“Alle 8,30 la febbre era ancora alta. Dopo 3 giorni di paracetamolo ci aspettavamo un netto miglioramento che tardava ad arrivare.

La  nonna non mancava di telefonare ad ogni occasione aumentando la nostra ansia: “Ma come? Ancora febbre? Avete richiamato il medico? Non bisogna sottovalutare certe cose!”. La preoccupazione iniziava a diventare insostenibile tanto più che il pediatra, durante l’ultima telefonata ci aveva consigliato un ricovero in ospedale.

Al pronto soccorso altra attesa estenuante all’accettazione, nervosismo represso a fatica... poi finalmente la visita… il cortisone, la febbre che inizia a scendere ed il suo faccino che riprende colore... Siamo stati tutti lì... attorno a quel lettino d’ospedale per due giorni interi... noi genitori, i nonni, gli zii, gli amici... e la sera, nessuno se ne voleva andare! Ora siamo finalmente a casa e lui è più arzillo di prima. È passata... ma che paura!”

 

Un piccolo malato stringe a tutti il cuore e fa preoccupare, spesso poi si aggiunge l’ansia dei parenti, ognuno dei quali con un suo consiglio su come si debba fare e magari con l’implicita idea che non si stia facendo abbastanza; infine i due genitori che cominciano ad attingere alle proprie consuetudini familiari: mia madre faceva così... determinando una sorta di frattura del fronte comune che andrebbe fatto per affrontare una situazione difficile. L’ansia si alimenta sempre di più, fino a diventare vera e propria paura, quella di non sapere, come genitori, proteggere la vita del figlio, la paura di essere in balia di eventi che non si riesce a ricondurre sotto il proprio controllo.

E per cercare di dominarli in qualche modo ci si fanno mille domande: “forse bisognerebbe consultare uno specialista, forse è meglio andare all’ospedale che rimanere a casa, forse bisogna essere più attenti all’igiene…” dubbi legittimi che però rischiano di non orientare l’attenzione su domande più importanti: “di che cosa ha bisogno mio figlio ora?”  “Cosa sto trasmettendo con il mio modo di fare?” “Come gli sto insegnando ad affrontare le situazioni di difficoltà?”

 

Se si dà spazio a queste domande, si scoprono tanti altri significati in ciò che si sta vivendo. Ci si può accorgere che, forse, più che la malattia, siamo proprio noi a trasmettere ansia e paura al nostro bambino; che, enfatizzando tanto i dati clinici, facciamo assumere alla malattia contorni sempre più ampi e paurosi; che, magari, è possibile vivere quel tempo, in cui capita di stare un po’ più insieme, non solo per accudire ma per incontrare. Ci può capitare di constatare che nostro figlio, mentre sembra insofferente per le cure che vogliamo riservargli, sia molto più disposto a raccontare o a chiedere.

 

Certamente l’ospedalizzazione è un evento complesso e ha ritmi diversi e persone sconosciute, che possono creare difficoltà e paure in un bambino, specie se piccolo.

Ma che differenza c’è tra “l’impatto” vissuto in una esperienza di ospedalizzazione e l’impatto di novità e di condizioni vissute dal bambino, ad esempio, quando inizia la scuola dell’infanzia o quando cambia casa o quando viene lasciato con la baby-sitter?

La vera differenza è nella lettura che fa il genitore sia dell’esperienza sia di ciò che prova il bambino. Che il bambino possa provare “paura” durante il ricovero ospedaliero è quindi una possibilità. Riguarda molto di più l’adulto che collega la situazione presente all’incertezza sul futuro, che carica la situazione di sentimenti e di conseguenze già provate in situazioni simili.

Il bambino, invece, vivendo nel presente, affronta le situazioni in modo più oggettivo. Ha paura in ospedale, ma non della situazione quanto, ad esempio, di dover fare una puntura. Poi tutto passa. Allora la prima operazione da fare per un genitore è quella di riconoscere le proprie paure e poi quelle del bambino. Deve riconoscere che sono diverse e che necessitano di interventi diversi, altrimenti rischia di sforzarsi per alleviare paure che il bambino non ha o, peggio, di crearle lui.

Le reazioni del bambino dipendono sicuramente dall’età, dal tipo di malattia, dalla personalità ma anche e soprattutto dai comportamenti dei familiari e del personale ospedaliero e dal loro modo di vivere ed affrontare la malattia e le paure. La stessa percezione del dolore, in quanto influenzata dalla paura, può essere molto diversa da bambino a bambino, a seconda se può contare su un modo di fare dei propri famigliari non ansioso e conseguentemente non ansiogeno. Per il bambino, più del ricovero in sé sono problematiche  la carenza di cure ed affetto o le attenzioni eccessive e assillanti così difformi dal normale dispiegarsi della vita.

Si può dire che il coraggio del bambino si nutre alla fonte del coraggio del genitore, perché la sua interpretazione e lettura degli eventi si basa su quanto rilegge dal vissuto dei suoi familiari più stretti.

 

Alcuni consigli pratici a mo’ di esempio:
  • evitare di dire al proprio figlio “poverino”
  • evitare di giustificarlo con  la motivazione che “non puoi, sei malato, sei stanco, sei deperito”
  • se chiede notizie sulla malattia evitare di essere evasivi e di minimizzare, evitare anche di allontanarsi per parlarne con altri adulti. Il bambino coglie l’inquietudine, aumenta la sua paura e comprende che non se ne può parlare
  • non accettare normali capricci giustificandoli con la malattia
  • pretendere che le cose che sa fare continui a farle anche in ospedale: mettere a posto i giochi, o sistemare i piatti della mensa, lavarsi i denti - questo aiuta a vedere che la vita è la stessa che a casa, dà stabilità
  • non dare troppe spiegazioni sulle cure se il bambino ha meno di 8 anni, funziona meglio la regola decisa di un adulto benevolo: “l’ha detto il dottore, si fa così”. Anche se protesta, il bambino si fida, invece con il ragionamento non riesce a dominare la paura.

 

Queste e altre attenzioni possono aiutare a vivere la malattia come un aspetto della vita, non come  evento totalizzante. La malattia si può affrontare senza farsi vincere dalla paura.

 Bianca e Luca 

BIBLIOGRAFIA:

L. Sandrin, Compagni di viaggio. Il malato e chi lo cura, Milano 2000.

C. Pericchi, Il bambino malato, Assisi 1984.

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