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RECENSIONE WONDER

 

Recensione “Wonder”

 

Titolo: Wonder
Autore: R.J. Palacio
Ediz. Giunti, 2012 

 

 

 

 

 

La storia di August, detto Auggie, della sua famiglia e dei suoi amici fa decisamente presa: mostra come cavarsela quando si è affetti dalla sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia congenita dello sviluppo cranio-facciale, associata a diverse anomalie della testa e del collo. La sindrome di August, che non colpisce l'intelligenza o la capacità di muoversi ma il rapporto con la bellezza, con l'estetica, mette a disagio. Fa soffrire Auggie e i suoi cari, ma anche tutti coloro che, grandi e piccoli, non sanno come rapportarsi con una disabilità così rara.
“Wonder” racconta la storia di un ragazzino di dieci anni impegnato ad affrontare la prima vera sfida della sua vita: dopo aver trascorso l’infanzia per lo più tra le mura di casa, protetto da una mamma che voleva sottrarlo agli sguardi curiosi della gente, August inizia a frequentare la prima media in una scuola pubblica. Dovrà finalmente confrontarsi con il mondo, senza poter nascondere la sua sofferenza, ma neanche la sua “bellezza” e la sua gioia di vivere. Un’intera famiglia si attrezza per lasciare che il piccolo August affronti l’incontro con la realtà. E così tra paure, ripensamenti, slanci e qualche delusione, si realizza uno straordinario percorso di crescita che coinvolge tutti, anche i compagni e i professori di August i quali, affascinati dalla determinazione del giovane Padawan – l’apprendista Jedi di Guerre stellari, il film preferito dal protagonista – si mobiliteranno per aiutarlo a superare la sfida in grande stile. Ma soprattutto si lasceranno interrogare e modificare dal coraggio che August sfodera in questo passaggio cruciale della sua giovane esistenza.
Un libro scritto come se fosse una raccolta di tanti pensieri, in cui viene dato spazio a quasi tutte le voci delle persone che hanno a che fare con Auggie. Un libro bello che mette in risalto la novità che ciascuno dei personaggi scopre abbracciando la vita di Auggie: non si tratta di nascondere o sopprimere la sofferenza, ma gustare la bellezza di ogni essere umano che accetta la propria fragilità. Auggie in questo ci mette la “faccia” e, giorno dopo giorno, spinge gli altri a fare altrettanto.

Maria Pia

 

L’esperienza dell’associazione “Famiglia Dovuta”

Più che un’intervista, una chiacchierata, di quelle che vorresti finissero il più tardi possibile. Perché ascoltare Luciana Iannuzzi significa entrare in tante storie di amore per la vita, soprattutto quando quest’ultima è ferita o nel bel mezzo di una tempesta. Luciana è una delle fondatrici di “Famiglia Dovuta”, associazione nata a Bari 23 anni fa. Abbiamo parlato di genitorialità proprio con lei che, quotidianamente, insieme a tanti altri volontari, è a servizio della famiglia, offrendo supporto e spazi di confronto per quelle coppie che si preparano a diventare genitori e a coloro che sono in un momento di crisi o che vivono situazioni di difficoltà.

Famiglia Dovuta nasce grazie all’intraprendenza di giovani volontari e alcune giovani coppie che hanno scelto di vivere un’esperienza di affido familiare. Nel tempo ha allargato il proprio raggio di azione, tessendo reti di collaborazione e costruendo spazi di dialogo con tutte le realtà in cui è coinvolta la famiglia.

Oggi l’Associazione, oltre a proseguire nell’esperienza dell’affido familiare, affiancando le famiglie ospitanti, garantisce l’accoglienza di minori extracomunitari che hanno bisogno di cure specialistiche, garantite dalla Regione Puglia, facendosi carico della responsabilità giuridica del minore e garantendo amicizia e vicinanza al bambino e alla sua mamma. Ultimo “risultato” è stato l’allestimento di uno spazio a misura di bambino “Con la testa tra le nuvole” presso il Tribunale per i minori di Bari, luogo in cui i bambini possono sostare e godere dell’animazione offerta dai volontari di Famiglia Dovuta in attesa di essere ascoltati dai giudici.

