmi al male richiede lo sforzo di deturpare il mio volto umano. Fare il bene degli altri richiede lo sforzo della lotta contro le spinte egoistiche presenti anche in me. Ma in questo secondo sforzo non sono solo: sono con me e per me il Signore e la comunità dei fratelli.

  • Ho un esame finale sull'amore. In realtà l'esame avviene ogni giorno e, se ho la furbizia che viene dallo Spirito Santo, ogni sera mi esamino da solo sulla domanda: quanto e come ho amato oggi i miei fratelli bisognosi? Il voto me lo do da solo e il giorno dopo ho molte occasioni per fare di più e meglio.

XXXIII DOMENICA del tempo ordinario - 16 novembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

Parola del Signore.

 

Commento

Leggere questa parabola in chiave socio-economica la rende incomprensibile e dà un volto distorto di Dio. La stessa cosa succede se si trasformano i talenti in qualità umane da trafficare: rimane un Dio incomprensibile, se non ingiusto.
Ci chiediamo: perché Matteo utilizza questa parabola, cosa vuol comunicare ai cristiani suoi lettori? I servi a cui il padrone affida i suoi beni sono sicuramente i cristiani e il padrone che parte e ritorna è Gesù che viene alla fine della vita di ciascuno per ‘regolare i conti’.
I talenti non sono le qualità umane, ma i doni finalizzati alla salvezza, la fede, la speranza, la carità e tutti gli altri doni particolari che ciascuno riceve per vivere da cristiano e testimoniare il vangelo. La diversità è stabilita in base alla missione che ciascuno ha da compiere nel mondo. Questo però non dice che il Signore discrimina, semplicemente sottolinea un dato di fatto: ogni uomo è diverso dagli altri, ha una sua personalità, vive in un certo tempo e in un dato luogo, appartiene ad una famiglia, ha una sua storia unica e irripetibile e tutto questo gli serve per vivere nel mondo da figlio di Dio e fratello degli altri uomini. In qualunque situazione io sono chiamato a vivere, riceverò il dono che mi apre la strada della salvezza.
Questa strada, però, va percorsa con le proprie gambe. Trafficare i talenti significa utilizzare tutto ciò che abbiamo a disposizione per crescere nell’amore e vivere da figli di Dio. I due servi che ‘hanno trafficato’, nella diversità dei doni e del risultato, ricevono lo stesso elogio e lo stesso premio.
Anche il terzo servo ha ricevuto il grande dono nella misura adatta a lui, ma invece di essere riconoscente e attivo, ha giudicato il suo padrone, ne ha avuto paura e non ha fatto nulla di buono. Non ha visto l’amore e la fiducia del suo padrone ed è rimasto prigioniero della paura e schiavo della pigrizia.
Il talento tolto a chi non l’ha trafficato e dato a chi ne ha già dieci, dice semplicemente che chi non riconosce il dono di Dio perderà tutto (il Signore altrove dice: “chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” – Mt 16,25), mentre chi vive da figlio vedrà moltiplicati i propri doni.
La conclusione è naturale: chi non ha accolto il Signore e i suoi doni, perderà tutto e resterà fuori dal Regno, nelle tenebre.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Sono convinto che uno dei più grandi torti che possiamo fare a Dio sia quello di avere paura di lui. Se qualche volta proviamo questo sentimento, o, peggio, abbiamo questo atteggiamento nei suoi confronti, possiamo 'curarci' con tre 'medicine': prima, immergiamoci nella natura e proviamo a pensarla come un dono fatto personalmente a noi; seconda, facciamo l'elenco dei doni che abbiamo ricevuto da lui lungo la nostra vita; terza, e più 'scioccante', mettiamoci in silenzio di fronte al crocifisso 5 minuti al giorno, finché la paura non sia passata.

  • Spesso questa parabola viene intesa come invito a trafficare le qualità umane da impiegare, così cadiamo nel pregiudizio che chi ha più qualità è favorito e porta più facilmente dei risultati e ci lamentiamo con Dio o lo accusiamo: “perché a lui tante cose e a me poco o niente?”. Nella linea dell'amore nessuno parte svantaggiato. I bambini o i diversabili gravi sono centro di amore solo per il fatto di esistere, ricevono amore e ricambiano come possono. Il Signore i conti li fa solo sulla fede e sull'amore.

  • Non ci fa male meditare e pregare sull'importanza che diamo alle cose che rimangono di qua, e che lasceremo comunque, e sulla trascuratezza per le cose che già sono vita eterna, vita da figlio di Dio.

      

XXXII DOMENICA del tempo ordinario - 9 novembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 2,13-22

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 

Parola del Signore.

 

Commento

Oggi festeggiamo la dedicazione della Basilica Cattedrale di Roma, san Giovanni in Laterano. Si spiega così il brano giovanneo, che interrompe le parabole di Matteo.
Gesù e il Tempio. I sinottici collocano questo avvenimento poco prima della passione, Giovanni invece all'inizio del suo vangelo, subito dopo il segno dell'acqua cambiata nel vino della salvezza messianica. Certamente i sinottici hanno rispettato la storia. Allora perché Giovanni opera questo spostamento? Vuole dire qualcosa di significativo.
Gli ebrei consideravano il tempio di Gerusalemme, il luogo dell'abitazione di Dio sulla terra. L'evangelista sa che Gesù è venuto a rivelare qualcosa di nuovo che si capirà solo dopo la Pasqua. Portare questo episodio all'inizio del vangelo per lui ha valore di annuncio di ciò che avverrà in seguito: Gesù è il vero tempio e sostituirà il vecchio.
I venditori di animali per il sacrificio e i cambiavalute per le offerte al tempio erano necessari. Gesù non ha perso la pazienza e non cambierà l'organizzazione del tempio. Fa un gesto clamoroso perché ha da fare un annuncio. È un'azione da profeta. Questo è chiaramente detto dagli stessi Giudei quando gli chiedono un segno che giustifichi la sua azione. Chiedono un miracolo. Gesù invece 'offre' una rivelazione, incomprensibile per i Giudei, che poi lo prendono in giro, ma chiarissima per i cristiani per i quali il vangelo è scritto.
Si spiega così il commento dell'evangelista sui discepoli che ricordano questa profezia dopo la risurrezione. È annunciata qui anche l'opera dello Spirito Santo, che ha il compito di ricordare ai discepoli le parole del Signore (14,26).
Come a Cana si parla dell'ora che non è ancora giunta, così qui Giovanni dà tre anticipazioni della passione: distruggete, tre giorni, risorgere.
Giovanni, dunque, annuncia che il vecchio tempio sarà sostituito da Gesù; difatti è nel suo corpo di Verbo incarnato che abita il Padre e in lui, sulla croce e nella risurrezione, si manifesterà appieno la gloria del Padre.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù non ha perso la pazienza, quindi questo episodio non giustifica le nostre sfuriate. Con i nostri fratelli e con i bambini possiamo anche fare dei gesti 'forti', senza però perdere il controllo dei nervi e per motivi educativi intenzionali.

  • Noi cristiani non abbiamo il tempio, abbiamo la Chiesa, che siamo noi. Sappiamo che in modi diversi possiamo rendere la Chiesa un mercato in cui si affermano i nostri interessi più vari e, a volte, poco confessabili. L'ho fatto anch'io? Conosco qualcuno che lo fa? Il Signore mi ordina di non fare, e di non lasciar fare, della Chiesa un mercato.

  • Il corpo di Gesù è il vero tempio. Con la sua risurrezione è l'assemblea dei salvati il vero tempio. E, se è vera la parola di Gesù che promette di abitare con il Padre in chi crede in lui e ama i fratelli, allora anch'io sono il tempio di Dio in questo mondo. C'è uno stile, delle parole e delle azioni che rendono visibile questa realtà spirituale.

  • Lo Spirito Santo ha il compito di ricordare le parole di Gesù a chi è suo discepolo. Ci serve ricordarcele nei momenti delle scelte, anche quelle per le quali abbiamo poco tempo. Pregare lo Spirito Santo può servire a rendere pronta la nostra memoria spirituale.

 

XXX DOMENICA del tempo ordinario - 26 ottobre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

Parola del Signore.

 

Commento

Sappiamo già che i precetti della legge ebraica sono 613. Ma gli stessi maestri non erano così ingenui da considerarli tutti della stessa importanza nel rapporto con Dio. Le scuole rabbiniche da tempo si impegnavano non solo a distinguere i precetti in gravi e leggeri, in piccoli e grandi, ma cercavano anche un principio generale a cui tutti i precetti potessero riferirsi come a una fonte o a un vertice.
Ci spieghiamo così la domanda del dottore della Legge a Gesù, che nella risposta raccoglie i due precetti principali.
Dal Deuteronomio egli prende quello del primato dell'amore di Dio con la specificazione delle dimensioni principali della persona: cuore (attaccamento a Dio), anima (= vita, è il dono di sé a Dio) e mente (pensare secondo la volontà di Dio). Questo principio attraversa tutto l'insegnamento di Gesù.
Dal Levitico prende il precetto dell'amore del prossimo. Naturalmente per Gesù il prossimo da amare come se stesso non è solo l'ebreo, ma ogni uomo. Però, la novità in questa risposta di Gesù si trova nel fatto che lui mette il secondo comandamento sullo stesso piano del primo. Dall'apostolo Giovanni poi sentiremo che amare Dio senza amare i fratelli è una menzogna.

Perciò, questi comandamenti, insieme, sono la chiave di lettura e interpretazione di tutti gli altri precetti, i quali acquistano senso e valore nella misura in cui sono legati all'amore per Dio e per i fratelli e lo esprimono. Gesù va anche oltre, questi comandamenti sono anche la chiave per comprendere tutta la Sacra Scrittura, che egli compendia con il binomio “la Legge e i Profeti”, senza questa chiave di lettura la Parola di Dio non solo non può compresa, ma viene travisata e tradita, come succede ai farisei.
Perciò, l'evangelista Matteo si serve di questo episodio per richiamare la sua comunità sul rischio di cadere nel fariseismo, appesantendo e stravolgendo la vita di fede dei discepoli di Gesù con minuziosi precetti ritualistici e e moralistici.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Un maestro della fede si serve di una domanda che il popolo sinceramente si poneva per mettere alla prova Gesù. I dubbi e le domande di comprensione fanno parte di una fede impegnata. Quali domande mi piacerebbe porre a Gesù? I dubbi e le domande autentiche spingono a una ricerca seria per trovare le risposte attraverso le persone e gli strumenti adatti.

  • Anch'io ho una mia classifica dei comandamenti di Gesù. Se, chiedendo aiuto dello Spirito Santo, guardo la mia vita spirituale, il rapporto con il Signore, con la Chiesa e con i fratelli, posso riconoscere il 'mio' comandamento più grande, quello che determina il mio modo di fare e le mie scelte piccole o grandi. Mi chiedo come e quanto corrisponde alla classifica di Gesù.

