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"2. Lasciato solo nella società"

 

A cura di: Scuola superiore
Data 2004-05-11
Descrizione L'incontro con Gesù che libera l'uomo dalla schiavitù: Gesù guarisce un cieco.

Progetto

Obiettivi dell'attività

Incontrare Gesù di Nazareth che rivela "l'amore più grande" ed i modi concreti per viverlo.

Cosa stimolare

 

 

 

Analisi

Destinatari dell'intervento educativo
Numero Da 5 a 20 ragazzi.
Età
Prima Infanzia (1-4 anni) Bambini (5-10 anni) Preadolescenti (10-14 anni) Itinerario indicato per Adolescenti (14-18 anni) Giovani (18-26 anni) Adulti (26 anni+)
      Adolescenti    
Livello di esperienza del gruppo
  • Iniziale
  • Intermedia
  • Avanzata

Metodo

Durata 1 ora
Animatori richiesti 2

Comunicazione

Verifica dell'impegno della settimana precedente.

Esperienza iniziale:

Raccontare di una situazione in cui siamo rimasti soli, ma avremmo voluto i nostri genitori o qualcuno di significativo accanto a noi.

Lettura della Parola:

Gv. 9,1-3.17-21

Riflessione: Domanda introduttiva

Cosa vorremmo chiedere, raccontare a Gesù che viene a fermarsi a casa nostra?

Commento alla Parola:

Il cieco: ha un handicap dalla nascita, fisico (non vede) e sociale (è considerato un punito per qualche colpa). In questo senso è un povero disgraziato su cui pesa una condanna. la sua famiglia lo ha reso in qualche modo autonomo: chiede l'elemosina, come tutti i malati del tempo che provavano a sopravvivere. E' però rassegnato. Considera la sua condizione immutabile, è logico anche per lui pensare che il suo stato e la sua vita saranno sempre così.
Gesù rifiuta l'atteggiamento fatalistico dinnanzi al male: alle spiegazioni facili risponde reagendo con indignazione, non con la rassegnazione. Per lui dopo essersi indignati occorre agire: fa ciò che può, in questo caso opera il miracolo.
Gli altri: prima erano tranquilli, rassegnati anche loro alla disgrazia. Dopo la guarigione si agitano, diventano curiosi.
I genitori non sono diversi dagli altri: hanno paura dinnanzi a quello che è capitato e non sanno capire. Vengono convocati e interrogati daI sacerdoti: hanno paura che il figlio gli faccia perdere qualcosa (rispettabilità, consenso del gruppo...) e allora lo scaricano; non sappiamo come è andata stando a tu per tu con lui, pubblicamente è come se non lo riconoscessero più. Tengono più alla loro faccia che alla vita e alla gioia del figlio: era meglio da cieco. Il fatto nuovo che è accaduto li costringe a considerarlo una persona diversa. Non lo vogliono, lo rifiutano. Non è più come lo avevano sempre pensato: è come se non fosse più figlio loro.
Anche noi abbiamo i nostri handicap, soprattutto nel carattere o quelli di tipo sociale: certe pigrizie; il dare la parola e non mantenerla, per cui gli altri non sanno se possono contare su di noi; la superficialità nel fare quello che potremmo fare bene, per cui gli altri sulle cose importanti della loro vita ci escludono e ci cercano solo come passatempo; una certa ignoranza che ci fa sapere tutto di cose di poco conto e poco di quello che serve davvero.
Abbiamo certi problemi per come ci hanno educato i nostri genitori: o siamo tutto cuore e niente cervello; o capaci di fare solo quello che ci piace; o pensiamo di valere solo se otteniamo sempre il massimo; o siamo pronti ad accontentarci sempre del minimo.
Anche noi pensiamo che siamo così e, alla fine, va bene così. Anche a noi può capitare la fortuna di incontrare persone che, su di noi, su ciò che siamo, facciamo, pensiamo: non si rasssegnano e cominciamo a farci provare sentimenti diversi, a farci pensare cose che non avevamo mai pensato prima. Queste persone sono, da un lato, la nostra salvezza, dall'altro persone che danno fastidio perchè ci mettono dentro il tarlo che possiamo cambiare, diventare migliori e questo, però, ci costa qualcosa.
Anche intorno a noi ci sono altri che per i nostri cambiamenti possono escluderci. E ci sono i nostri genitori che ci possono ricattare con le loro attese. Ci possono mollare quando iniziano a fare qualcosa che non coincide con quello che hanno pensato giusto e buono per noi. Possono pensare più a loro che a noi: ai loro problemi, ai loro bisogni, ai loro desideri e allora ci scaricano, ci lasciano affrontare le cose da soli, magari dicendo che si fidano. Addirittura possono non aspettarsi niente di buono per noi e allora non ci stimolano neppure a cambiare sui nostri handicap.

