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VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  22,14 – 23,56

Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo. E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della Potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.

Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

Parola del Signore.

 

Commento

Solo alcune annotazioni parziali e lascio a ciascuno di meditare sulla passione di Gesù in questa settimana.
Mi colpisce molto nella passione di Luca la delicatezza con cui viene tratteggiata la figura di Pietro e la straordinaria manifestazione di affetto di Gesù per lui. Prima si rivolge a lui con dolcezza chiamandolo due volte con il nome della sua giovinezza “Simone, Simone” e gli annuncia che Satana lo sottoporrà a una dura prova, ma lo esorta a non spaventarsi perché la preghiera che ha fatto per lui al Padre è garanzia che alla fine Pietro ne uscirà vincitore e in più con il compito di confermare gli altri nella fede, compito di primato nel servizio della fede per il gruppo degli apostoli. Luca però non può esimersi dal riferire l’atteggiamento presuntuoso di Pietro, che non coglie l’avvertimento del maestro, ma protesta la sua sicurezza di rimanere al suo fianco fino alla morte. È con una certa tristezza che il Signore gli predice il triplice rinnegamento. Poi Luca non riporta il rimprovero a Pietro perché dorme al Getsemani (come fanno Mt e Mc) e neanche dice che è stato Pietro a tagliare con la spada l’orecchio a Malco (cfr Gv). Infine dopo i tre rinnegamenti Luca riporta lo sguardo di Gesù a Pietro: sguardo intenso che esprime tutto l’amore misericordioso che in quel momento Gesù prova per lui e gli fa ricordare non solo la predizione del rinnegamento ma anche il dono della preghiera che il Signore ha già fatto per lui e che in quel momento gli dà il coraggio di prendere coscienza della propria fragilità e debolezza e di fidarsi non più della propria convinzione presuntuosa ma della forza che il Signore gli ha già donato. Le lacrime amare non dicono disperazione, ma liberazione operata dall’amore di chi sta dando la vita per lui e per tutti.
Quello di Luca è tipicamente il vangelo della misericordia. Allora non ci meravigliamo che solo lui riporti durante la passione due perle che esprimono la realizzazione più alta della misericordia del Signore:
«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», è la testimonianza che Gesù ha preso davvero dentro di sé i peccati di tutti gli uomini e considera suoi fratelli coloro che lo mettono in croce, i quali non sono gli uomini più cattivi della storia ma solo i rappresentanti di tutti i peccatori e quindi anche di noi. Per di più chiede perdono al Padre, giustificandoli per ignoranza. In effetti se gli uomini si rendessero conto fino in fondo del male che fanno agli altri e a se stessi, offendendo Dio, molto probabilmente non lo farebbero.
«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso», è il riconoscimento della regalità di Gesù (vilipesa dai capi e affermata da un malvivente condannato a morte) e l’inaugurazione del Regno di Dio al quale hanno accesso tutti i peccatori che si fidano di Gesù e dell’amore del Padre, che si è manifestato in lui. In questo modo Luca dice a chiare lettere che il Signore non aspetta altro che un piccolo segno di pentimento, anche all’ultimo momento e perfino interessato, per riversare nei peccatori i tesori della sua misericordia senza limiti.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Contemplo Gesù nella sua passione e non so se è più grande il pentimento dei miei peccati, la riconoscenza per la sua misericordia ‘estrema’ o l’ammirazione per il Figlio di Dio che, mentre viene barbaramente schiacciato, dice e fa cose inimmaginabili e assurde per la mia mentalità e sensibilità.

  • Mi chiedo: come faccio io a leggere ogni anno la passione di Gesù e a non diventare santo davvero? Poi mi guardo dentro e capisco perché: ho fatto l’abitudine, le considero cose già sentite e mi lascio prendere solo da una emozione passeggera, mentre la vita concreta continua come prima.