Genitori si nasce o si diventa?

Senz’altro di diventa. È un percorso di crescita continua a prescindere che si tratti di figli biologici o accolti in affido o in adozione. Diventare genitori significa diventare disponibili al cambiamento perché l’assunzione di responsabilità privata e sociale richiede una riorganizzazione familiare, ma anche una nuova apertura che può far diventare le persone impegnate nell’accoglienza agenti di cambiamento e di prevenzione.

Quali povertà riconosci nel modo di vivere il ruolo genitoriale?

E quali sono gli interventi di sostegno alla genitorialità che l’Associazione mette in atto? La solitudine, questa è la povertà più grande che investe i genitori di oggi. I genitori sono soli per tante ragioni. Può essere la vita frenetica, che ha tolto valore alla lentezza e alle occasioni di ascolto tra coniugi e tra genitori e figli, oppure il fatto di essere lontano dal proprio territorio di appartenenza, dalla propria famiglia di origine o trovarsi in un paese straniero (pensiamo ai tanti immigrati). Pertanto possono mancare le relazioni e si finisce per isolarsi. Ecco perché aiutare ad uscire dalla solitudine è l’obiettivo che la nostra Associazione si pone. Infatti cerchiamo di offrire spazio di incontro e di confronto. È solo nello scambio che le difficoltà vengono fuori e possono essere superate. E l’esperienza dell’altro può diventare illuminante anche per me. Non dimentichiamoci che questo significa scoprire di poter essere risorsa per altri, perché ognuno può donare qualcosa della propria esperienza.

Come vivono i genitori il proprio ruolo di padre e di madre?

Riconosci delle carenze, delle domande sospese.. Ci sono tanti genitori che sono soli e non possono godere dell’aiuto della famiglia allargata o della rete amicale. Tante mamme sono sole nell’educazione dei figli, per motivi diversi, e poi non è sempre vero che la figura paterna è latitante. Sono le madri che spesso non concedono il giusto spazio ai padri, anzi tendono ad escluderli, salvo poi tentare di coinvolgerli all’occorrenza. I padri vanno incoraggiati a prendersi il loro spazio nell’affettività, nella cura ed educazione dei figli; le madri dovrebbero scoprire il vantaggio di collaborare con i padri dei loro figli, facendo salvo il ruolo genitoriale anche in presenza di un conflitto di coppia.

Quali risorse hanno i genitori di oggi per affrontare con consapevolezza e responsabilità il loro ruolo?

I genitori di oggi si interrogano molto di più rispetto al passato. Sarebbe importante che loro, come tutti gli adulti, ponessero più attenzione al tema dei diritti dei bambini, perché questi non siano solo enunciati ma praticati. Tra i diritti ad una crescita serena, uno dei diritti, a nostro parere, più trascurato, è quello delle “piccole sofferenze”. Noi crediamo che le “piccole sofferenze” che derivano dai no, dalla fermezza di un rimprovero, da un limite posto, dall’invito ad aspettare e ad avere pazienza, costituiscano un diritto del bambino, perché lo fanno crescere e lo fortificano.

Oggi i genitori, un po’ per la fretta, un po’ per il senso di colpa, perché costretti ad essere lontano dai bambini, tendono a risparmiare ai propri figli tutte le occasioni di sofferenza e privazione. Un’altra risorsa che i genitori hanno è la possibilità di offrire ai figli occasioni di confronto con la diversità, sia che si tratti di persone di etnie diverse, sia che si tratti di persone diversamente abili, che, a differenza del passato, frequentano tutti i contesti di vita e pertanto possono essere anche questi motivo di crescita e riflessione. Anche come genitori aprirsi ad esperienze di solidarietà e di partecipazione alla vita della città, è occasione altamente educativa che li rendono testimoni credibili agli occhi dei figli. Spesso ci si impegna tanto a scegliere il film o il cartone più adatto e ci si dimentica che il primo compito educativo di un genitore, da quando ci si sveglia al mattino, è lo sforzo di coerenza, di autenticità e di far conoscere ai figli buoni testimoni, cui potersi ispirare nella vita.

