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Non fa sempre male

“Il diritto della sofferenza di esistere non è un’idea molto alla moda”, ha scritto qualcuno. Come dargli torto?
Sebbene la sofferenza sia una condizione ineluttabile della natura umana, la tendenza è quella di relegarla ad incidente, perché così è più facile cercare di eliminarla o ignorarla, oppure quella di considerarla umanamente insopportabile e quindi subirla in modo penoso. Delle due sembrerebbe preferibile la seconda: meglio soffrire male che negare la sofferenza, perché solo chi soffre sente il bisogno e ha l’umiltà di chiedere aiuto e aprirsi ad un cambiamento.
Una sofferenza può essere causata da un evento che ci ha coinvolto o stravolto la vita, può dipendere dal contatto con chi vive situazioni dolorose, lievi o estreme, ma può anche essere legata a scelte di valore desiderate e intenzionalmente perseguite. In questi casi… come la mettiamo?
Indubbiamente nell’esperienza di amare un figlio, il coniuge, un amico, oppure in quella di cercare di realizzare un valore come la giustizia o la legalità, ci sono momenti in cui il cuore sembra spezzarsi. La tentazione è quella di mollare del tutto. Questi sono i momenti in cui si sceglie se continuare a credere in una passione o seguire le emozioni. Da una parte, le emozioni ci portano a cambiare continuamente, alla ricerca di ciò che ci può far sentire bene; dall’altra, le passioni ci costruiscono come persone solide e capaci di realizzare legami duraturi. Solo se siamo appassionati, soffriamo per la distanza tra ciò che siamo e ciò che vogliamo essere, tra come è la realtà e come desideriamo che sia. Allora azzardiamo: soffrire in questi casi non fa male, se la sofferenza diventa motivo per prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie possibilità o se aiuta a sintonizzarsi su un livello realistico di aspirazioni.
Non è forse vero che le persone che più ci colpiscono e ci affascinano sono quelle che hanno saputo osare e perseverare per ciò che ritenevano importante, per una passione, anche se per questo hanno dovuto affrontare momenti molto difficili? Non mostrano una “grandezza” che vorremmo anche per noi e alla quale vorremmo saper educare anche chi ci è affidato?

Paolo e Mariapia.

Tra le virtù che il genitore ideale dovrebbe possedere, la pazienza è sicuramente in testa alla classifica.

La invochiamo col titolo di “santa”, quando il modo di fare dei nostri figli non ne vuole sapere di prendere una piega diversa; “ci vuole pazienza!”, diciamo nei momenti di grazia, quando ci anima la speranza che la ricetta funzioni davvero.

Salvo poi lasciarci andare, in circostanze meno favorevoli, alla fatidica minaccia: “la mia pazienza ha un limite!” Insomma, la virtù tanto invocata si riveste spesso degli ambigui panni della rassegnazione, della frustrazione nascosta, dell’impotenza mascherata ma pronta a convertirsi al momento opportuno in ira.

Ma allora, cosa resta di questa virtù ? In cosa consiste? Possiamo davvero considerarla tale e, da genitori, aspirare a farla nostra? Rassicuriamoci: la pazienza è ancora una virtù, e si rende particolarmente necessaria ai genitori, agli educatori in generale e a chiunque di noi si trovi a vivere, nei contesti più diversi, accanto ad una persona immatura: l’immaturità, infatti, che è un dato naturale e transitorio nei bambini, non è però un’esclusiva dei piccoli.

Ecco allora qualche indicazione per imparare a coltivare questa virtù:

  • È necessario allenarsi a guardare l’altro nella sua “incompiutezza” ma contemporaneamente a sperare per lui la pienezza, a immaginarselo per come può diventare; la pazienza è l’arte di tenere insieme questa doppia visione di chi amiamo. È così che Dio guarda l’uomo.
  • Bisogna saper attendere i tempi della crescita. Questo significa ad esempio che, quando insorge la collera, è necessario imparare a domarla, a rimandare il suo manifestarsi al momento opportuno, quando cioè potremo gestirla nel modo più utile per spingere il piccolo al cambiamento.
  • Infine, ma non ultimo, la pazienza va coltivata anche nei confronti di se stessi, perché anche in ciascuno di noi abitano immaturità che pesano sugli altri. Solo chi lavora con pazienza su se stesso è capace di lavorare per la crescita di un altro attivamente, senza cedere né alla rassegnazione né all’irrealistica pretesa del “tutto e subito”.