  • Cuore, anima e mente. Era il modo degli ebrei per intendere la persona intera e tutte le singole facoltà. L'amore di Dio o prende tutti gli aspetti della persona e della vita oppure è parziale o malato. In ogni caso Gesù è pronto a curarmi e a farmi crescere, per questo mi dona ogni giorno il suo Spirito.

  • L'amore del prossimo è possibile nella misura in cui amo me stesso, cioè, voglio il vero bene di me stesso. Se mi amo in modo disordinato o sbagliato, non sto facendo il bene per me, non posso capire il vero bene degli altri e non sono capace di realizzarlo. Gesù nell'orto degli ulivi è il modello di un uomo che, amando il Padre, si vuole davvero bene e vuole il bene dei fratelli.

 

XXIX DOMENICA del tempo ordinario - 19 ottobre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 

Parola del Signore.

 

Commento

Il contesto: dal 6 d.C. i Romani avevano imposto un tributo per ogni uomo e donna dai 14 ai 65 anni; ammontava a un denaro, l’equivalente di una giornata di lavoro di un bracciante, e doveva essere pagato in valuta romana; gli ebrei non sopportavano questa tassa; gli erodiani, nati al tempo di Erode e ora legati a Erode Antipa, erano favorevoli al pagamento per conservare il potere acquisito; i farisei lo tolleravano come necessità.
Questo tentativo di incastrare Gesù inizia con elogi sperticati che corrispondono a ciò che il popolo diceva di Gesù, ma sulla bocca degli avversari nascondono l'ipocrisia e la falsità.
Se Gesù avesse contestato il tributo lo avrebbero accusato alle autorità, se l’avesse approvato avrebbe perso la simpatia del popolo.
Gesù si limita a ricordare che la Palestina appartiene all’Impero Romano e che gli ebrei, a parte la perdita della libertà, ne godevano i vantaggi, perciò il tributo fa parte delle cose normali di questo mondo.
Il Signore però non si ferma qui. Con la sua risposta smaschera e colpisce i suoi interlocutori ed eleva il discorso: se è giusto dare a Cesare il suo, è ancora più giusto e doveroso dare a Dio ciò che gli è dovuto: l’amore, la fede, l’obbedienza alla sua volontà. L’evangelista fa percepire che Gesù sta rimproverando erodiani e farisei, perché non stanno riconoscendo in lui il Messia mandato da Dio e quindi si rifiutano di prestare a Dio l’ascolto e l’obbedienza che gli sono dovuti.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • L'ipocrisia degli avversari di Gesù ci disturba. Anche noi capiamo che gli elogi sono falsi. Sicuramente noi non tendiamo una trappola a Gesù e magari siamo sinceri quando nella preghiera lo elogiamo... Ma, se poi non mettiamo in pratica la sua parola, Gesù che se ne fa dei nostri elogi?
  • Cesare e Dio, i rapporti con questo mondo e il rapporto con Dio: realtà distinte ma interdipendenti. C'è una diversità essenziale: il rapporto con la realtà naturale, sociale e politica è regolata da doveri e vantaggi pratici, il rapporto con Dio non è fondato sui doveri, ma su una risposta di amore a un amore ricevuto gratuitamente e manifestato inizialmente dal dono della vita e in pienezza dal Cristo crocifisso e risorto.
  • Se il Signore ordina di dare alle realtà di questo mondo ciò che gli spetta, è perché tutto ciò che tocca la vita umana vale e va non solo difeso, ma promosso, affinché la vita terrena sia pienamente umana e umanizzante per tutti. Questo è un servizio che non solo la Chiesa intera, ma anche ogni cristiano, possono e devono rendere all'umanità.
  • Tutti abbiamo delle domande vere dentro al cuore. Chi si presenta a Gesù con onestà, sofferenza e sincero desiderio di amare Dio e i fratelli, certamente riceve la risposta di cui ha bisogno. Il Signore ha molti strumenti per rispondere: la sua Parola, i pastori, i fratelli e gli amici nella fede, gli avvenimenti... Per comprendere la sua risposta abbiamo bisogno di silenzio, di umiltà, di pazienza attiva.

 

XXVIII DOMENICA del tempo ordinario - 12 ottobre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 1-14

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». 

Parola del Signore.

 

Commento

La parabola di questa domenica fa parte della polemica tra Gesù e i capi dei sacerdoti e Matteo se ne serve, con qualche aggiunta rispetto a Luca, anche per istruire la sua comunità.
Gesù, utilizzando le metafore della festa di nozze e del banchetto, che nel Primo e nel Nuovo Testamento simboleggiano l’alleanza e la salvezza, dice ai capi che è arrivato il momento della nuova alleanza, annunciata dai profeti, e che il banchetto della salvezza è già pronto. Si tratta di accogliere l’invito di Dio a parteciparvi. Gli invitati non solo rifiutano, ma si comportano come i loro padri, che hanno maltrattato e ucciso i profeti, anzi peggio, perché i capi del popolo eletto del tempo di Matteo hanno rifiutato e ucciso il Figlio di Dio e i suoi missionari.
La reazione violenta del re ci sconcerta, (Dio è così?), ma molto probabilmente Matteo sta dando una lettura teologica della distruzione di Gerusalemme e del tempio: il rifiuto del Messia ha preparato il terreno alla dissoluzione del vecchio Israele: gli ebrei si sono combattuti e uccisi tra di loro e i Romani hanno completato l’opera.
L’invito rivolto a tutti, cattivi e buoni, dal terzo gruppo di servi, è quello che viene proclamato dagli apostoli e dai predicatori del vangelo. Matteo a questo punto, prolungando il racconto di Luca, si rivolge ai cristiani della sua comunità per metterli in guardia: non basta essere entrati nella sala del banchetto, bisogna avere l’abito nuziale (cioè, essere nella Chiesa non è garanzia di salvezza).
E qui possiamo rimanere perplessi: non è normale che qualcuno, preso dalla strada, possa non possedere un abito nuziale? In realtà la veste nuziale era offerta agli invitati, perciò i contemporanei di Gesù e Matteo capivano benissimo che se uno non aveva questo abito, era perché l’aveva rifiutato. Però per comprendere il valore che Matteo dà a questo particolare, dobbiamo tener conto di un altro elemento: il tempo di attesa dell'ingresso del re. È il tempo della vita cristiana e quando entra il re siamo già al momento del giudizio. E allora, in cosa consiste l'abito nuziale? Inizialmente è la gratitudine per l'invito e la scoperta di essere anche noi figli di Dio (il battesimo); alla fine è l'abito della fede e dell'amore fraterno vissuti concretamente, realizzando così la volontà di Dio. L’essere gettato fuori nelle tenebre è l’inevitabile conseguenza del rifiuto del dono della salvezza che Dio fa realmente a tutti.

 

Spunti per la meditazione personale

  • Dio è Padre e suo unico desiderio è fare festa per sempre con tutti i suoi figli. Non si stanca mai di invitarli e non chiude la porta a nessuno che voglia entrare.
  • L'invito di Dio è la realtà più rande e più bella della vita di ogni uomo. Solo chi si lascia accecare dagli 'affari' di questo mondo mette da parte Dio, diventa legge a se stesso e si autogiustifica per ogni egoismo e violenza.
  • Dio non ha né desiderio né bisogno di punire chi lo offende. Noi uomini abbiamo studiato e inventato molti modi per punirci a vicenda e per estrometterci da soli dalla vita piena in questo mondo e dalla vita eterna.
  • Dio invita tutti e ha bisogno di persone che facciano arrivare l'invito a tutti. A chi tocca oggi portare questa bella notizia a chi non la conosce o l'ha dimenticata?
  • Nella Chiesa entrano cattivi e buoni, e ci rimangono, cattivi e buoni, perché il Padre dà a tutti il tempo di conoscerlo, comprenderlo, accettarlo e convertirsi. Il giudizio finale spetta a lui e a nessun altro.
  • Nel tempo della Chiesa i cristiani sono sarti di se stessi: si confezionano l'abito nuziale, dai colori e dalle fogge più diverse, ma tutti devono somigliare all'abito del Figlio, che è fatto di due stoffe che si intrecciano a meraviglia: l'obbedienza a Dio e l'amore ai fratelli.

 

XXVII DOMENICA del tempo ordinario - 5 ottobre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 21, 33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Parola del Signore.

 

Commento

È una parabola complessa. Il Maestro è alla conclusione del suo insegnamento e deve dire cose drammaticamente spiacevoli, ma non si tira indietro.
La metafora della vigna era già stata utilizzata da Isaia, il quale aveva denunciato tutto il popolo di Israele, perché non aveva portato i frutti che il Signore si aspettava e meritava.
In questa parabola non è la vigna ad essere considerata colpevole, ma i capi, a cui la vigna è stata affidata.
La vicenda è chiaramente inverosimile: è incomprensibile sul piano umano l’insistenza del padrone che manda a più riprese servi che vengono maltrattati e uccisi e poi manda addirittura il figlio a farsi ammazzare da contadini chiaramente impazziti nella loro malvagità e destinati ad una punizione inevitabile e meritata.
Ma proprio questa inverosimiglianza del racconto sottolinea quanto siano grandi la pazienza e l’amore di Dio, che per portare a conversione gli uomini ha mandato molti profeti ed è disposto a sacrificare anche il Figlio. La terribile realtà della risposta dei capi alla pazienza e all’amore di Dio è molto al di là della fantasia del racconto: non hanno ammazzato il figlio di un padrone, ma il Figlio di Dio.
La risposta esatta dei capi alla domanda di Gesù apre un’altra immagine presa dal salmo 117 (118):
coloro che avrebbero dovuto costruire la casa di Dio hanno scartato l’unica pietra in grado di sostenere tutta la costruzione. Ma Dio stesso costruirà il suo nuovo popolo la cui pietra angolare è Cristo, rifiutato dai capi ebrei, che saranno sostituiti da altri che porteranno a Dio i frutti della fede e dell’amore.
Il verdetto di condanna dei capi del popolo eletto è bella notizia per tutti gli uomini per due motivi: rivela il volto paziente e misericordioso di Dio che vuole i frutti della fede e dell'amore e non quelli dell'osservanza legalistica; la salvezza è aperta a tutti i popoli che obbediscono a Dio e portano frutti con retta coscienza.

 

Spunti per la meditazione personale

Dio Padre è stato molto generoso con me: mi ha affidato con piena fiducia una vigna da lavorare, che è la mia vita vissuta insieme ai fratelli.
Dio Padre è molto paziente e, anche se io vivo la mia vita egoisticamente, solo per me, mi manda continuamente persone che mi ricordano la missione che il Signore mi ha affidato in questo mondo.
Posso interrogarmi su come ho trattato finora le persone che mi ricordano il vangelo e mi correggono.
Dio ha mandato suo Figlio. Per farlo fuori, basta vivere e fare le scelte, importanti e quotidiane, come se lui non fosse venuto e non avesse offerto la sua vita per me.
Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione che voglia arrivare alla vita eterna. Tutto ciò che costruisco senza di lui porta al fallimento, anche se in questo mondo può procurare ricchezza, successo e potere.
L'essere battezzati non ci dà nessuna garanzia di salvezza. Come Chiesa abbiamo ricevuto la vigna del regno di Dio da offrire al mondo intero. Se non portiamo i frutti dell'obbedienza a Dio nell'amore fraterno e nella fede, meriteremo la stessa condanna dei capi di Israele.