Ci piace molto la vostra capacità di vedere la vita e tirarla fuori da situazioni in cui le ferite sono molto profonde. Come ci riuscite?

Condividere la fatica del vivere degli altri permette di riconoscere le proprie ferite come parte della vita. È fondamentale coinvolgersi nelle situazioni. Bisogna lasciarsi “invadere” dal mondo esterno con fiducia. Se si vive intensamente e compiutamente, è la vita di ogni giorno che ci offre risorse. Scopriremo così che con l’impegno di tutti, molte ferite possono essere rimarginate producendo un benessere collettivo.

Maria Pia e Annalisa

Caro Bruno,

scrivere una lettera, ha detto non mi ricordo più chi, vuol dire parlare con la speranza di non essere interrotti. Io penso invece che scrivere una lettera significhi soprattutto esprimere ciò che alle volte, per molti motivi, non si riesce a dire guardandosi negli occhi.(…)

Io ti guardo, Bruno, e vedo un ragazzo bravo e intelligente e serio nelle cose che fa. Stimo moltissimo le tue qualità e credo di saperle riconoscere senza esagerare, complici il mio amore per te e, anche, il mio orgoglio di madre. Vedo anche, però, le difficoltà nascoste dietro a certe tue spavalderie, vedo i momenti di tristezza e di paura camuffati o addirittura nascosti dall'arroganza tipica dell'adolescenza.

Vedo la convinzione di farcela da solo, la certezza di non aver bisogno dei nostri consigli o di quelli di tuo fratello, che certi momenti li ha già vissuti e in parte superati. Bisogna sbagliare da soli. Lo so. Questo è vero. È anche vero però che, da parte mia, sarebbe troppo comodo non suggerirti delle strade, delle soluzioni. Offrirti quello che la mia esperienza mi può suggerire. Poi tu deciderai, naturalmente, nel corso della tua vita, come vorrai. Alle volte mi rimproveri e mi porti come esempio altri genitori, certi genitori di tuoi amici. Invidi la loro condiscendenza, invidi la loro cedevolezza su certe questioni che per me, invece, sono fondamentali.

Mi rimproveri la nostra diversità, vorresti sentirti più parte del "branco". Lo capisco, sai. Non credere che io non comprenda il tuo desiderio di essere accettato, di omologarti al gruppo, di fare le stesse cose che fanno i tuoi coetanei. Certi tuoi coetanei che ti sembrano più "fighi", più "duri", più "tosti". Io, invece, la nostra diversità, se così la vogliamo chiamare, la considero un valore, una parte irrinunciabile della nostra identità culturale, addirittura esistenziale, direi.

Quando io e papà abbiamo deciso di diventare una famiglia e abbiamo voluto dei figli, sapevamo che questo significava non soltanto dar loro amore, una casa confortevole, del cibo, degli abiti, e tutto ciò che serve per vivere dignitosamente. Sapevamo anche che avremmo dovuto, e voluto, crescerli ed educarli perché potessero diventare delle persone capaci di cogliere la vita nella sua complessità. Per questo ho sempre cercato, insieme a papà, di proporvi delle alternative che vi permettessero di conoscere quello che c'è di bello, di interessante, di coinvolgente a questo mondo. La musica, per esempio. E i libri E l'arte. Tutto il resto, i viaggi che abbiamo fatto insieme, le tue esperienze col WWF e con il TGS in Inghilterra, il teatro, i concerti, spero che ti aiuteranno a capire che al mondo ci sono un'infinità di cose per le quali vale la pena di vivere. Non solo la bellezza. Ma anche l'impegno.