  • Gesù sa che io lo rinnegherò di nuovo. Non sono ancora libero dal peccato, nonostante i numerosi e immensi doni che il Signore mi ha fatto. Chiedo a Gesù di pregare anche per me, come per Pietro, e di guardarmi con misericordia, quando cadrò ancora.

  • Quante storie faccio dentro di me, quando mi capita di dover perdonare chi mi ha fatto un torto. Poi sento te, che perdoni chi ti mette in croce. Ti ringrazio perché non ti stanchi di richiamarmi e di educare il mio cuore alla misericordia.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Parola del Signore.

 

Commento

È un brano particolare: tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che non appartenga a Giovanni, somiglia di più a un testo lucano. Tuttavia i manoscritti antichi lo riportano nel vangelo di Giovanni. Per la Chiesa è comunque vangelo autentico e il fatto che lo proclami in quaresima indica che lo ritiene un bellissimo ritratto di Gesù e una piccola sintesi del suo insegnamento e della sua missione.
La situazione è drammatica e chiara: un peccato evidente punito con la morte nella legge di Mosè; la cattiveria subdola degli scribi e farisei che utilizzano una donna come strumento per far cadere Gesù in trappola; il Messia che deve fronteggiare una piccola folla, sobillata dai farisei, e sottrarsi a una trappola insidiosa.
Prima di parlare di Gesù, domandiamo agli avversari: se l’avete scoperta in flagrante, come mai portate solo la donna? E l’uomo dov’è? Mosè non aveva scritto che dovevano morire entrambi gli adulteri? Segno di una discriminazione maschilista e ipocrita.
Come in altri passi, Gesù viene provocato a prendere posizione sulla legge di Mosè e risolve il problema da par suo. Non si mette in contrasto con la Legge, anzi invita gli accusatori a procedere alla lapidazione, ma li sferza con una annotazione bruciante: può farlo solo chi è senza peccato. Possiamo immaginare che prima di piegarsi di nuovo a scrivere abbia guardato bene in faccia i più anziani, magari in prima fila.
Per due volte l’evangelista nota che Gesù scrive col dito per terra. L’ha ritenuto un gesto significativo, ma non dice cosa scrivesse e noi non lo sapremo mai. I commentatori danno varie spiegazioni del gesto: scrive i peccati degli accusatori; scrive nella polvere i nomi degli accusatori facendo loro ricordare Ger 17,13: “Sarà scritto nella polvere chi si allontana da te”; vuol far capire che non ritiene preoccupante la sfida a cui è chiamato…
Ho trovato anche un’altra ipotesi, che mi piace di più. La Legge di Mosè è proprio il motivo della prova. Esodo 31,18 e Deuteronomio 9,10 dicono che le tavole della legge ricevuta da Mosè sono state “scritte dal dito di Dio” sulla pietra e questo lo sapevano tutti. Mi sembra perciò che il gesto di scrivere col dito sulle lastre di pietra del pavimento del tempio forse poteva indurre i lettori cristiani a riconoscere in Gesù il nuovo legislatore che col dito ‘divino’ incide la legge nuova, che non cancella quella di Mosè ma la riscrive, partendo dal principio della misericordia.
In ogni caso la misericordia messianica di Gesù è la protagonista del brano.
Gli accusatori se ne vanno: è lecito pensare che il riconoscimento implicito di essere peccatori sia un timido inizio di conversione? Possiamo sperare che sia stato così.
Rimasto solo con l’accusata, Gesù si mette in piedi di fronte a lei e la chiama ‘donna’, restituendole il rispetto e la dignità. Nel dialogo la tratta con verità e amore misericordioso, dicendole che ha commesso una colpa grave, ma che lui non la condanna e, dopo averla salvata dalla lapidazione, le offre la possibilità di una vita nuova e piena, lontana dal peccato. La donna così è restituita alla vita e a se stessa, in totale libertà, e con un invito all’amore vero.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Sono io, accusato, nel 'mezzo' dell'assemblea per sapere se mi condannano o no. Guardo Gesù e penso che forse lui mi può salvare. È l'unica speranza che mi resta. Mi fido e mi affido.