Preghiera personale:

Ognuno sottolinea la parte della preghiera che sente propria completando le parti mancanti.

Preghiera:

Signore, io ti so pregare poco
ma se pregare è anche provare a dire in parole
quello che in fondo in fondo, sotto il chiasso delle cose, c'è in me allora provo a pregarti oggi.

Ho i miei handicap. So di averli, anche se cerco di non pensarci, così non ci sto male.
Magari poi ci sono i giorni in cui mi dispero e piango, o sono triste, ma evito di dargli un nome.

Mi rassegno su come sono e mi consolo con le elemosine di questi pensieri:
'crescendo poi cambio', 'mi devo mantenere spensierato per ora', 'ci penserò dopo'.

Anche tu conosci i miei handicap. Mi hanno detto che conosci tutto.
Ma devo confessarti che questo non cambia niente, non risolve nessuno dei miei problemi,
anzi peggiora le colpe, perché mi capita di sentirmi in colpa perché non mi impegno a cambiare.

E mi sento ancora peggio.

Tu intervieni con questo cieco e gli risolvi la vita. Una storia bella, a lieto fine.
Però gli crei pure i problemi; problemi con tutti.

Questo cambiamento potrebbe essere il mio.

Lui era cieco e poi vede.
Io sono ............................................... e potrò essere .......................................................

Ma Tu fai qualcosa per me? Vieni per guarire i miei handicap? O la fatice deve essere tutta mia?
Perdonami, Signore, perchè sono così cieco anch'io da non vedere tutte le cose,
tutti i pensieri degli altri, tutte le esperienze in cui sono aiutato a cambiare.
Perché non voglio vedere chi non si rassegna alle mie fesserie (chi?......................................)
sui miei errori, sui miei difetti. E per non vederli li evito.

Se posso, ti chiedo di non stancarti di me. Sarebbe terribile rimanere
ciechi quando si hanno gli occhi buoni per vedere;
superficiali quando si ha dentro un cuore grande e sensibile;
bandiere al vento del piacere quando si è intelligenti, capaci di ragionare e di agire, di discutere e di aiutare gli altri;
testardi nelle proprie fissazioni quando si può cambiare idea e fare spazio ad un desiderio vero di compaghia e di fedeltà;
incapaci di parlare, di dire quello che si vive, quando dentro si ha tanta voglia di non essere soli.

Mandami persone che non mollano.

Aiuta anche i miei genitori a non mollarmi, ma a lasciarmi andare per davvero, non per finta,
con gli espedienti degli orari e dei divieti,
oppure con le belle idee e i progetti che hanno su di me,
oppure con la facciata del darmi fiducia perché non sanno neppure cosa insegnarmi.

Aiutali a farmi da genitori, gli amici posso cercarmeli altrove.
Aiutali a sopportarmi quando non mi capisco da solo
e a sperare che posso fare qualcosa di buono se mi ci fanno provare
E mi possano aiutare ad essere coerente più che approfittatore
sincero più che opportunista
capace di sperare più che di avere successo
capace di cambiare più che di aggiustarmi comodamente.
Amen

Dice il saggio: Ciascuno legge la parte di preghiera che sente sua.

Proposta di impegno:

Cercare, durante la settimana, quelle persone che non si rassegnano sulla nostra vita per chiedergli come ci vedono e cosa pensano sui nostri handicap.

Canto finale:

Un giorno fra le mie mani.

Associazione di Volontariato C.A.Sa.

Aperta ogni giorno dal martedì al sabato dalle ore 20.30 alle ore 22.00

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