 

XXVI DOMENICA del tempo ordinario - 28 settembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 21, 28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Parola del Signore.

 

Commento

Solo Matteo ha questa parabola, presa dalla vita quotidiana. Gesù aveva cacciato i venditori dal tempio, i capi si stavano organizzando per eliminarlo, ma lui non si sottrae, anzi sembra cercare lo scontro. Qui fa una domanda semplice proprio ai capi: quale dei due figli ha fatto la volontà del padre? La loro risposta è esatta: il primo. Ma questa risposta dà a Gesù lo spunto per un’accusa pesante.
Dio invita i suoi figli a lavorare nel mondo per portare frutti. Questa volontà è stata presentata più volte nella storia del popolo di Israele attraverso Mosè e i profeti. I pubblicani e le prostitute, vivendo nel peccato, non hanno obbedito a Dio. Ma quando il Battista li ha chiamati a convertirsi e a prepararsi ad accogliere il Messia, essi lo hanno ascoltato e hanno cambiato vita. Invece i capi dei sacerdoti hanno visto in Giovanni e nella sua predicazione una minaccia al loro potere e non si sono convertiti.
Non hanno creduto alla predicazione di Giovanni, non si sono convertiti e ora non stanno accogliendo il Messia. I capi percorrono la strada che li porta fuori dal regno di Dio, perché a parole dicono di voler obbedire a Dio, in realtà non stanno realizzando la sua volontà che si è resa visibile in Giovanni e in Gesù.
Matteo utilizza questa parabola anche per mettere in guardia i cristiani della sua comunità, specialmente quelli provenienti dall’ebraismo, dal cadere nel peccato dei capi dei sacerdoti: conoscere bene il vangelo e non viverlo, per di più ritenendosi superiori agli altri.

 

XXV DOMENICA del tempo ordinario - 21 settembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 20, 1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone      di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Parola del Signore.

 

Commento

Questa parabola si muove in un campo molto caldo oggi, quello del lavoro. Il tema però non è l'equità del salario, piuttosto ci invita a capire come funziona il regno di Dio.La comunità di Matteo era composta in gran parte di cristiani provenienti dall’ebraismo. In essa si era creata qualche tensione dottrinale e pratica con quelli provenienti dal paganesimo.Matteo allora sente il bisogno di sottolineare l’uguaglianza realizzata dalla misericordia di Dio tra tutti i credenti.
Il padrone che esce a chiamare operai a tutte le ore è Dio stesso che in ogni tempo chiama popoli e singole persone a lavorare nel mondo per portare frutti di salvezza. Assicura un salario a tutti. La fine della giornata rappresenta la fine dei tempi, quando tutti quelli che hanno lavorato, poco o molto, saranno ricompensati. I lavoratori della prima ora sono gli ebrei, appartenenti al popolo eletto del Primo Testamento, ma convertiti a Gesù, che ritengono di aver diritto a una considerazione e a una ricompensa maggiore nella comunità e nel regno e si lamentano che gli ex pagani siano considerati e valorizzati sullo stesso piano loro, arrivando a considerare Dio ingiusto.
La reazione del padrone è durissima: “prendi il tuo e vattene!”. Siccome siamo nel regno e il denaro rappresenta il dono della vita eterna (per questo è uguale per tutti, non se ne può dare solo un pezzo), la parabola assicura il giusto compenso a chi ha lavorato, ma dice con forza che chi ritiene di essere davanti agli altri nel regno si ritroverà ultimo. Il “vattene” è uno schiaffo del vangelo a chi si ritiene superiore o migliore e quindi più 'meritevole', affinché rientri in se stesso e si converta con più verità e umiltà, imparando a condividere la gioia del Padre che vuole tutti salvi ed è giusto con tutti e misericordioso con i più deboli e con chi lo ha conosciuto più tardi degli altri. Nel regno e nella comunità non hanno posto invidia e pretese orgogliose ma comunione e condivisione fraterna dei doni dell’amore del Signore.

 

XXIV DOMENICA del tempo ordinario - 14 settembre

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni  3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Parola del Signore.

 

Commento

La liturgia dice che queste parole sono rivolte da Gesù a Nicodemo, in realtà con questi versetti inizia il commento dell'evangelista che fa esprimere a Gesù una sintesi del mistero della salvezza. I primi tre versetti vedono come soggetto il Figlio dell'uomo, cioè il Verbo incarnato. Egli può rivelare la verità di Dio e dell'uomo, perché la conosce totalmente, essendo disceso dal cielo, da presso Dio Padre. Il paragone con Mosè serve a mostrare l'infinita superiorità di Gesù: l'innalzamento del serpente di bronzo ha guarito gli ebrei morsi dai serpenti nel deserto, Gesù innalzato sulla croce non solo guarisce l'umanità dal veleno mortale del peccato, ma ottiene per tutti il dono della vita eterna. Questo innalzamento per l'evangelista Giovanni è già la glorificazione del Figlio dell'uomo: mentre per i sinottici la gloria di Gesù si manifesta alla fine dei tempi e per san Paolo nella risurrezione, per Giovanni la passione e la morte in croce sono già la piena manifestazione della gloria del Figlio di Dio, cioè della potenza salvifica di Gesù che offre la propria vita. Può ricevere la vita eterna solo chi crede nel Figlio, perché solo attraverso lui si può giungere al Padre.
Negli altri due versetti il soggetto cambia, è Dio Padre. Il Padre ama l'umanità bisognosa di salvezza, manda il Figlio, non per condannare ma per salvare, la fede in lui apre la porta della salvezza, cioè della vita eterna, della vita stessa di Dio.

 

XXII DOMENICA del tempo ordinario - 31 agosto

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 16, 21-27

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù è stato riconosciuto come Messia da Pietro, portavoce degli apostoli e il Signore ha detto che in lui ha parlato il Padre stesso. Ma la tentazione di pensare il Messia come vincitore e restauratore del grande regno di Davide è presente e permanente nei discepoli. Gesù allora inizia la sua catechesi per aiutare i suoi amici a vedere il vero volto del Messia: rifiutato, crocifisso ma risorto il terzo giorno. I cristiani di tutti i tempi devono scontrarsi con lo scandalo della morte di Gesù. E l'evangelista Matteo si preoccupa di 'evangelizzare' correttamente i cristiani ex-israeliti perché devono lasciare l'idea del Messia trionfatore sui nemici di questo mondo e accogliere la realtà del Figlio di Dio che offre la sua vita per salvare l'umanità, secondo il progetto di amore del Padre. Pietro allora qui rappresenta non solo gli apostoli, ma i cristiani di tutti i tempi. Sono passati pochi 'minuti' dalla ispirazione divina e Pietro, convinto di dire una cosa sacrosanta, viene apostrofato come 'satana'. Non è più il Padre ad ispirarlo, ma l'avversario, che lo porta a ragionare secondo i criteri della potenza di questo mondo. E quanti sono i cristiani che nella storia hanno rimproverato Gesù Cristo di non esercitare la sua potenza per convertire il mondo intero, debellare i malvagi e offrire ai suoi fedeli una vita senza problemi troppo grossi?
Così Matteo allarga il discorso e fa dire a Gesù che non solo lui attraverserà la persecuzione e la morte, ma tutti coloro che decidono di seguirlo. La croce è bagaglio normale per tutti e va abbracciata (non cercata... prima o poi arriva). L'alternativa è una sola: chi accoglie la croce e la porta dietro a Gesù, salva la propria vita in eterno, chi la rifiuta, può anche conquistare il mondo intero, ma perderà se stesso e la vita eterna.

 

XIX DOMENICA del tempo ordinario - 10 agosto

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 14, 22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».  Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore.

 

Commento

L'esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci è stata troppo forte, sembra che gli apostoli vogliano gustarsi il successo, così Gesù deve imporsi perché partano ed è lui che si incarica di congedare la folla, togliendo loro un'altra 'scusa' per fermarsi. Egli si ferma per pregare, da solo, cioè a diretto contatto con il Padre, per fare il punto della situazione e 'programmare' il seguito. Perciò arriva il momento di mostrare ai discepoli un'altra azione da Dio: camminare sulle acque del mare, che, secondo il Primo Testamento è proprio un'azione che solo Dio può compiere.
A questo punto Matteo presenta i discepoli di 'poca fede'. Infatti, restano sconvolti e dicono di vedere un fantasma. Gesù deve incoraggiarli e invitarli a non avere paura, perché lui è il figlio di Dio. Nel testo greco Gesù dice: Io sono. Nell'intenzione dell'evangelista questa è una rivelazione di identità divina, che si poggia su una prova: camminare sul mare. Per questo egli conclude l'episodio con la prostrazione dei discepoli e con la loro professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».Matteo ha una scena che non si trova negli altri vangeli. Pietro chiede di camminare sul mare come Gesù. Non può sfuggire il significato teologico e simbolico di questa scena. Pietro nel vangelo di Matteo è il portavoce degli altri discepoli. La sua richiesta è quella di tutti e della Chiesa intera: fare le stesse cose di Gesù. Gesù non è geloso delle proprie prerogative e dei propri poteri, vuole condividerli e lo fa. I primi passi di Pietro sono la dimostrazione che Gesù veramente comunica i suoi poteri agli apostoli. Poi viene fuori la poca fede. Continuare a credere nella presenza salvifica di Cristo, quando infuria il vento della persecuzione, richiede una fede forte e grande, quella che Pietro ancora non ha. L'esperienza dell'affondare, sia per chi crede che per chi non crede, facilmente spinge a una preghiera vera, anche se interessata: «Signore, salvami!». La mano tesa del Signore, anche se precede un rimprovero, tuttavia afferra e salva sempre colui che prega.

 

XVIII DOMENICA del tempo ordinario - 3 agosto

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 14, 13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Parola del Signore.