  • Sono tra la folla: quanto fastidio mi dà pensare che Gesù potrebbe perdonare i dittatori licenziosi e sanguinari, i trafficanti d'armi, i mafiosi, i corrotti: politici, amministratori, finanzieri o banchieri, i preti e i vescovi pedofili... Ho già le pietre in mano. Che faccio?

  • Sono Gesù e mi chiedono di condannare qualcuno. Cosa scrivo per terra? Cosa dico a chi mi interpella?

  • «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Sono libero. Gesù ha fiducia in me e mi incoraggia a non peccare più. Cosa ne faccio della mia libertà e della sua fiducia?

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  13,1-9

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù sta andando decisamente verso Gerusalemme e incontro alla sua passione. Attorno a lui cresce anche l’attesa che si riveli come Messia e tanti si aspettano che prenda in mano le sorti di Israele per restaurare il regno di Davide e cacciare gli odiati romani. Probabilmente alcuni vogliono sondare le reazioni del Signore, quando si presentano a riferirgli che Pilato ha fatto uccidere dei Galilei, durante la celebrazione di sacrifici nel tempio. Forse volevano vederlo indignato contro Pilato e desideroso di punire questo ulteriore sopruso contro la religione di Israele. Ma Gesù non si lascia coinvolgere; coglie invece l’occasione per offrire due insegnamenti.
Il primo è di tipo teologico e riguarda il legame tra peccato e punizione: le tragedie che capitano nella vita non sono un castigo di Dio per i peccati, altrimenti tutti le subirebbero; invece vediamo che ciò non avviene, anzi molte volte i malvagi prosperano indisturbati, mentre i giusti soffrono in mille modi. È così vero questo, che Gesù stesso aggiunge, a conferma, un altro episodio non causato da volontà umana: il crollo di una torre che ha ucciso diciotto persone ‘innocenti’.
Il secondo è molto pratico e riguarda ogni persona che viene a conoscenza di tragedie toccate ad altri. La domanda da porsi deve toccare non le vittime delle violenze o delle catastrofi ma se stesso: “se fosse successo a me, come mi troverei di fronte a Dio?”. Chi non si converte, dice Gesù, perirà allo stesso modo; cioè, riuscirà, di fronte alla morte inattesa, ad avere il tempo di prepararsi all’incontro definitivo con Dio? Oppure correrà il rischio di una condanna eterna? Così esorta in maniera perentoria a considerare ogni tragedia che possa capitare agli altri come un invito a convertirsi e cambiare mentalità e vita.
Luca, a questo punto, preoccupato che qualcuno si spaventi e pensi che Dio stia in agguato per punire, utilizza la tradizione del fico senza frutti (riportata da Marco e Matteo) per comporre una parabola di misericordia, perfettamente in linea con la predicazione di Gesù. In primo piano c’è la situazione di Israele: Dio ha aspettato i frutti e ha mandato il Figlio come ultimo tentativo: ha predicato e operato miracoli, tanti hanno creduto, ma i capi, che rappresentano il popolo, no. I cristiani, dunque, sanno che Israele non ha più portato frutti di fede. Ma la parabola riguarda anche ciascuno di noi. Il Padre ha tanta pazienza nell’attendere che noi suoi figli portiamo frutti buoni nella nostra vita, ma il tempo è limitato (i 3 anni della parabola). Quando si avvicina il tempo del giudizio, il Figlio (il vignaiolo mandato dal Padre a ‘lavorare’ nella sua vigna) chiede ancora pazienza al Padre e fa di tutto (insegna e dà la sua vita) perché noi comprendiamo il suo amore e ci impegniamo a vivere da veri figli di Dio. Chi non vorrà capire ancora e non si convertirà sarà ‘tagliato’.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • “Credete che fossero più peccatori...?”. Io giudico gli altri e a volte anche il comportamento di Dio nei loro confronti, e dimentico che su di loro posso dire poco, mentre su di me posso dire molto di più e con più verità, per arrivare a desiderare e decidere di convertirmi. Cosa aspetto?