(È possibile approfondire il tema della pazienza di Dio in L. MANICARDI, La fatica della carità, Ed. Qiqajon, Magnano, 2010. pp.177-186)

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TEST PER GENITORI...

Ci sono tantissimi modi di essere genitori.

Ognuno adotta più facilmente alcune strategie nel rapporto con i propri figli piuttosto che altre. Essere consapevoli di come tendiamo ad agire più frequentemente è un buon punto di partenza per aiutare la comunicazione sia con i nostri piccoli che con il proprio partner, infatti si finisce per agire più per abitudine che nel modo in cui la situazione/ la persona realmente richiederebbe.

Ecco allora, alcuni test per verificarvi. Ovviamente sono un po’ parziali e tendono a incasellare secondo tipologie un po’ rigide, tuttavia offrono spunti interessanti soprattutto se, a partire da quello che si trova, si cerca il confronto col proprio coniuge.

Buon... test!!!

TEST: Siete dei bravi genitori? 

TEST: Quale è  il tuo stile educativo? 

TEST: Sei un genitore attento? 

Può una persona diversamente abile essere autonoma? In che misura?

Molto dipende da come si caratterizza la relazione con i genitori. Sostiene la dottoressa E. Napolitano, Psicologa Psicoterapeuta Integrata: “Diversi sono gli ostacoli che la persona con diversa abilità incontra per realizzare il proprio progetto di vita indipendente. Tali sono gli atteggiamenti di iperprotezione; la sostituzione in cui i genitori tendono a risolvere i suoi problemi agendo al suo posto; la mortificazione di capacità che ingigantisce i limiti a sottovaluta le abilità.

Sebbene tali comportamenti siano comprensibili hanno delle ripercussioni negative, rendendo difficile diventare una persona adulta autonoma”. (passim)

C’è quindi un certo margine di autonomia che può essere costruito se gli adulti, nella relazione con i figli diversamente abili, provano a riconoscere e a limitare i propri comportamenti apprensivi, spesso generati dal sentimento di dispiacere e di volere essere d’aiuto. Ma la stessa opera deve essere fatta da qualunque genitore, anche dei “normodotati”. Infatti, in maniera meno evidente, ma non meno dannosa per la crescita in autonomia, essi adottano gli stessi atteggiamenti iperprotettivi. Considerazioni come: “è troppo piccolo per riuscire a tenere in ordine, le maestre pretendono troppo”, rientrano proprio nella logica denunciata, perché portano l’adulto a fare ciò che il figlio non fa, spesso semplicemente perché non è abituato; inoltre, lo sottovalutano piuttosto che cercare di fare emergere le doti che possiede, magari ancora in forma embrionale, e che gli consentirebbero di affrontare adeguatamente le situazioni.

Luca

tipi sofferenza

Parlare di sofferenza dei bambini non è mai facile: vorremmo che i piccoli non ne fossero toccati. Eppure è una realtà così intimamente legata alla vita che è legittimo parlare, per loro, di un diritto alla sofferenza.
Per riconoscere questo diritto, però, è necessario “chiamare per nome” le sofferenze da cui bambini e ragazzi sono toccati. Per chiarezza, ne distinguiamo tre categorie.


1) La sofferenza INDISPENSABILE: per crescere bisogna che i bambini imparino ad affrontare e a superare le sofferenze legate all'adattamento alla vita e alla realtà. Il bambino deve imparare che la mamma non può sempre stare con lui, che non si può volere ed ottenere tutto, che le regole sono necessarie. Per diventare grande il bambino deve imparare poco per volta a staccarsi dai piaceri e dalle sicurezze del restare piccolo.

