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quando un adolescente e felice 1

Quando un adolescente è felice? Difficile dirlo. Gli adolescenti hanno notoriamente un rapporto complicato con la gioia. Spesso impegnati a sorvolare l’esistenza con l’aria sufficiente di chi ha già visto tutto ma ha assunto il compito gravoso di riordinare il mondo secondo criteri sconosciuti ai più, lasciano imprevedibile il momento in cui lo sguardo andrà a posarsi su un oggetto di interesse, capace di accendere il volto e di illuminare gli occhi per tutta la durata della soglia media di attenzione, pari a circa 5 secondi. Solo questo squarcio temporale/esistenziale permette solitamente di accedere al loro mondo interiore, che oggi rischia di emergere solo attraverso qualche bisillabo esclamativo, un like postato in rete o una stringa di emoticon cui fa eco qualche parola scritta che scorre rapida sullo schermo del cellulare. Così l’espressione della gioia diviene un aspetto arduo da intercettare tra le pieghe del quotidiano, feriale o festivo che sia, e non è un caso se i sociologi descrivono il tempo di questa generazione come l’epoca delle passioni tristi.

Ma andando oltre le prime immagini anche un po’ stereotipate del mondo adolescente e provando a condividere con loro un pezzo di strada, è possibile scorgere alcuni segnali di vitalità che mostrano come, al di sotto di una dura scorza necessaria alla sopravvivenza in un mondo complesso, batta ancora un cuore appassionato ed in ricerca. È questa in effetti l’esperienza che facciamo noi animatori dei corsi di avviamento al volontariato, destinati proprio agli adolescenti.

La proposta di avvicinarsi al mondo del volontariato attraverso un percorso che preveda la conoscenza graduale e sempre più diretta di esperienze diverse, come il gioco per i bambini in villa o ricoverati in ospedale, l’incontro con gruppi di coetanei diversamente abili, permette loro di accedere lentamente a mondi sconosciuti che allargano l’orizzonte personale e permettono di vedere gli altri e se stessi in un modo diverso.

Nel momento in cui questi ragazzi, dopo una prima fase preparatoria, vengono coinvolti in un’esperienza guidata a diretto contatto con i destinatari, la loro reazione è di sorpresa e di grande coinvolgimento; la sensazione di aver ricevuto qualcosa di importante si mescola con la soddisfazione per aver fatto qualcosa per gli altri in un contesto di relazione e collaborazione; è sperimentare la bellezza di non essere soli e di avere qualcosa da dare, di essere importanti per qualcuno.
Dai loro racconti, dal loro entusiasmo emerge la sensazione che il consueto “surfare” sulle esperienze quotidiane possa trasformarsi in una ricerca autentica di ciò che vale veramente. Questo aprirsi ad assaporare il gusto di ogni vita che si manifesta è qualcosa di molto vicino alla gioia e che è affidato alle loro mani.
Che insieme possano farlo diventare un mondo nuovo.

Olivier Piazza

coro7note 005

I vegliardi tra noi ricordano sicuramente la canzone "Aggiungi un posto a tavola" tratta dall'omonimo musical interpretato da Johnny Dorelli. Un testo ricco di significati, scandito da un ritmo coinvolgente ed allegro; una canzone non certo facile da cantare, ma con il Coro 7 Note abbiamo deciso di studiarla ed impararla.
Così ci siamo messi di gran lena a provare le diverse parti musicali di cui è composta e alla fine l'abbiamo cantata tutta insieme: introduzione, apertura, voci compatte, toni corretti, crescendo musicale e poi... l'errore! Vabbè... Si riparte: introduzione, apertura, voci compatte, toni corretti, crescendo musicale, errore! Non va bene. Riproviamo. Introduzione, apertura..., crescendo musicale e ancora: errore! Errore!! Errore!!! Sempre, costante, preciso come un metronomo, arrivava l'errore! Sempre lo stesso.
Non so se avete presente la canzone, in quel punto in cui dice «E corri verso lui, con la tua mano tesa... »: ecco, proprio in quel punto, con la complicità della base musicale che gioca con note ed accordi portando su altre tonalità, partiva la stonatura, compatta e coerente da parte di tutto il coro, nessuno escluso. È un punto difficile, dice Teresa, maestra di piano, che ci fa sentire il salto di nona che il coro dovrebbe eseguire. Sulla tastiera sembra facile, ma cantando, proprio non ci si riesce. Intanto si avvicinava lo spettacolo al Teatro Paisiello (che si rivelerà un successo strepitoso! n.d.r.) e le prove si intensificavano così come i diversi tentativi per cercare di risolvere quel preciso errore. Il canto è bellissimo, eseguito perfettamente dall'inizio alla fine... salvo che in quell'unico terribile passaggio che proprio non riuscivamo ad eseguire correttamente. I più grandi del coro provavano a concentrarsi, a girarsi al contrario, ad avvicinarsi tra loro, a tapparsi un orecchio, a tapparsi due orecchie... ma anche tappandosi il naso il risultato era sempre il medesimo! Potete immaginare la delusione quando abbiamo deciso di eliminare dalla scaletta dello spettacolo questo canto. Nessuno voleva arrendersi ma tutti i membri del coro erano consapevoli che quella particolare stonatura non era accettabile. Dovevamo rinunciare... per il momento!
Dopo lo spettacolo, ci abbiamo riprovato, spezzettando e provando nota per nota quel preciso passaggio. Ogni volta che ci vedevamo, facevamo quel pezzo, solo quel pezzo, e poi cambiavamo canto. Trascorsi 2 mesi di prove eseguite in questo modo, abbiamo deciso di cantarlo tutto. I ragazzi erano concentratissimi e determinati. Abbiamo avviato la base. Introduzione, apertura, voci compatte, toni corretti, crescendo musicale e poi... il passaggio riesce perfettamente! E mentre continuiamo a cantare, inizia un giro di sguardi che muta velocemente dall'incredulo al felice!
Se ricordate, la strofa intera che racchiude il pezzo che proprio non riuscivamo a cantare è: «E corri verso lui, con tua mano tesa. E corri verso lui, spalancagli un sorriso e grida: "Evviva, evviva!"».
Ebbene, vi assicuro che non ho mai sentito un "EVVIVA" più convinto e vero, gridato da sorrisi tanto spalancati e gioiosi!
E quando alla fine le ultime note della base si sono concluse, dopo un secondo di silenzio assoluto, un boato ha riempito la sala prove. Baci, abbracci, salti di gioia. I ragazzi ne hanno parlato tra loro per giorni. Sembrava a tutti di aver conquistato una vetta... e, probabilmente, era vero! Una vetta alta ed apparentemente irraggiungibile che, una volta conquistata, ha dato senso a mesi di fatica e di impegno...