 

Commento

Matteo ha due racconti della moltiplicazione dei pani e dei pesci, come Marco. Luca e Giovanni solo uno. Al di là di tutte le discussioni che si possono fare, sembra abbastanza evidente che si basino su un fatto realmente accaduto. Ed è una chiara anticipazione dell'eucaristia se notiamo i quattro verbi utilizzati: prendere, benedire, spezzare e dare. Oltre il banchetto eucaristico, è annunciato anche quello degli ultimi tempi.
Matteo lo situa subito dopo il racconto del banchetto di Erode che porta al martirio del Battista. Il contrasto è stridente: un banchetto mette in scena la cattiveria dei potenti che genera la morte, l'altro celebra l'offerta che il Figlio di Dio fa di se stesso per donare la vita, quella eterna.
Nella prima parte l'evangelista presenta la folla che cerca Gesù; va da lui principalmente perché guarisca i malati (Luca invece sottolinea il desiderio della folla di ascoltare la parola di Gesù). Così Gesù diventa il guaritore compassionevole, vicino alla sofferenza dei piccoli e dei poveri, per liberarli dalla malattia e comunicare loro la bella notizia della loro appartenenza al Regno di Dio.Il luogo in cui avviene la moltiplicazione viene presentato come 'deserto'. In realtà è un posto 'solitario'. Infatti c'è l'erba e la gente potrebbe arrivare facilmente nei villaggi per comprare da mangiare. Matteo quindi, usando il termine 'deserto' collega questo avvenimento al dono della manna nell'Esodo e mostra la superiorità di Gesù rispetto a Mosè (e anche rispetto al profeta Eliseo, che aveva moltiplicato i pani 'solo' per 100 persone).
I discepoli. Mentre in Marco non comprendono, in Matteo, annotata la loro scarsa fede, essi ricevono da Gesù il compito di distribuire i pani e i pesci, cosa che la comunità cristiana già sperimentava nella celebrazione eucaristica. Sembra evidente il desiderio di Matteo di rivalutare i discepoli rispetto al racconto di Marco.
Può sembrarci strano che venga registrato solo il numero degli uomini, ma era l'uso comune della sinagoga, nella quale si registrava solo la presenza degli uomini. Il fatto però che Matteo nomini anche le donne e i bambini significa che anch'essi vengono riconosciuti destinatari dell'eucaristia alla pari degli uomini.

 

XVII DOMENICA del tempo ordinario - 27 luglio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 13, 44-52

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Parola del Signore.

 

Commento

Si conclude il capitolo delle parabole con altre tre sul Regno. Le prime due sono parabole ‘sorelle’ con la somiglianza del senso fondamentale e alcune differenze. Chi trova il tesoro ha un colpo di ‘fortuna’, che tiene nascosto per sé, e con gioia vende tutto per acquistare il campo. Chi trova la perla, la sta cercando da tempo, la trova in possesso di un venditore e fa di tutto per acquistarla. Il senso fondamentale comune dice che il Regno di Dio (possiamo considerare Gesù stesso come la porta e il contenuto del Regno) ha un valore così alto e assoluto che chi lo scopre, per appartenervi, non solo non fa nessuna fatica, ma addirittura prova gioia a rinunciare a tutto il resto... e chi cerca il Regno da tempo, lo trova e lo acquista, costi quel che costi. In altro luogo il Signore dice che chi perde per lui la vita, acquista la vita eterna.
La terza parabola è ‘sorella’ di quella del grano e della zizzania. Qui il tutto si conclude quando la rete è piena e si giunge così al tempo del giudizio di salvezza o di condanna.
La conclusione del discorso offre un ritratto del credente, che qualche commentatore riconosce anzitutto nell’evangelista e poi negli evangelizzatori. Sono coloro che hanno ‘compreso’ il vangelo e possiedono il ‘tesoro’ della fede; essi hanno fatto proprie tutte le novità che ha portato Gesù e valorizzano tutte le ‘cose’ antiche del Primo Testamento che hanno trovato la loro verità completa in Cristo.

 

XVI DOMENICA del tempo ordinario - 20 luglio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 13, 24-43

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù non dice cosa sia il Regno di Dio, ma lo descrive con molte parabole (“è simile”), che costituiscono delle piste, seguendo le quali i credenti non solo scoprono di appartenere al Regno, ma anche di collaborare con il Signore alla sua costruzione, in attesa della sua completa
realizzazione alla fine dei tempi. Le tre parabole odierne in sintesi dicono: il regno di Dio prevede che i buoni siano mescolati ai cattivi e si impegnino a conservarsi buoni davvero; solo alla fine ci sarà un giudizio che separerà buoni e cattivi; il regno non è subito grande e appariscente, ma è piccolo (come i semi) e cresce lungo la storia, però diventa solido e forte e darà ospitalità a tutti quelli che lo vorranno; il regno agisce nella storia come il lievito nella pasta e cioè a poco a poco diffonde la fede in tutta l’umanità.
Fermiamoci un po’ sulla parabola del grano e della zizzania, la quale pur avvalendosi della spiegazione di Gesù stesso, fa nascere qualche domanda. Perché il Signore decide di far crescere la zizzania con il grano? Il buon grano è sempre buono e la zizzania rimane sempre cattiva, fino algiudizio?
Le parabole vanno lette diversamente dalle allegorie. Nelle allegorie di dettagli hanno un significato, nella parabola ciò che conta è ‘la punta’ (dicono gli studiosi), cioè la verità che il narratore vuole comunicare. Qui la ‘punta’ è questa: Gesù accetta che buoni e cattivi nella storia siano mescolati, la separazione avverrà solo alla fine.Situando la parabola nella comunità cristiana, ne risulta una risposta agli interrogativi che la agitavano. Il buon seme è la parola che fa nascere i figli del regno, ma essi scoprono di convivere con altri che non ascoltano la parola eppure prosperano e perseguitano la Chiesa. La parabola individua il responsabile: un nemico, satana. La comunità scopre nel vangelo che il Signore ha deciso di non intervenire drasticamente per togliere i malvagi da questo mondo. Ma perché? Da una parte la presenza dei ‘cattivi’ chiede ai ‘buoni’ la verifica dolorosa della propria fede, la testimonianza e la pazienza (se non ci fossero 'gli altri', i credenti con chi e come potrebbero somigliare a Gesù che ama anche i nemici, cerca i peccatori e offre loro il perdono?); dall’altra emerge la volontà precisa di Dio che tutti gli uomini siano salvi. Gesù è morto per tutti e la Chiesaha il compito di portare la bella notizia della salvezza anche a coloro che sono sotto il potere dell’avversario, con la fiducia e la speranza che si convertano e ottengano la salvezza.

 

XV Domenica del tempo ordinario - 13 luglio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 13, 1-23

Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». Parola del Signore.

Parola del Signore.

 

Commento

La parabola del seminatore con la spiegazione di Gesù è abbastanza semplice e ricca per la meditazione personale e per la predicazione. Ma i versetti 10-17 sono un tormento.
Iniziano i discepoli chiedendo a Gesù perché parli in parabole e non chiaramente. E in effetti la parabola è un genere letterario molto usato nella Bibbia ed ha alcune caratteristiche: è semplice, parte dalle cose di cui gli ascoltatori hanno esperienza, ma lascia un certo margine all’interpretazione e anche a qualche dubbio.
La risposta di Gesù ci crea qualche difficoltà perché sembra dire che parla in parabole perché non capiscano, realizzando così un passo del profeta Isaia. E aggiunge che “a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha”, che a prima vista ha un sapore di ingiustizia. Chiariamo subito questo: il contesto è quello dei cuori induriti, perciò il Signore dice semplicemente che chi non apre il cuore alla sua parola e non crede in lui perderà tutto quello che ha e che si tiene stretto, mentre chi crede in lui riceverà altri doni fino alla vita eterna. Ma per capire la risposta di Gesù dobbiamo fare un salto al tempo della composizione del vangelo, 70-80 circa, e interpretare il motivo per cui Matteo scrive in questi termini.I cristiani avevano fatto, dolorosamente, l’esperienza che tanti ebrei avevano rifiutato il vangelo e li perseguitavano. Non solo, anche tanti, che erano stati battezzati, a un certo punto si erano allontanati dalla fede. Allora si sono chiesti: come mai?
Le risposte in tutto il Nuovo Testamento sono diverse. Matteo in questo brano praticamente ne dà due.
La prima: la parola di Dio è seminata per tutti, la risposta dipende da come la persona l’accoglie: può lasciarla fuori di sé, può accoglierla solo per un po’, può farla soffocare da altri interessi o preoccupazioni, può portare molto frutto.
La seconda risposta va presa con le pinze, perché è un po’ settaria e consolatoria. Matteo si serve di
una citazione del profeta Isaia, secondo la quale è Dio che per un certo tempo non vuole che gli ebrei si convertano. Questa risposta tranquillizza i credenti della comunità di Matteo (il fatto rimane misteriosamente nelle mani di Dio), ma corre il rischio di farli credere privilegiati rispetto a quelli che non credono. In realtà non è così. Tutto il Nuovo Testamento dice chiaramente che Dio vuole salvare tutti e che Gesù ha dato la vita per tutti. La risposta dipende solo dalla volontà libera delle persone che ascoltano il vangelo e la parabola del seminatore dice proprio questo.
Questo brano ci serve molto per capire un principio importante per interpretare correttamente il vangelo: le singole frasi e i singoli brani devono essere collegati a tutti gli altri per capire l’autentico messaggio di Gesù. In più, così vediamo anche che il vangelo stesso testimonia che la Chiesa primitiva ha avuto anche lei le sue difficoltà nell’interpretare l’insegnamento di Gesù.

 

XIV Domenica del tempo ordinario - 6 luglio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Parola del Signore.

 

Commento

Non disponibile.

 

XIII Domenica del tempo ordinario - 29 giugno

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 16, 13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parola del Signore.

 

Commento

Non disponibile.

 

Solennità del SS Corpo e Sangue di Cristo - 22 giugno

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore.

 

Commento

Il capitolo VI di Giovanni è tra i più ardui da commentare. Qui ci troviamo di fronte alla conclusione del discorso. Gesù aveva moltiplicato i pani, aveva fatto raccogliere 12 canestri di pezzi ‘avanzati’, si era sottratto alla folla che lo voleva fare re, ha accettato di parlare alla folla di un altro pane, quello che dà la vita eterna.
Per tutta la prima parte del discorso Gesù si è collegato all’esperienza dell’Esodo. Gli ebrei erano stati nutriti da Dio con la manna, pane che veniva dal ‘cielo’ per la potenza di Dio e nutriva per un giorno. I rabbini nei loro commenti avevano collegato la manna alla parola di Dio che consideravano il vero nutrimento che il Signore ha offerto al popolo attraverso Mosè lungo tutto l’Esodo.
Gesù si collega a questi insegnamenti, ben conosciuti, per affermare che lui offre un pane che veramente proviene dal cielo e che dà la vita eterna e che lui pronuncia una parola che viene da Dio e comunica la vita eterna. La rivelazione centrale è questa: lui stesso è ‘fisicamente’ la Parola di Dio e il Pane di vita eterna.
Il suo corpo poi sarà davvero spezzato e il suo sangue sarà davvero versato sulla croce per comunicare la vita eterna a tutti e renderli figli di Dio.Il discorso si fa inaccettabile per gli ebrei quando Gesù parla di ‘masticare’ il suo corpo e di ‘bere’ il suo sangue. Noi per comprendere l’intenzione dell’evangelista nel concludere il discorso di Gesù a Cafarnao dobbiamo distinguere gli ebrei e i discepoli, quelli che dopo questo discorso se ne andranno, dai cristiani che leggono questo vangelo.Gesù chiede agli ebrei e ai discepoli di fidarsi della sua parola, perché hanno visto i segni già compiuti da lui e perché conoscono già dall’Esodo la potenza di Dio che visibilmente è con lui. Giovanni non registra la reazione degli ebrei alla conclusione del discorso, ma quella dei discepoli sì e molti se ne vanno, invece Pietro e gli altri si fidano e rimangono.Quanto ai cristiani lettori. Dopo la prima parte del discorso essi si chiedono: dove troviamo noi il pane da mangiare e il sangue da bere per avere la vita eterna? La risposta dell’evangelista non è diretta ma facilmente comprensibile: si trovano nella celebrazione dell’eucaristia. Evidentemente anche al tempo di Giovanni qualcuno faceva fatica a credere che il pane e il vino fossero, in virtù della parola del Signore, realmente il suo corpo e il suo sangue.

