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Le domande che i bambini pongono agli adulti spesso sorprendono e lasciano spiazzati perché, se pur nella loro ingenuità e semplicità, toccano quasi sempre questioni “calde”, quali l’origine della vita, l'amore, il divorzio, la sofferenza, la morte…

Ma come reagisce l’adulto di fronte ai “perché” di un piccolo? Le risposte sono le più disparate, e non sempre riescono ad essere significative ed efficaci.

Le questioni, a volte,  vengono eluse o risolte superficialmente, si provano mille sotterfugi perché la fatidica domanda venga posticipata il più possibile o risolta altrove. L’adulto distratto o assente non coglie quanto resta inespresso e minimizza quanto invece emerge  dagli atteggiamenti e dai comportamenti del bambino, lasciandolo in preda alla frustrazione perché, oltre alla mancata risposta, c’è il mancato rispetto di un interrogativo importante che in quel momento il piccolo sta esprimendo.

Altre volte, invece, la preoccupazione di dover proteggere, preservare il piccolo dalla” cruda realtà”, rende l’adulto ansioso , lo pone in una condizione di panico, di inadeguatezza per cui risponde in modo confuso, cercando la risoluzione in un fiume di parole, di informazioni inutili che disorientano il bambino e lo lasciano in una condizione di frammentazione e senso di inadeguatezza.

C’è poi l’adulto  che definiamo onnisciente, che  non si perde mai  d’animo, anzi coglie l’occasione per sfoderare tutte le sue conoscenze in merito. Usa un linguaggio tecnico-scientifico, convinto della necessità di indottrinare il bambino sin dalla più tenera età. Si auto-elegge modello indiscusso. “Fai come ho fatto io”, sembra essere il leit - motiv di ogni sua risposta, riducendo ad un lumicino l’alterità del bambino.

Il punto di partenza del dialogo, invece, è nel riconoscimento dell’identità, della dignità, della libertà del piccolo, con cui costruire una relazione autentica per assumere e concretizzare in modo responsabile ed equilibrato il proprio compito educativo. Non sempre, infatti,  l’adulto coglie nelle domande di un bambino una provocazione alla propria vita, l’invito ad un rinnovamento, ad una reinterpretazione del modo di parlare, di pensare, di guardare il mondo; difficilmente comprende che l’istanza nascosta per sé è quella di mettersi in gioco, di continuare a crescere e a cercare insieme il senso di una vita profondamente umana. Saper ascoltare, saper chiedere e saper rispondere è una condizione essenziale della coscienza di sé, della propria umanità, della comprensione del senso di ciò che viviamo e di ciò che accade intorno a noi. E lo è a qualsiasi età. Perciò la relazione con i piccoli, se guardata secondo questa prospettiva, impegna adulti e bambini in un processo di crescita valido per entrambi.

Occorre quindi che gli adulti imparino  ad esprimersi empaticamente, mettendosi nei panni del bambini, guardando il mondo con i loro occhi. Fiducia, stima, interesse sincero, sono i tratti di un  ascolto attento e puntuale. È il primo, necessario passo che permette poi di proporre loro risposte fatte di poche parole,  semplici, capaci però di dare senso agli eventi. Spesso in soccorso ci viene il linguaggio simbolico delle narrazioni, che descrive ma nello stesso tempo suscita emozioni, fa riaffiorare ricordi, dilata la capacità di immedesimarsi. È una strada che non lascia mai tranquilli, questo è sicuro, ma consente di muoversi insieme nella ricerca di ciò che è rende bella, libera, volta al bene la vita, abbandonando le risposte preconfezionate che la cultura offre.

Questa sfida, quindi, non è mai conclusa. Le stesse domande potranno esserci riproposte a più riprese dai bambini i quali, crescendo, sentono il bisogno di continuare a conoscere, approfondire, cogliere sfumature nuove. Ed è senza dubbio un percorso utile ad entrambi, grandi e piccoli, per continuare insieme a dare valore alla vita.

Teresa e MariaPia

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