Come fare per non negare al figlio il diritto a questa sofferenza? Occorre resistere alla tentazione di proteggerlo da ogni frustrazione, ostacolo o sentimento negativo. Un risvolto concreto consiste, ad esempio, nel non contraddire mai in sua presenza le posizioni assunte da altri educatori, insegnanti in primo luogo, per non rendere vana l’efficacia educativa di tali interventi. In caso contrario ci rendiamo complici delle spinte che si oppongono alla loro crescita.


2) La sofferenza INEVITABILE, perché legata alla vita stessa: è il confronto con la malattia, il limite fisico, la morte, che può toccare persone più o meno vicine o anche il bambino stesso. Queste forme di sofferenza chiamano in causa direttamente il rapporto che gli adulti hanno con queste dimensioni, ed è un conflitto spesso non risolto.

Cosa fare? È necessario in primo luogo ascoltare se stessi di fronte a quel dolore, non fuggirlo, non minimizzarlo, aiutare il bambino ad esprimere quello che prova e le domande che si fa, aiutarlo a prendere contatto col dolore restandogli accanto, parlare con lui e adoperare anche il linguaggio simbolico (storie, disegni…) per favorire l’accesso al mistero del dolore senza camuffarlo.

3) La sofferenza EVITABILE, che ogni adulto può e deve sforzarsi di risparmiare al bambino: è quella causata dagli adulti stessi.

Ecco alcune sofferenze che noi adulti, spesso inconsapevolmente, infliggiamo ai bambini:
- Chiediamo loro di riuscire nelle cose in cui noi nella vita non siamo riusciti
- Li puniamo perché ci rubano qualcosa: l’attenzione del partner, il tempo, le nostre abitudini…
- Li invidiamo perché hanno ancora davanti la vita
- Li vogliamo diversi da come sono
- Ci mostriamo delusi e insoddisfatti di loro al punto da dire (o lasciare capire) che “non li volevamo”
- Li tiriamo dentro ai nostri conflitti col partner, al punto da chiedere loro di “scegliere” tra mamma e papà.

Che cosa fare se ci rendiamo conto di infliggere ai nostri figli una sofferenza inutile?
- cercare onestamente la nostra responsabilità
- non banalizzare il dolore del bambino per paura di vedervi riflesse le nostre mancanze
- non lasciare spazio al senso di colpa e continuare ad agire da genitori
- lasciare che il dolore dei nostri figli ci metta in crisi e ci modifichi.

 

(Liberamente tratto da www.educazionerazionaleemotiva.it e da A. CENCINI, Se mi ami non dirmi sempre sì, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013)

Forse da genitori non abbiamo riflettuto abbastanza sul senso profondo del distacco nella relazione con i nostri figli. Tutti sappiamo (o piuttosto temiamo?) che prima o poi arriverà un momento in cui il nostro bambino, che ancora viene la domenica mattina a saltare nel lettone, che fa i capricci perché non ama il minestrone e che a un certo punto comincia a trascorrere in bagno più tempo di un attore prima del ciak che gli varrà Oscar, ci saluterà e andrà per la sua strada.

Lo sappiamo davvero? Ne siamo, cioè, profondamente consapevoli?

E se dicessimo oggi che il fine ultimo dell’educazione è proprio il distacco, che tutto ciò che facciamo come padri, madri, verso in nostri figli è orientato, finalizzato, propedeutico a quel singolare momento, in un tempo di là da venire? Che è proprio per favorire il taglio di quel cordone ombelicale che oggi li sbaciucchiamo, rimproveriamo, stabiliamo per loro tempi e ritmi di vita, li spingiamo a fare il loro dovere, ci diamo premura di insegnar loro di tutto…?

Se guardiamo le cose da questo punto di vista, la prima cosa che viene in mente è che i soggetti più difficili da educare al distacco sono due e nessuno dei due è il bambino. Siamo noi genitori che dobbiamo, assolutamente, decisamente, educarci al distacco dai nostri figli.

Predisporre una culla, una loro stanzetta, affidarli a una baby sitter o alla maestra del nido, evitare di accompagnarli fin dentro l’aula scolastica, lasciarli passeggiare con amiche e amici, affidare loro una paghetta, rinunciare a quell’ultima telefonata al cellulare per chiedergli “che stai facendo?” sono le tappe essenziali, prima di tutto, della nostra educazione.

Gianni

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