 

Solennità della SS Trinità - 15 giugno

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 3, 16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Parola del Signore.

 

Commento

In questa conclusione del discorso di Gesù a Nicodemo brillano alcune verità che toccano nel profondo la rivelazione di Gesù. Anzitutto è detta a chiare lettere la motivazione dell’agire di Dio: è l’amore senza misura, o meglio, con la misura di Dio. Sicuramente qui Dio sta per Padre, ma non gli facciamo torto se pensiamo che è tutta la Trinità ad amare e a decidere come esprimere l’amore per l’umanità: il Padre, il Figlio e lo Spirito si muovono amando all’unisono e insieme hanno deciso che, per rendere figli gli uomini, era necessario che proprio il Figlio diventasse uomo e, a causa del peccato, sacrificasse la vita. Così gli uomini sarebbero stati liberati da ogni colpa e avrebbero visto il Figlio a immagine del quale sono stati creati e al quale sono invitati a conformare mente, cuore e azione.
È sufficiente questo per capire che Dio non ha nessuna voglia di condannare? Cos’altro deve fare per farci capire che soltanto noi possiamo tragicamente impegnarci per autocondannarci e autoescluderci dalla comunione eterna con la Trinità? Non basta che il Figlio incarnato sia venuto, sia morto in croce e sia risorto?
Non possiamo non capire ora che la sofferenza più grande della Trinità è che anche uno solo degli uomini vada perduto.
La chiave di tutto per poter accedere al dono di amore della Trinità, che è la figliolanza divina unita alla vita eterna, è la fede in Gesù. L'evangelista Giovanni rende molto più semplice l'essere discepoli del Signore e ha solo due comandamenti: credere in Gesù, Figlio fatto carne, e amare i fratelli… e pensa: cosa c’è di difficile?

 

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Domeniche di Pasqua (Anno A)

Ascensione - 1 giugno

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Parola del Signore.

 

Commento

Cinque versetti bellissimi. Matteo fa concludere la missione di Gesù su questa terra lì dov’era iniziata, in Galilea, e nel quadro finale lo vede in compagnia degli undici apostoli.Si prostrano e dubitano. Il testo greco non fa capire se tutti si prostrano e tutti dubitano ma, considerando il gruppo come una unità, entrambi gli atteggiamenti sono presenti: si prostrano e quindi lo riconoscono come Figlio di Dio, dubitano e quindi la loro fede non è ancora chiara e forte. Probabilmente l’evangelista vuole evidenziare che gli apostoli in questo momento non sanno ancora bene come considerare Gesù risorto e come relazionarsi a lui. Si chiariranno dopo, con il dono dello Spirito.
Ma proprio a loro, credenti e dubbiosi contemporaneamente, Gesù rivolge le sue ultime parole.Inizia con l’affermazione del suo potere divino: è lui il Signore dell’universo che ha salvato l’umanità e vuole che tutti gli uomini siano salvi. E proprio perché ne ha il potere, affida la missione, che lui ha iniziato, agli apostoli che devono arrivare dove lui non è arrivato: raggiungere tutti i popoli. Una missione personale per i suoi amici, ma che non si ferma a loro, perché essi sono il fondamento della Chiesa, la quale continuerà la stessa missione fino alla fine dei tempi. L’opera da realizzare è una sola: far diventare discepoli di Gesù tutti i popoli di tutti i tempi.Gli strumenti sono due: insegnare a vivere i comandamenti di Gesù, il vangelo, un insegnamento che passa attraverso la parola e la testimonianza; battezzare, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, coloro che credono. Battezzare vuol dire immergere e questo significa che chi è battezzato riceve in dono la partecipazione alla vita stessa di Dio, perché muore alla vita vecchia e rinascendo partecipa, in forma iniziale, della risurrezione di Cristo.Per realizzare la missione ‘divina’ che hanno ricevuto, gli apostoli, e la Chiesa, hanno a disposizione lo stesso potere di Gesù e questo viene detto con una espressione carica di verità e di affetto che esalta il contenuto teologico e spirituale: Gesù stesso sarà sempre con i suoi amici in tutto lo svolgimento della missione fino alla fine del mondo.

 

6° Domenica di Pasqua - 25 maggio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Parola del Signore.

 

Commento

L’affermazione di partenza è che Gesù è una sola cosa con suo Padre. Aveva già detto che il Padre abita in lui e lui nel Padre. Questo avviene perché il Padre ama totalmente Gesù e lui lo ricambia allo stesso modo. Qui aggiunge che lui abita nei discepoli e loro in lui. Il modello del rapporto tra il Padre e Gesù si trasferisce nel rapporto tra Gesù e i discepoli. Una cosa inaudita, che neanche la fantasia più sfrenata poteva immaginare, diventa dono reale a disposizione di tutti coloro che amano non a parole ma nella verità e cioè vivendo i comandamenti di Gesù, che nel vangelo di Giovanni sono due: credere in lui e amare i fratelli come lui li ha amati, fino a dare la vita… È proprio vero? Gesù dà due segni a dimostrazione.
Il primo: insieme al Padre manderà lo Spirito che continuerà la sua opera di Paràclito, cioè di difensore e consolatore, quella che Gesù ha esercitato in forma visibile dalla nascita alla morte; i discepoli faranno questa esperienza spirituale e concreta nello stesso tempo.
Il secondo: Gesù non abbandonerà i suoi amici, sarà sempre con loro, visibile realmente solo agli occhi della fede di chi, ricevuto l’amore del Padre e di Gesù, lo ricambia e diventa capace di vedere e comprendere il mondo di Dio attraverso Gesù (questo significa che Gesù gli si manifesterà).
Tutto questo è nascosto agli occhi di chi non vuol credere (il mondo, in questo brano), ma rimane poco comprensibile anche a chi dice di credere, pure abbastanza sinceramente, ma non ama come ha insegnato Gesù.

 

5° Domenica di Pasqua - 18 maggio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 1-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Parola del Signore.

 

Commento

L’inizio del brano riporta delle espressioni tra le più affettuose di Gesù: esprime il desiderio che i suoi amici stiano sempre con lui e si presenta quasi come colui che nella casa del Padre prepara per loro delle stanze accoglienti.
Ma subito si manifesta l’incomprensione dei discepoli.
Tommaso dice che non sa dove Gesù sta andando e si meraviglia che Gesù pensi che loro conoscano già la via per arrivarci. Con pazienza Gesù ripete quello che Tommaso e gli altri avrebbero dovuto capire: sta andando dal Padre e la via per arrivarci è lui stesso. Se Gesù è la via, per percorrerla bisogna credere in lui e amare i fratelli, così si conosce e accoglie la verità e si sperimenta la vita nuova.
Per Filippo c’è un rimprovero: “Come mai ancora non mi conosci? Perché non ti rendi conto di chiedere una cosa che ti ho già dato?”. In tutto il vangelo di Giovanni, Gesù si è sforzato di far capire che il Padre è diventato visibile nell’incarnazione del Figlio. Tutto quello che lui ha detto viene dal Padre e tutto quello che lui fa è opera del Padre, perché Gesù non fa altro che obbedire a lui. Filippo non ha ancora capito che Gesù è tutto ciò che si può vedere del Padre perché sono una cosa sola. Non sono bastati tutti i segni che ha fatto.
Certo manca ancora il più grande segno, la sua morte e risurrezione. Per questo gli apostoli dovranno avere solo un po’ di pazienza. Ma non appena Gesù arriverà presso il Padre, dal momento che avrà realizzato la sua missione di salvezza, potrà mandare il suo Spirito e potrà mettere a loro disposizione tutta la ricchezza della sua risurrezione, per questo potranno fare, grazie a Gesù risorto, anche opere più grandi di quelle che lui ha fatto prima della Pasqua e la salvezza arriverà fino ai confini della terra.

 

4° Domenica di Pasqua - 11 maggio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Parola del Signore.

 

Commento

Questo è un brano complesso perché sovrappone due metafore legate a Gesù, la porta e il pastore, in rapporto alle pecore, a loro volta metafora del nuovo popolo di Dio, contrapposto ai ladri e ai briganti.
Il recinto delle pecore è l’assemblea del popolo di Dio, la Chiesa, la comunità dei salvati. Gesù è il pastore che non si relaziona solo al popolo ma a ciascuna persona, perché conosce il nome di tutti, li chiama uno per uno, con una vocazione personale. Tutti conoscono il suo insegnamento e lo seguono volentieri e spontaneamente, perché hanno sperimentato che il pastore si prende cura amorevole di ciascuno e li conduce in luoghi in cui trovano tutto ciò di cui hanno bisogno per gustare la pienezza della vita e della gioia. Il pastore estende la cura del gregge anche alla denuncia dei mercenari i quali, vestendosi da pastori, cercano solo il proprio interesse e si arricchiscono a spese del gregge, derubando e togliendo la vita. Usando questa metafora, Gesù annuncia la realizzazione della profezia di Ezechiele: Dio, stanco e deluso dei pastori (re e sacerdoti), che si sono rivelati ladri e briganti, si prenderà cura personalmente del suo popolo.
La metafora della porta è molto diversa: indica un confine, una separazione tra casa e mondo, l’accoglienza o l’esclusione, la possibilità di entrare e di uscire. Gesù si definisce porta, indicando così la sua identità di mediatore tra il mondo di Dio e quello degli uomini. Chi passa attraverso lui trova casa accogliente, il luogo della comunità, e può uscire per trovare nel mondo il luogo in cui manifestare la pienezza di vita ricevuta e annunciare l'amore del Padre che è per tutti. Passare attraverso questa porta vuol dire semplicemente decidere di avere Gesù come riferimento unico della propria vita, accogliere il suo insegnamento, vivere come lui ha mostrato, obbedendo al Padre e amando i fratelli. La porta chiusa indica anche protezione per chi è in casa ed esclusione per chi ha scelto di restare fuori e non riconosce in Gesù l’inviato del Padre per dare la vita piena a tutti quelli che lo riconoscono Figlio di Dio.

 

3° Domenica di Pasqua - 4 maggio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 24, 13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Parola del Signore.