Ti ricordi il girotondo davanti alla RAI per la libertà dell'informazione, qualche settimana fa? E la fiaccolata contro Berlusconi? E la manifestazione contro Bossi in Campo S. Margherita la prima volta che è venuto a Venezia a proclamare la Padania? Non ti ho mai comprato il telefono cellulare per il quale non ti sei ancora rassegnato, non mi sono mai piegata alla moda delle scarpe e degli abiti "firmati". Ho sempre detto che non avrai mai il televisore in camera e che a casa nostra non ce ne sarà mai uno più grande di quello che abbiamo (poco più di un francobollo). Non mi convincerai mai che la sala giochi dietro Piazza Ferretto sia un bell'ambiente da frequentare.

So benissimo di darti, insieme al mio amore e al mio incondizionato sostegno, del filo da torcere. Anzi, guarda, penso che non ti faccia male allenarti un po' con me. Nella vita non ti capiterà di incontrare persone che ti danno sempre ragione, che fanno sempre quello che vuoi, che ti accontentano in tutto e per tutto. Dovrai mediare, lottare per difendere i tuoi diritti, affinare la dialettica. Non sono mai stata e non sarò mai la tipica mamma italiana che si fa schiavizzare dai figli, soprattutto se maschi. E non tanto perché ho di meglio da fare, nella vita, che servire e riverire voi, ma anche e soprattutto perché è bene che impariate ad essere autonomi.

So bene che per certi versi ti piacerebbe avere una mamma che profuma di torte al cioccolato e di bucato, una mamma che previene ogni tuo desiderio e che tiene in ordine per te la tua scrivania e la tua agenda. Ma una mamma così prima o poi chiede il conto, sai. Una mamma così si separa molto difficilmente dai suoi figli perché ad essi ha delegato il suo rapporto con la vita e con il mondo. Io non so essere, non voglio essere una mamma così.

Tuo fratello mi ha fatto ridere, l'altro giorno, quando mi ha visto scriverti questa lunga lettera e mi ha detto "Oddio, mamma, non ti verrà in mente di scrivere anche a me? Se proprio devi farlo, ti prego: almeno cerca di essere più concisa!".

A. BRUNI, Una lettera a mio figlio Bruno, in È da tanto che volevo dirti. I genitori italiani scrivono ai loro figli, a cura di G. CALICETTI e G. MOZZI, Torino 2002, pp. 229-237

ponte terabithia

 

Recensione “Un ponte per Terabithia”

Titolo originale: Bridge to Terabithia
Durata: 91 min
Prima data di uscita: 16 febbraio 2007 (Stati Uniti)
Regista: Gábor Csupó
Musica composta da: Aaron Zigman
Adattato da: Un ponte per Terabithia
Generi: Fantasy, Film per la famiglia, Adattamento cinematografico, Film d'avventura, Dramma familiare, Dramma

 

 

 

Jess è un ragazzino che si trova a disagio sia in famiglia che a scuola. I genitori sono presi dalle incombenze economiche e dai tanti figli, le sorelle maggiori lo snobbano, i compagni lo prendono in giro su tutto. Le sue passioni o sono il disegno – attraverso cui esprime la sua sensibilità – e la corsa ma un giorno viene battuto nella gara scolastica da una ragazzina appena arrivata, Leslie. I due faranno presto amicizia, alleandosi per difendersi dai bulli di turno e trovando nell’immaginario regno di Terabithia il luogo dove cementare il proprio legame e imparare a non avere paura degli altri. Ma quando la realtà sembra diventata più semplice da affrontare, accade un fatto molto grave che sembra rimettere tutto in discussione.