Luca Tommasi

Papa Francesco 1

Che cos’è la gioia?

“Il cristiano è un uomo e una donna di gioia. Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? È l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa.“ Papa Francesco esordisce in questo modo durante una sua omelia. Parole spiazzanti, che incuriosiscono e nello stesso tempo ci aiutano a scendere in profondità, a non accontentarci di facili equivalenze. “La gioia – prosegue il Papa – è una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. È un dono del Signore. Ci riempie da dentro.”

Come riconoscerla?

Papa Francesco aggiunge un altro tassello per riconoscere quale sia la gioia che serve da criterio di revisione di quanto si vive. “Si tratta di un’esperienza che cambia l’orientamento della vita di chi la compie: dalla chiusura in se stessi e dall’autoreferenzialità all’uscita da sé, al porre nell’altro il centro della propria esistenza. A sua volta, questa uscita da sé sarà indispensabile fonte di rinnovamento e rafforzamento della gioia che si vive e inviterà altri a entrare nella stessa prospettiva. Chi vive la dinamica circolare del dono (in famiglia, nell’attività professionale, nel volontariato) lo sa: non si può né si vuole più calcolare ciò che si dà e ciò che si riceve.”

Cosa può bloccarla?

Ultimo suggerimento Papa Francesco ha voluto consegnare a tutti noi. Perché accogliere la gioia diventi un modo di vivere, il Papa sottolinea la necessità di riconoscere ciò che può bloccarla. Ecco allora concluso una sorta di vademecum per tutti coloro che “vogliono scandalizzare”, scommettendo sulla bellezza e sulla pienezza della vita in una qualsiasi circostanza.
Tocchiamo qui ciò che in profondità ci trattiene dalla prospettiva della conversione e della gioia: la paura che la vita donata vada perduta. Affermare che si può essere felici anche nelle difficoltà rientra nella categoria dello scandalo. Fa emergere la seria obiezione della presenza del male nel mondo inteso non solo come questione astratta, ma come realtà esistenzialmente concreta di ciò che fa soffrire e chiudere su se stessi. Ma nella luce della gioia cambia anche la prospettiva sul male: l’attenzione a identificare la nostra complicità con il male e con l’infelicità che ne risulta fanno entrare in un cammino che non evita la difficoltà e la sofferenza, ma osa affrontarla”.