 

Commento

Piccolo capolavoro letterario di Luca, questo brano è una sintesi del vangelo della risurrezione e del suo senso.
Abbiamo due discepoli tristi (Cleopa e uno senza nome: sono io, sei tu) che hanno perso la fede in Gesù e la speranza, rimane loro nel cuore solo il ricordo doloroso di un passato bello ma illusorio. Tornano a casa sconfitti. Un viandante che si aggrega e si mostra uomo ‘normale’, forestiero ignaro. Lungo il cammino succedono molte cose. Cleopa rimprovera il viandante di non sapere e poi racconta sui fatti una versione personale che non corrisponde per niente alla verità di ciò che è accaduto: un passato perdente e un presente senza fede, dato che non hanno creduto alle donne. I fatti vissuti dal viandante non sono questi! Luca ci ha avvisati che il viandante è Gesù, ma essi non possono riconoscerlo perché non hanno fede. Luca fa capire così che il risorto può essere riconosciuto solo da chi ha fede, chi non crede non può riconoscerlo; per questo Gesù non va dai Giudei, non lo avrebbero mai riconosciuto! Dopo il racconto triste e senza fede, il viandante li rimprovera a sua volta di non avere intelligenza né amore sufficienti per capire né la parola di Dio, né quella dei profeti e neanche quella che Gesù stesso aveva comunicato.
La spiegazione che Luca fa offrire da Gesù ai due discepoli sintetizza l’esperienza della Chiesa primitiva che progressivamente ha riletto tutto il Primo Testamento alla luce della morte e risurrezione di Gesù e ne ha colto significati prima nascosti. Qualche cosa è successa dentro ai due: mentre Gesù parla, nel loro cuore si riaccende una fiamma che essi non sanno spiegare e li spinge a voler trattenere Gesù, che fa finta di andare oltre. Quando Gesù in casa fa il gesto e usa le parole abituali del pasto (gesti e parole che non appartengono solo all’ultima cena, che pure è stata unica), dopo l’amore si risveglia anche la fede ed essi diventano capaci di riconoscere Gesù, che sparisce, perché non c’è più bisogno della sua presenza fisica. Cleopa e l’altro hanno recuperato la fede e portano il risorto con sé mentre tornano a Gerusalemme per dare la bella notizia dell’incontro che ha fatto rivivere in loro l’amore, la fede e la speranza del Regno di Dio e della liberazione non solo di Israele ma di tutta l’umanità.
Il brano indica allora due luoghi permanenti in cui il risorto è presente, riconoscibile e raggiungibile: la Parola di Dio e l’Eucaristia.

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2° Domenica di Pasqua - 27 aprile

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore.

 

Commento

Tutti gli evangelisti, e anche Giovanni, ci tengono a dire due cose, altrettanto decisive, sulla risurrezione di Gesù: è sempre lui in carne ed ossa, per questo lo si può toccare, mangia, mostra le ferite, cammina…; ma è in una condizione nuova e diversa, per questo si presenta all’improvviso, entra a porte chiuse, scompare… È risorto a una vita nuova, la morte non lo può più toccare. Anche noi saremo così. Lo stesso giorno di Pasqua Gesù viene a realizzare le sue promesse: affida agli apostoli la missione di continuare a rendere visibile l’amore del Padre nel mondo; per questo dona loro lo Spirito Santo, che li sosterrà nella missione e nell’esercitare, per la salvezza degli uomini, gli stessi poteri di Gesù, di cui il perdono dei peccati è l’espressione tipica.

Ma perché Gesù lega il perdono agli apostoli? Lui ha perdonato visibilmente i peccatori che ha incontrato. Questo perdono deve continuare ad essere sperimentabile, perché noi uomini non viviamo solo nella dimensione spirituale e abbiamo bisogno di segni visibili della presenza di Gesù in mezzo a noi. Per questo esistono i sacramenti, che sono segni visibili di una realtà spirituale, quindi invisibile, che è l’amore di Dio che ci salva.

E allora, è il dono dello Spirito del Padre e del Figlio che rende gli apostoli capaci di continuare visibilmente la missione di Gesù sulla terra e quindi di perdonare i peccati. Tommaso è gemello di tutti noi che abbiamo difficoltà a credere. Lui ha deciso di seguire Gesù fino alla morte (cfr Gv 11,16), ma quando gli amici gli dicono di aver visto Gesù ha una reazione comprensibile, ma di poca fede. In realtà aveva diritto di vedere Gesù, come gli altri, perché doveva essere anche lui testimone diretto della risurrezione, e per questo il Signore lo accontenta. Ma la sua fede si mostra imperfetta e lo dice Gesù, dichiarando beati coloro che crederanno senza aver visto. Io non credo che Tommaso abbia messo le mani nelle ferite di Gesù, gli è bastato vederlo per buttarsi ai suoi piedi. Ma noi lo ringraziamo lo stesso, per aver fatto la nostra parte di fronte all’avvenimento più grande e più incredibile della storia, che abbraccia tutta la storia la supera e si immerge nell’eternità.

 

Domenica di Pasqua - 20 aprile

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Parola del Signore.

 

Commento

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Domeniche di Quaresima (Anno A)

Giovedì Santo - 17 aprile

 Messa in Cena Domini

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 13, 1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Parola del Signore.

 

Commento

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Domenica Delle Palme - 13 aprile

 

 

Alla commemorazione dell’ingresso del Signore in Gerusalemme

 

Dal Vangelo secondo Matteo 21, 1-11

 

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Parola del Signore.

 

 

 

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore». Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Parola del Signore.

 

Commento

Solo alcune annotazioni.


Il Messia che cavalca un asino, non realizza solo la profezia di Zaccaria, ma annuncia un Regno diverso da quello di Davide. Il cavallo, simbolo della guerra, è sostituito da un puledro d’asina, simbolo di pace. Gesù si comporta da re, requisendo la cavalcatura di cui aveva bisogno (ma lo restituisce!) e la gente lo tratta da re, acclamandolo e tappezzando la strada con i mantelli, come si usava nelle visite del re. Non c’è contraddizione in Gesù tra cavalcare l’asino e presentarsi da re di pace e salire sulla croce. Sarà una contraddizione nei capi e in parte del popolo.

Matteo dice che “tutto il popolo” ha gridato: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Sicuramente la gran parte del ‘popolo’ non ha chiesto la morte di Gesù. La folla urlante era costituita in gran parte dai partigiani di Barabba, in combutta con i capi. Matteo però con questa espressione sottolinea il rifiuto di Gesù da parte di Israele, rappresentato dai capi. Ma l’evangelista interpreta teologicamente questo rifiuto e lo indica come causa della distruzione del tempio e della dispersione del popolo d’Israele che continua ancora oggi.

Gli insulti che Gesù riceve costituiscono il ritorno di Satana per l’ultima tentazione: dimostrare di essere il Figlio di Dio con un atto di forza. Ma Gesù non risponde nulla, è impegnato a dimostrare che il Figlio di Dio è tale proprio perché dà la sua vita per la salvezza dei peccatori.

Ma è impegnato anche in un’altra lotta che avviene nel suo intimo. “Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»”. È il grido del Figlio innocente che ha preso dentro di sé il peccato di tutta l’umanità e, dal momento che questa assunzione è terribilmente reale, sta sperimentando le conseguenze, non, come noi, di qualche peccato personale, per quanto grave possa essere, ma dei peccati di tutta la storia, da Adamo all’ultimo uomo. La conseguenza 'infernale' è la lontananza da Dio. Gesù sulla croce è lacerato nell’anima, molto di più che nel corpo, perché sperimenta contemporaneamente la massima lontananza da Dio, in quanto rappresentante di tutti i peccatori, e la massima vicinanza a lui in quanto Figlio obbediente e innocente. Noi arriviamo a commuoverci per le sofferenze fisiche e la morte di Gesù, anzi a volte ne chiediamo conto a Dio Padre. Ma la sofferenza enormemente maggiore è stata quella dello spirito. A tanto è arrivato Gesù per salvare tutti e ciascuno di noi. È un abisso di amore e di sofferenza che possiamo intuire soltanto un po’.

 

4° Domenica - 30 marzo

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Parola del Signore.

 

Commento

I catecumeni sono chiamati ‘illuminandi’, perché sono in attesa di ricevere la luce di Cristo che li farà splendere e li farà diventare a loro volta ‘luce del mondo’. Nel brano di oggi Gesù si definisce ‘luce del mondo’. E inizia ad a illuminarci su una questione angosciante: malattie e sventure sono una punizione di Dio per i nostri peccati? La sua risposta è no! La condizione umana è all’origine dei malanni di ogni genere di cui l’umanità fa esperienza. Dio si adopera instancabilmente per salvarci non dai malanni (qualche volta lo fa e sa lui perché), ma nei malanni (questo lo fa sempre perché ci ama). Nelle nostre sventure normalmente il Signore ci mette vicino dei fratelli che possano prendersi cura di noi, così qualunque situazione, per chi la vive, diventa occasione di crescita nell’amore ricevuto e donato. In questo caso Dio ha mandato Gesù perché il cieco nato diventi l’annuncio della nuova creazione che il Signore sta per realizzare per tutta l’umanità.
Fango e saliva richiamano l’atto creatore di Dio raccontato nella Genesi. L’ex-cieco che torna dalla piscina di Siloe (significa ‘inviato’, il cieco ha davvero incontrato l’inviato del Padre) è l’uomo che ha ricevuto in dono la capacità di ‘vedere’ la verità, anche se deve ancora fare un percorso faticoso e doloroso.
Mentre è costretto a raccontare più volte la sua straordinaria esperienza si scontra con la curiosità perplessa della gente, con i sillogismi teologici dei farisei (schiavi delle loro sicurezze ideologiche e volontariamente ciechi di fronte alla realtà dell’opera di Dio), con la paura dei suoi genitori di essere ‘scomunicati’, con l’opposizione farisaica tra il rispetto del sabato e il dono della vista, con la scelta finale di credere a Mosè o a Gesù che lo ha guarito. Il suo cammino è lineare: ha fatto l’esperienza di vedere per la prima volta grazie all’uomo chiamato Gesù, anche se di lui non sa nulla, poi, rifiutando di considerarlo peccatore, lo riconosce come profeta e si considera suo discepolo, diventa testimone della verità affrontando la persecuzione e la scomunica, infine arriva alla fede, riconoscendo in Gesù il figlio di Dio e inginocchiandosi davanti a lui.
In stridente contrasto è il percorso di chiusura dei Giudei che, sicuri di vederci bene, chiudono gli occhi del cuore e della mente di fronte all’opera di Dio. Credendo essi di essere fedeli a Mosè, in realtà lo rinnegano, perché egli aveva riconosciuto la presenza di Dio che liberava il suo popolo dal Faraone, loro invece non riconoscono in Gesù l’inviato del Padre per illuminare l’umanità nella vera conoscenza di Dio e per liberarla dalla schiavitù del peccato.

 

3° Domenica - 23 marzo

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Parola del Signore.