  • Il pensiero che arriverà il giorno in cui sarò chiamato alla presenza di Dio è ritenuto importante e molto utile dai maestri di vita spirituale; ma è già nella Sacra Scrittura: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90 (89)). Chi arriva alla sapienza del cuore si converte. Chi non ci arriva è chiamato stolto da Gesù (cf Lc 12,16-21).

  • “Padrone, lascialo ancora quest’anno...». È Gesù che chiede al Padre di avere pazienza con me, quando non porto frutti, anzi, cado sempre nei soliti peccati. La misericordia di Dio è anche paziente.

  • Non mi riesce facile accordare agli altri la stessa pazienza che Dio ha con me e di cui faccio esperienza molto spesso. Eppure so molto bene che è una caratteristica dell'amore vero. Quando non ho pazienza metto me stesso e i miei criteri al centro delle mie relazioni e schiaccio le persone.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  15,1-3.11-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore.

 

Commento

Mi sembra superfluo commentare la parabola, fin troppo conosciuta. Sottolineo solo alcune cose. Il figlio giovane, riconosce i doni del padre, ma ritiene di poter vivere senza di lui. La richiesta della sua parte di eredità significa che il padre per lui è come se fosse già morto.
Il padre, non solo non lo punisce, ma lo lascia libero di fare ciò che vuole, anche di fronte a una offesa mortale, che lui, volendo, potrebbe castigare, ma non lo fa.
I doni del padre sono utilizzati per una vita senza salvezza e fallimentare, che a poco a poco prosciuga gli stessi doni e la dignità del giovane.
La degradazione e la fame fanno nascere la nostalgia dell’aria di casa, con la percezione dolorosa di esserne ormai definitivamente fuori: non più da figlio, ma almeno da servo, pur di respirare quell’aria e avere di che vivere decentemente. Il pentimento parte dalla fame di cibo, ma approda alla consapevolezza di aver perso l’identità di figlio e di non poterla recuperare per qualche merito proprio.
Il padre lo ha già perdonato prima del suo ritorno, lo sta aspettando e quando arriva, sporco e puzzolente, lo abbraccia, lo bacia, prima ancora che lui parli, e non gli lascia finire una frase che per lui sarebbe un'altra idiozia. Infatti è sempre figlio per il padre, che non vuole neanche sentire parlare di servitù: la festa per il ritorno è la sua risposta. Dio Padre è così, possiamo solo accettarlo, senza discutere.
La parte più difficile per lui sarà convincere l’altro figlio che fare festa per il ritorno del fratello è, non un di più o una pazzia senile, ma ‘giusto’. Qui non si tratta di giustizia ‘legale’ ma di quella che fiorisce sull’albero fecondo dell’amore ‘pazzesco’ di Dio Padre e che i legulèi (sono i farisei di tutti i tempi e di tutti i luoghi) non solo non capiscono e non accettano, ma neanche riescono a vedere o immaginare.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Il Padre. Ha una logica capovolta: il figlio giovane lo tratta da morto e lui lo lascia libero, lo accontenta e poi lo aspetta, gli restituisce la dignità di figlio e fa festa; il figlio maggiore lo tratta da padrone e rifiuta il fratello, ma lui esce a supplicarlo (Dio Padre può mai supplicare un uomo? Gesù dice di sì). Gesù ci presenta un Dio incomprensibile. Ma io non voglio essere amato così?

  • Il figlio più giovane. Comportamento inqualificabile, ma tanto diffuso. Non ha mai capito cosa voglia dire essere figlio, ma neanche essere padre (e non può!). Riconosce di non aver più diritto alla figliolanza, ma è un'ulteriore incomprensione dell'amore di suo padre. Anch'io tante volte non l'ho capito.

  • Il figlio maggiore. Mai stato figlio, solo servo che aspetta la morte del padrone; mai stato fratello, solo coinquilino rancoroso. Non vuole fare festa e non sappiamo se la supplica del padre gli ha cambiato il cuore. Ho bisogno di sentirmi figlio amato e riconoscente per accogliere tutti come fratelli.