Un ponte per Terabithia, dall’omonimo romanzo di Katherine Paterson, è un film davvero coraggioso. È la storia di un’amicizia tra due preadolescenti che si aiutano nelle difficoltà e affrontano snodi delicati dell’esistenza, dalle difficoltà con i compagni, alle frustrazioni nel rapporto con i genitori, e perfino alle prime domande su Dio.
Appartiene al genere fantasy, ma non usa la fantasia come fuga dalla realtà, piuttosto ne fa uno strumento per porsi delle domande e comprendere meglio la vita reale, attraverso un punto di vista onesto, capace di guardare anche la morte come parte della vita.
È un film per famiglie, senza dubbio. Nel senso che è capace di parlare al cuore di tutti e diventare un “pretesto” valido per affrontare con i piccoli la riflessione sul dolore e la morte.

 

Le logiche pressanti del consumo e del marketing suscitano nei genitori di oggi l’ossessione dell’idea “del figlio vincente”, pronto a rispondere efficacemente alle sollecitazioni del nostro tempo e a dare i frutti sperati. Per questo, sin dalla primissima infanzia, i nostri bambini oltre ad essere iper-coccolati e iper-protetti, vengono anche iper-stimolati  in ogni loro  tendenza, o abbozzo di attitudine, molte volte anticipando gli specifici compiti di sviluppo di ogni età e radicando un’immagine di sé egocentrica e narcisistica.

Conseguenze dirette sono una miriade di esperienze e di atteggiamenti educativi  che contribuiscono alla formazione di identità fragili, confuse, desiderose di provare esperienze che fanno sentire “grandi”, che fanno assaporare autonomia e libertà. Iniziano perciò, in età sempre più precoce, negoziati interminabili, spesso fallimentari perché è proprio sull’idea dell’essere ”grandi” che genitori e figli non trovano poi un accordo. Se “le cose da grandi” secondo i ragazzi  sono quelle vincenti, alla moda, in cui guadagnare qualcosa, per i genitori, le cose “da grandi” sono quelle che insegnano la responsabilità.

Abbiamo un suggerimento per tutti i genitori in crisi: perché non spiazzare gli adolescenti con una proposta inaspettata?  Per esempio i Campi di lavoro organizzati dall’Associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti   e da anni impegnata in  attività legate allo sviluppo della legalità tra ragazzi e giovani. La proposta risulterà inaspettata perché sfiderebbe i ragazzi sul campo del “sapersela cavare da soli”, e poi perché li costringerebbe a farsi qualche domanda su che cosa significa realmente essere originali. Una proposta di questo genere richiede prima di tutto a ciascun genitore la disponibilità a superare la paura della lontananza. Non avere la possibilità di tenere sotto controllo i figli può generare ansia, ma è un’esperienza salutare anche per i genitori, che imparano a considerare i figli altro da sé.

I campi di Libera ogni anno raccolgono l’adesione entusiastica di centinaia di ragazzi, dai 15 anni in su, coinvolti in attività manuali e laboratoriali, incontri con testimoni ed escursioni nei luoghi che hanno visto in azione i numerosi “eroi” dell’antimafia. Insomma un’esperienza che affronta temi “da grandi”, che chiede di comportarsi “da grandi” e che permette di diventare “grandi”, cioè di esercitarsi nella riflessione e nella generosità del lavoro  condiviso e fatto per altri.

Le informazioni sono sul sito www.libera.it

Teresa e Maria Pia

Associazione di Volontariato C.A.Sa.

Aperta ogni giorno dal martedì al sabato dalle ore 20.30 alle ore 22.00

Lecce

via Cosimo De Giorgi, 81
via Cosimo De Giorgi, 81
0832.394656
+39 0832 394656
casa@animare.it
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casa.associazione@pec.it
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CF
CF: 93037150757
Iban
Iban: IT56K0103016004000009303895

Bari

via Isonzo, 120 - BARI
via Isonzo, 120
080.3219316
+39 080 3219316
bari@animare.it
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Santeramo

via Lecce, 45
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Fano

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