 

Commento

Non provo neanche a commentare tutto il brano. Sono costretto a fare una scelta. Intanto faccio notare due cose: nel vangelo di Giovanni i ‘fatti’ raccontati nascondono una rivelazione ‘profonda’. Il brano della Samaritana allora racconta l’incontro tra Gesù e una donna di Samaria, ma dice anche chi è e cosa desidera Dio, chi è Gesù, quale dono è venuto a portare, cosa sono chiamati a fare gli apostoli, a chi è destinato il messaggio evangelico e il dono di Gesù, quale cammino bisogna fare per arrivare alla fede…; questo brano va compreso in tre dimensioni: l’incontro di Gesù con la Samaritana; la predicazione del vangelo fatta ai samaritani e ai pagani e la loro risposta di fede al tempo degli apostoli; il messaggio evangelico che arriva a noi oggi. Nel primo momento dell’incontro Gesù rivela la sua missione ma la donna non capisce affatto il messaggio di Gesù sul dono che è venuto a portare nel mondo: l’acqua viva (per la samaritana è la rivelazione su Dio; per noi è lo Spirito Santo che agisce in noi) che estingue la sete di Dio. Lei si preoccupa solo di chiedere la soluzione del suo problema materiale: non essere più costretta a venire al pozzo. La fede è lontana. 

Poi Gesù segue un’altra strada: le rivela la sua situazione irregolare, come quella dell’umanità che ha voluto come mariti tanti idoli, rimanendo delusa. La donna allora approfitta per chiedere la soluzione di un problema secolare tra giudei e samaritani: dove abita Dio a Gerusalemme o sul Garizim (il monte del loro santuario)? Gesù qui rivela Dio e l’uomo: Dio è Padre, è spirito e abita dovunque perciò gli uomini possono incontrarlo sempre e dovunque a patto che vogliano somigliargli e realizzare il suo progetto di salvezza. La donna rimane perplessa e rimanda la sua risposta di fede alla venuta del Messia. E qui Gesù rivela se stesso: io sono il Messia. L’umanità non deve aspettare nessun altro, il Messia è venuto ed è lo stesso Figlio di Dio. Andare a chiamare i compaesani è la prima risposta di fede della donna che vuole tornare da Gesù (lascia la brocca al pozzo). La sua fede iniziale accende la curiosità dei samaritani che vengono ad incontrare direttamente Gesù e, dopo due giorni, non di miracoli ma di ascolto della sua parola, arrivano a una professione di fede che supera i loro confini: Gesù è il salvatore del mondo intero. È fede vera.
Non c’è molta differenza tra la samaritana e gli apostoli, che come lei non capiscono Gesù. Sono preoccupati del cibo materiale e non comprendono il cibo che tiene vivo Gesù: fare la volontà del Padre e cioè salvare l’umanità. Tuttavia Gesù affida loro la missione di raccogliere i frutti della sua semina: essi sono inviati a battezzare, come segno di conversione, i samaritani che credono in Gesù.

 

2° Domenica - 16 marzo

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 17, 1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Parola del Signore.

 

Commento

La trasfigurazione, evento strano che per i sinottici ha un’importanza straordinaria. Qualche studioso dubita che sia avvenuto davvero. Altri no. In ogni caso per noi è vangelo e tanto basta per cercare di comprendere la bella notizia che ci viene donata.
Gesù aveva annunciato la sua passione, morte e risurrezione. Gli apostoli si erano spaventati, Pietro
aveva reagito a modo suo e le aveva buscate di brutto. Gesù pensa bene di dare, solo ai tre più vicini, un segno su cui riflettere e da cui trarre coraggio (sono gli stessi che terrà vicini, ma non abbastanza svegli, nel Getsemani). Gli altri forse non avrebbero capito o avrebbero potuto equivocare e aspettarsi l’uso di poteri divini per acquistare il regno terreno che sognavano. E questo è anche il motivo per cui i tre non ne potranno parlare agli altri prima della risurrezione.
Le parole che vengono usate per descrivere la ‘trasfigurazione’ sono insufficienti, si capisce solo che Gesù diventa luminoso dal di dentro, facendo sfolgorare anche le vesti. Poi compaiono Mosè ed Elia: rappresentano tutto il Primo Testamento, la Legge e i Profeti, che si inchinano al Messia di cui avevano preannunciato la venuta. La nube luminosa e la voce di Dio ricordano e superano l’esperienza dell’Esodo per annunciare che Gesù non è ‘solo’ il Messia ma lo stesso Figlio del Padre eterno e bisogna ascoltarlo: difatti Gesù, dando la nuova Legge, completa e sostituisce Mosè e realizza, superandole di molto, le già straordinarie attese dei Profeti.
Secondo i calcoli degli esegeti, questa esperienza sul Tabor avviene durante la festa delle capanne, che gli israeliti celebrano all’inizio dell’autunno per una settimana per festeggiare i raccolti dell’anno, per ricordare il tempo in cui, camminando verso la Terra Promessa, abitavano in capanne e per anticipare i tempi messianici in cui aspettavano di abitare in capanne preparate da Dio stesso. Per questo Pietro se ne esce con la proposta di preparare tre capanne. Sembra quasi dire: sono felice che il Messia stia proprio qui. Ma forse pensa anche di voler prolungare un evento troppo bello, e la voce dalla nube stronca questo desiderio fin troppo umano, per ‘ordinare’ non di godersi la presenza di Gesù ma di ascoltare la sua parola.

1° Domenica - 9 marzo

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù è stato tentato, lo dicono i tre sinottici; come questo sia avvenuto in realtà non lo sappiamo con certezza. Matteo racconta le tentazioni di Gesù tenendo presenti la storia di Israele e i cristiani per i quali scrive.
I riferimenti all’esperienza del popolo di Israele e di Mosè nell’esodo sono evidenti: il deserto, i 40 giorni, la fame, la richiesta di miracoli mettendo alla prova il Signore, l’ansia di raggiungere e ‘possedere’ la Terra Promessa, l’idolatria… Matteo ci tiene a sottolineare che mentre Israele è caduto dentro le tentazioni, Gesù le vince e scaccia satana, il quale tornerà con tentazioni simili messe sulla bocca di coloro che sfidano Gesù a scendere dalla croce, per dimostrare di essere il figlio di Dio.
L’arma che Gesù usa per sconfiggere il tentatore è la parola di Dio. Anche satana se ne serve, dando a Matteo la possibilità di far capire ai cristiani di tutti i tempi che la Sacra Scrittura va presa per intero e che va interpretata correttamente, senza presunzione, nella Chiesa.
I cristiani subiscono le stesse tentazioni: chiedere miracoli per trovare risposta ai bisogni quotidiani, dimenticando la presenza costante di Dio che nutre i suoi figli anzitutto con la Parola e con il pane eucaristico; pretendere da Dio l’intervento diretto miracoloso per il successo nell’annuncio del vangelo; credere di poter convertire e governare il mondo intero attraverso il potere o almeno alleandosi con esso.
Sono tentazioni permanenti per tutta la Chiesa e per i singoli cristiani. Matteo invita a guardare a Gesù che vince non solo per sé, ma soprattutto per noi, dandoci lo strumento invincibile, la sua Parola, e l’energia più che sufficiente, il suo Spirito.
Il servizio degli angeli per chi sconfigge satana è una promessa per questa vita e per l’altra, che tutti i santi hanno visto realizzarsi.

 

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Domeniche del tempo Ordinario (Anno A)

 (dal Battesimo del Signore al tempo di Quaresima)

8° Domenica - 2 marzo

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 6, 24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Parola del Signore.

 

Commento

Questo brano può suscitare molte e diverse reazioni che si possono raccogliere attorno a due fondamentali: ci si può sentire incoraggiati o sfiduciati, a seconda delle condizioni economiche e spirituali in cui ci si trova. Ma il Signore non intende incoraggiare né tanto meno deludere; qui semplicemente vuole invitare il cristiano a maturare un atteggiamento fondamentale di fiducia e a scegliere chiaramente da che parte stare.
Anzitutto si tratta di riconoscere qual è il vero volto di Dio. Siamo proprio convinti che è Padre, che ci ama come figli, che si prende cura di noi e non ci lascia soli? Se si prende cura degli animali e dei fiori è perché possano servire alla vita e alla felicità dei suoi figli. E qui nessuno può pensare a una deriva paternalistica di un Dio che privilegia solo alcuni, a cui non fa mancare niente, senza che lavorino, mentre si dimentica di tanti altri, che muoiono di fame. Gesù parla ai ‘figli’ di Dio, i quali, desiderando costruire il suo regno e la sua giustizia in questo mondo, costruiscono la comunità e diventano così capaci di aiutare chi è nel bisogno, anche se non appartiene alla Chiesa. La fiducia nel Padre non genera ozio, ma impegno concreto (san Paolo non esita a dire che chi non vuole lavorare deve essere lasciato senza cibo).
La scelta di campo poi deve essere chiara. C’è chi si fida di Dio e chi si fida della ricchezza, la quale promette sicurezza e possibilità di potere e divertimento. Chi si fida di Dio diventa interiormente libero, si impegna a lavorare, costruisce il regno e aiuta i fratelli. Chi si fida della ricchezza diventa schiavo, egoista e succhia il sangue e la vita degli altri. Non si può stare nel mezzo. Bisogna scegliere.

 

7° Domenica - 23 febbraio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente     per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Parola del Signore.

 

Commento

Gli ebrei avevano un comandamento sintetico: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il concetto di ‘santità’ nel PT è già abbastanza complesso e, partendo dal significato di ‘separato’ dal mondo profano, si arricchisce fino a manifestare la potenza, la misericordia, la presenza salvifica, l’identificazione con il nome stesso di Dio ‘il Santo’. Matteo sintetizza tutti i ‘nuovi’ comandamenti di Gesù di questa sezione del discorso della montagna nel comando: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Naturalmente qui non si tratta del concetto greco di perfezione, che potrebbe tendere all’astrattezza, ma di perfezione dell’amore concreto, specialmente verso i nemici e gli avversari, espresso dall’esempio che Matteo pone nei doni che Dio elargisce indistintamente a tutti, buoni e cattivi.
Questo brano è spesso causa di scoraggiamento, specialmente nei giovani, e occasione di presa in giro da parte di chi non crede, non solo, ma anche di quei cristiani che ogni tanto considerano Gesù e il vangelo un po’ ‘esagerati’ e ‘fuori dal mondo’. In realtà Gesù offre ai cristiani e a tutti gli uomini il modo concreto per disarmare la violenza, che troppo spesso determina i rapporti tra le persone, i gruppi, i popoli, le religioni e si sviluppa in una spirale inarrestabile che porta alla distruzione anche di chi crede di vincere. E per somigliare a Dio è necessario seguire la strada che ci indica Gesù.
Qui e in altri momenti Gesù ci invita a guardare al modo di comportarsi di Dio nei nostri confronti.
Quando mi comporto da 'nemico' di Dio con il peccato, lui come mi tratta? Si vendica, mi usa violenza? Mi toglie ciò che mi serve per vivere? Oppure mi perdona e aspetta, provocando il mio pentimento? Se lui continua a rispettare la mia libertà e la mia vita, allora anch'io devo fare lo stesso con i miei nemici.
Tuttavia l'impressione, che sia troppo difficile vivere questi insegnamenti di Gesù, rimane. E allora dobbiamo dire semplicemente che se contiamo sulle nostre forze o sulla nostra bravura, somigliare a Dio non è difficile, ma impossibile. Noi cristiani però abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo che è luce, per comprendere, e forza, per realizzare il vangelo. Se ci crediamo allora ci troveremo tra le mani i miracoli dell'amore vero, come hanno sperimentato tanti santi, non solo quelli che stanno sugli altari.