  • Io. Questa settimana il Padre mi chiama: a convertirmi per tornare da lui come figlio; a fare festa con lui per tutti i fratelli che tornano a casa; a somigliare a lui verso tutti i fratelli che mi hanno fatto qualche torto. Sarà una settimana molto impegnata.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Luca  9,28b-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Parola del Signore.

 

Commento

La trasfigurazione è raccontata da tutti i sinottici e la liturgia della seconda domenica di quaresima ce la presenta tutti gli anni quasi come anticipazione della risurrezione e come invito a guardare la gloria divina di Gesù prima dell’ignominia della passione.
Anzitutto Luca colloca questo avvenimento di rivelazione all’interno della preghiera di Gesù: è l’atteggiamento tipico del Figlio eterno che si mette in comunicazione con suo Padre. È stato così nel battesimo, sarà così nel Getsemani, dovrebbe essere così per ogni cristiano nei momenti di crisi e di decisioni importanti.
Il racconto è pieno di riferimenti biblici. Il monte su cui sale il Signore richiama il luogo della esperienza di incontro con Dio che hanno fatto Mosè ed Elia. La loro presenza visibile richiama la prima alleanza stipulata con la mediazione di Mosè e difesa dai profeti, che sta per essere sostituita da quella nuova ed eterna realizzata nel sangue del Figlio. Il colloquio verte sull’esodo: Gesù realizzerà a Gerusalemme il passaggio pasquale dalla morte alla vita che la pasqua ebraica simboleggiava e anticipava. Le capanne di cui parla Pietro, mentre risultano il tentativo di fermare l’esperienza, ricordano il pellegrinare di Israele nel deserto. La nube richiama il segno della presenza di Dio presso il popolo di Israele nell’esperienza dell’esodo e la paura che invade i discepoli è la reazione tipica degli uomini della Bibbia che si rendono conto di trovarsi al cospetto di Dio. La voce del Padre conferma la realizzazione della promessa contenuta in Deuteronomio 18,15 (“Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”). L’invito perentorio ad ascoltare Gesù costituisce il risvolto pratico della rivelazione: se è il Figlio, allora è necessario seguire quello che dice per essere salvati.
Pietro, Giacomo e Giovanni sono presentati come i testimoni prescelti di un’esperienza della divinità di Gesù che non comprenderanno subito, ma che rimarrà loro impressa nella mente e nel cuore. Essi anche qui, come nell’orto degli ulivi, sono oppressi dal sonno e non comprendono quello che sta succedendo al loro maestro. Lo comprenderanno dopo la risurrezione e solo allora potranno comunicarlo agli altri.

 

Spunti per la meditazione e la preghiera personale

  • Gesù prende con sé gli amici più vicini. Oggi chiama me, perché vuole comunicarmi qualcosa di speciale. Mi interessa? Lo seguo sul monte? Ho altre cose più importanti da fare?

  • I tre amici si addormentano. E lo faranno anche nell'orto degli ulivi. Ci sono droghe quotidiane che mi fanno addormentare, così che non vedo e non capisco quello che Gesù ha da dirmi e da farmi sperimentare. Le riconosco? Sono capace di astenermene?

  • Gesù con Mosè ed Elia parla del suo 'esodo'. Anch'io cammino verso il mio esodo, la realizzazione della mia vocazione e missione in questo mondo. La mia attenzione e le mie energie sono concentrate su questo centro della mia esistenza o si disperdono dietro cose secondarie o inutili?

  • Pietro vuole fermare il momento straordinario che sta vivendo. Quanto sono consapevole e ho accettato che i momenti belli della mia vita hanno lo scopo di darmi forza e motivazioni per affrontare la passione di ogni giorno? Quando voglio sedermi, Gesù mi dice: “Alzati, riprendi il cammino, sei ancora lontano...”

 

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