Maria Pia Maiullari

faccia tablet 1

Paola: Ciao, sono Paola, sono una volontaria dell'associazione C.A.Sa., scommetto che non vedevi l’ora di giocare a UNO. Come ti chiami?
Il ragazzino biondo, steso sul letto in fondo alla camera, con gli occhi incollati allo schermo del tablet, saluta distrattamente.
Paola: Allora dicevo, UNO, Jenga, tris...che ne dici, Francesco?
Antonio: Ehi, non mi chiamo Francesco. Sono Antonio!
Paola: Ah, scusa, ho capito male, mi sembrava avessi detto di chiamarti Francesco.
Antonio: Non ti avevo risposto...sto giocando a Candy Crush Saga, devo finire la partita.
Paola: Ah sì, è un gioco che conosco, quello delle caramelle impazzite...credo di essere una delle giocatrici peggiori...però a mangiare caramelle vere sono imbattibile!
Antonio: Beh, quello pure io (per 10 secondi Antonio distoglie lo sguardo dallo schermo e lo posa su Paola...non bisogna perdere l’occasione!)
Paola: Vabbè, avvisami quando finisci la partita..., avevo in mente di proporti due o tre giochi di squadra, quelli veri, intendo, quelli in cui c'è una gara e il più bravo vince, vediamo un po’: Jenga, Tris, Scarabeo, le carte di UNO (Paola tira fuori dal trolley qualche gioco e lo mostra al ragazzino).
Antonio: UNO ce l’ho sul tablet...ma perché, esiste UNO con le carte vere?
Paola: Eccole! Hai davanti ai tuoi occhi la campionessa del reparto di Ortopedia dell’Ospedale. Dopo tanti anni e tante partite sono diventata imbattibile...ma mi sa che questa volta vinco a tavolino, dato che tu sei troppo occupato con Candy “Trash” Saga.
Antonio, nel frattempo, ha posato il tablet sul comodino ed ha preso in mano le carte di UNO.
Antonio: No, no, metto “pause”...e comunque Si dice “Candy Crash” (guarda le carte che ha tra le mani).
Paola: Partita?
Antonio, guardando Paola negli occhi risponde: Partita!
Paola: Conosci le regole?
Antonio: Ho 10 anni, mica 3!
Paola: OK, allora mischio le carte...si comincia. Vediamo come te la cavi.

I nostri incontri con i “nativi digitali” in ospedale spesso iniziano così: i ragazzi stesi sul letto, l’espressione annoiata e sguardo fisso sullo schermo luminescente della play o del tablet. In un contesto così restrittivo come quello di una stanza d’ospedale, è facile trovarli “in compagnia” di strumenti tecnologici che sembrano rendere più sopportabile il tempo che passa, anzi, che non passa mai. Più sopportabile forse sì, ma di sicuro più soporifero e vuoto. Nel 99 % dei casi la sfida è vinta: fare in modo che distolgano lo sguardo dallo schermo e lo posino su una persona in carne e ossa, con la quale finalmente relazionarsi e comunicare.
Appunto, comunicare...che poi è sempre, principalmente un mettere in comune qualcosa un sorriso, qualche parola, qualche emozione.
Antonio: Vittoria! Hai visto? Ho vinto io! Senti, cambiamo gioco?
Paola: Vabbè, la fortuna dei principianti...sì sì...abbiamo forza 4...tris..
Antonio: Un tris di legno! Mai visto uno simile. Bello, si girano le caselle!
Paola: Comincia tu. Cerchio o ics?
Antonio: Scelgo cerchio!
Paola: Ok! Io allora ho la ics. Ho un trucchetto infallibile!
Antonio: Pure io lo conosco!
Sfidare Antonio è un gioco ma vederlo sorridere è la vera conquista. E come Antonio sono tanti i bambini e i ragazzi con cui sperimentare modi diversi di interazione. E così le lancette scorrono, il tempo passa e quel ragazzino che all'inizio non voleva dire neppure il suo nome, a fine partita ti chiede “quando ritorni?” sfoderando il sorriso luminoso di chi ha accolto la compagnia di un altro.
Intanto il tablet, abbandonato sul comodino, si è spento...
Di sicuro quel tablet verrà riacceso prima o poi. Ma non sarà più così difficile accantonarlo di fronte alla possibilità di un incontro “vero”, di quelli che, oltre ad accendere il sorriso, permettono di sperimentare quanto la realtà possa essere più sorprendente dell’ultima App.

Paola Passaro e Maria Pia Maiullari

una pennellata di verde

“Mi piace il verde! È un colore che mi fa stare bene. Io mi sento verde quando vengo alla Bottega delle lingue perché dipingo e sto con gli altri.”
Per M., “simpatica canaglia” di otto anni, è stata una semplice constatazione, per l’animatore un brivido di gioia inatteso.
E così, dopo i primi incontri, la scoperta entusiastica di alcune opere d’arte, la sperimentazione di alcune tecniche pittoriche, i tanti richiami all’ascolto, all’attenzione, al lavoro con gli altri, ecco l’espressione tutta d’un fiato di un graduale cambiamento. Il racconto in poche parole di un anno in cui M., dall’essere abituato a stare da solo, a fare solo quello che gli piace, ha imparato a stare con gli altri e a dare spazio e parola alle proprie emozioni attraverso i colori, l’arte, la bellezza.
La sua gioia di bambino nel riconoscersi come i grandi artisti, capace di “comunicare” il proprio mondo interiore, è diventata la gioia degli animatori che lo hanno sostenuto, corretto, educato a stare in mezzo agli altri oltre il ruolo di eterno piccolo, di bambino un po’ difficile.
La gioia a volte arriva così, al di là delle previsioni, come frutto inatteso di una sfida raccolta, di un patto tessuto con pazienza tra grandi e piccoli.
Come una pennellata di verde su un foglio bianco.

Teresa Pasca e Valentina Marotta

Associazione di Volontariato C.A.Sa.

Aperta ogni giorno dal martedì al sabato dalle ore 20.30 alle ore 22.00

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