 

6° Domenica - 16 febbraio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Parola del Signore.

 

Commento

Di fronte a questa pagina e a quella di domenica prossima tanti cristiani restano sconcertati e si chiedono se il Signore non abbia un po’ esagerato con questi precetti. Gli Ebrei avevano 613 regole da osservare e Gesù dice di essere venuto a dare compimento alla legge di Mosè. Ma aggiunge senza mezzi termini che non si tratta solo di meritare la benedizione di Dio, in questo mondo per sé e per il popolo, ma di entrare o essere esclusi dal regno di Dio e in conclusione dalla vita eterna.
In realtà il Signore non è interessato a dare nuovi precetti ma ad offrire i punti di riferimento interiori dai quali partire per sapere in ogni circostanza come comportarsi. In questa sezione del discorso della montagna ne dà due: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”; “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. La legge di Gesù è interiore e non si accontenta di una osservanza materiale delle regole, come fanno i farisei. Il cristiano allora deve essere più ‘giusto’ e cioè deve cercare e realizzare la volontà di Dio, il quale desidera che ogni suo figlio gli somigli.
Alcuni esempi vanno un po’ commentati per superare l’impressione di eccessiva severità.
La radice della violenza è nell’ira. E allora, non bisogna fermarsi solo davanti all’omicidio ma davanti a ogni scatto di ira che spinge anche solo all’insulto del fratello, perché l’ira, non bloccata, conduce a qualsiasi violenza, anche all’omicidio (come dimostrano tanti assassini quando, dopo, dicono “ma che ho fatto? non volevo arrivare a questo...”).
La radice degli adultèri è il desiderio della donna degli altri. Il cristiano (e anche ‘la’ cristiana) deve combattere tutti i movimenti interiori che, per il fascino della bellezza, lo spingono a considerare una persona dell’altro sesso come un oggetto da possedere e di cui godere, al di fuori delle regole dell’amore vero di una coppia. Il Signore quindi non limita i giusti e buoni sentimenti e desideri che fanno sbocciare e crescere e vivere l’amore di coppia, bensì combatte tutte le spinte interiori disordinate, che purtroppo si servono della sessualità per trasformare l’amore in egoismo. Ci tiene tanto Gesù a questo che usa delle espressioni molto forti: le immagini di tagliare la mano o cavarsi l’occhio dicono che di fronte al pericolo di perdere la vita eterna dobbiamo essere disposti al sacrificio di qualunque cosa, perfino della vita, come dirà in un’altra occasione.
Il perdono. Possiamo immaginare che quando litighiamo con un fratello dobbiamo presentarci al giudice, che è il Signore. Gesù dice di metterci d’accordo lungo il cammino, cioè di perdonarci, perché, se arriviamo di fronte a lui per accusare, magari a ragione, un fratello, lui sarà costretto a presentarci il conto di tutti i nostri peccati contro Dio e gli altri. Se invece ci presentiamo rappacificati, allora lui perdona entrambi. Può succedere a volte che il fratello non accetti la riconciliazione. In questi casi ci tocca, imitando Gesù, perdonarlo lo stesso, non alimentare dentro di noi il risentimento, pregare per lui e trattarlo con buona educazione, anche se i rapporti non possono più essere tranquilli e sereni, come prima.

 

5° Domenica - 9 febbraio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». 

Parola del Signore.

 

Commento

Le due similitudini del sale e della luce continuano l'ultima beatitudine che riguardava i discepoli perseguitati, quindi il voi è certamente riferito ai discepoli.
Per comprendere la prima similitudine osserviamo a cosa serve il sale e quale significato assume nella Bibbia. Il sale dà sapore ai cibi, è indispensabile per la buona salute (la mancanza di sale provoca disturbi), purifica e conserva alcuni cibi. Nella Bibbia è utilizzato come simbolo della sapienza, il gusto delle cose che riguardano Dio, la conoscenza profonda di lui e della sua Parola. I discepoli del Signore dunque hanno una responsabilità precisa e grande nei confronti dell'umanità (è questa la terra di cui essi sono il sale). Senza i discepoli l'umanità è scipita, malata, si corrompe, non ha conoscenza profonda e vitale di Dio e del suo mondo. Ma se i discepoli perdono la loro identità il danno non è solo per l'umanità, ma anche per loro: diventano inutili e meritevoli di biasimo da parte di coloro che avrebbero dovuto 'insaporire'.
'Luce del mondo' è il titolo che Gesù dà a se stesso nel vangelo di Giovanni, ma qui è conferito ai discepoli. La luce nella Bibbia è l'inizio della creazione e in termini universali è simbolo di vita, permette la visione e il contatto con persone e oggetti, apre alla conoscenza di Dio e del mondo. Se i discepoli sono luce, allora il mondo grazie a loro può vedere e conoscere Dio. La luce non ha bisogno di mettersi in mostra, basta che sia se stessa, così illumina. Perciò i discepoli non hanno bisogno di cercare visibilità, basta che vivano il vangelo. Infatti essi saranno riconosciuti come luce per le opere buone compiute. Un discepolo che nasconde la luce ricevuta nel battesimo (non vive la propria fede e la carità) è inutile e rinnega la propria identità cristiana.
Il Signore, concludendo esprime il fine dell'essere e dell'agire dei discepoli: la gloria del Padre, cioè il fatto che tutti riconoscano che il Padre è presente nella storia e si dona con amore, attraverso il Figlio nello Spirito, per salvare gli uomini e renderli suoi figli.

 

Festa della Presentazione del Signore

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca 2, 22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Parola del Signore.

 

Commento

In questa celebrazione liturgica convergono diversi elementi: la purificazione di Maria, che ha dato il titolo alla festa fino al 1960, la presentazione di Gesù al tempio, l’incontro di Gesù con il Padre e con il popolo, rappresentato da Simeone e Anna, la festa della luce, con la benedizione delle candele, inizialmente di tono penitenziale, diventato poi cristologico in riferimento a Cristo che illumina i popoli.
Fermiamoci sul vangelo. Sono necessarie alcune spiegazioni.
La donna che partoriva dalla Legge era considerata impura per 40 giorni, a causa del sangue, poi doveva presentarsi al tempio e offrire due tortore o colombi, uno per l’olocausto e l’altro per espiare il peccato (cf Davide, salmo 51: “nel peccato mi ha concepito mia madre”). Naturalmente Maria non ne aveva bisogno, ma umilmente osserva la legge. Non sappiamo perché a questa purificazione Luca associ anche Giuseppe, dato che il padre non veniva considerato impuro.
Ogni primogenito apparteneva al Signore, secondo la Legge, e doveva essere riscattato con una offerta in denaro al tempio, ma non era necessario portare il bambino a Gerusalemme. Per Luca quindi questa presentazione è molto di più che il rituale del riscatto, è la vera e propria offerta di Gesù al Padre. Così l’evangelista ci presenta Maria e Giuseppe come poveri che osservano la legge e vanno anche oltre l’indispensabile, perché hanno tra le mani il figlio di Dio e il salvatore del mondo.
La scena è arricchita e spiegata con l’intervento dei vecchi Simeone e Anna, che rappresentano nello stesso tempo Israele e l’umanità, che hanno atteso nella preghiera e nell’osservanza della legge la venuta del Messia.
Simeone, mosso dallo Spirito, accoglie il bambino e nella sua vecchiaia si apre alla certezza che la morte non vincerà ma aprirà la strada alla luce definitiva, quella che lui stringe tra le braccia. La missione messianica non sarà senza lotta e sofferenza: il figlio e la madre attraverseranno la passione, che però sarà causa di salvezza per tutti coloro che si lasceranno illuminare da Cristo. Nessuno potrà restare nascosto, ma di fronte alla luce di Cristo che splende dalla croce ciascuno dovrà fare la sua scelta.
Anna, ascolta anche lei la profezia di Simeone e non solo loda il Signore, ma diffonde la bella notizia e risveglia la speranza della salvezza. In lei, vedova, si rispecchia l’umanità povera e sofferente, ma pia, che trova la sua speranza in un bambino ancora in fasce.
In conclusione Luca apre il capitolo del silenzio del Messia a Nazaret. Per 30 anni nessuno si accorgerà della sua presenza, ma il Padre è con lui e lo Spirito lo prepara alla sua missione.

 

3° Domenica - 26 gennaio

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Parola del Signore.

 

Commento

Giovanni viene arrestato e così si conclude la sua missione che sarà completata con il martirio. Per Gesù è un’indicazione precisa: finito il compito del precursore, inizia la sua missione con la predicazione. È il passaggio di testimone, secondo la volontà di Dio. Per alcuni è strano che Gesù lasci la terra di Giuda e parta da una regione che nella Sacra Scrittura non è stimata per niente. È comunque un fatto di cui la chiesa primitiva deve prendere atto: ha iniziato in Galilea.
Questo impegna Matteo a darne una spiegazione teologica. In Isaia si trova una famosa profezia che parla di un popolo immerso nelle tenebre che vede una grande luce a causa della nascita di un bambino. La lettura messianica e cristologica di questo brano è immediata per i cristiani. Il profeta aveva visto questa luce partire dalla Galilea delle genti, terra in cui erano mescolati ebrei e pagani, che nel vangelo diventano il simbolo di tutta l’umanità avvolta nelle tenebre del peccato e dell’incredulità, bisognosa di conoscere la verità e di essere salvata.
Questa salvezza inizia proprio con l’invito di Gesù a convertirsi, unito alla ‘bella e buona notizia’ della presenza del Regno di Dio. In questo modo Gesù si ricollega alla predicazione del Battista e la arricchisce con l’annuncio della presenza del Messia in persona.
L’inizio della missione coincide con la necessità di formare un gruppo di discepoli che lo seguano, si lascino istruire e lo aiutino nella predicazione. Può sembrare strano che chiami non dei giovani studenti, ma dei pescatori adulti, ma lui non vuole fondare una scuola rabbinica di persone colte, vuole un gruppo di ‘apostoli’, umili e credenti, da inviare nel mondo. Il fascino di Gesù è esaltato dalla semplicità della chiamata e dalla immediatezza della risposta dei primi quattro. Certamente essi hanno sentito parlare di Gesù e l’hanno ascoltato (Giovanni evangelista lo dice), ma Matteo vuole proprio sottolineare la novità della missione e la disponibilità di questi pescatori che vedono in lui qualcosa di molto più grande di quanto si aspettavano riguardo al messia. Predicazione e guarigioni sono la prime caratteristiche che essi vedono in Gesù e che presto impareranno ad imitare.

 

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