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VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore.

 

Commento

Gesù è stato tentato, lo dicono i tre sinottici; come questo sia avvenuto in realtà non lo sappiamo con certezza. Matteo racconta le tentazioni di Gesù tenendo presenti la storia di Israele e i cristiani per i quali scrive.
I riferimenti all’esperienza del popolo di Israele e di Mosè nell’esodo sono evidenti: il deserto, i 40 giorni, la fame, la richiesta di miracoli mettendo alla prova il Signore, l’ansia di raggiungere e ‘possedere’ la Terra Promessa, l’idolatria… Matteo ci tiene a sottolineare che mentre Israele è caduto dentro le tentazioni, Gesù le vince e scaccia satana, il quale tornerà con tentazioni simili messe sulla bocca di coloro che sfidano Gesù a scendere dalla croce, per dimostrare di essere il figlio di Dio.
L’arma che Gesù usa per sconfiggere il tentatore è la parola di Dio. Anche satana se ne serve, dando a Matteo la possibilità di far capire ai cristiani di tutti i tempi che la Sacra Scrittura va presa per intero e che va interpretata correttamente, senza presunzione, nella Chiesa.
I cristiani subiscono le stesse tentazioni: chiedere miracoli per trovare risposta ai bisogni quotidiani, dimenticando la presenza costante di Dio che nutre i suoi figli anzitutto con la Parola e con il pane eucaristico; pretendere da Dio l’intervento diretto miracoloso per il successo nell’annuncio del vangelo; credere di poter convertire e governare il mondo intero attraverso il potere o almeno alleandosi con esso.
Sono tentazioni permanenti per tutta la Chiesa e per i singoli cristiani. Matteo invita a guardare a Gesù che vince non solo per sé, ma soprattutto per noi, dandoci lo strumento invincibile, la sua Parola, e l’energia più che sufficiente, il suo Spirito.
Il servizio degli angeli per chi sconfigge satana è una promessa per questa vita e per l’altra, che tutti i santi hanno visto realizzarsi.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 17, 1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Parola del Signore.

 

Commento

La trasfigurazione, evento strano che per i sinottici ha un’importanza straordinaria. Qualche studioso dubita che sia avvenuto davvero. Altri no. In ogni caso per noi è vangelo e tanto basta per cercare di comprendere la bella notizia che ci viene donata.
Gesù aveva annunciato la sua passione, morte e risurrezione. Gli apostoli si erano spaventati, Pietro
aveva reagito a modo suo e le aveva buscate di brutto. Gesù pensa bene di dare, solo ai tre più vicini, un segno su cui riflettere e da cui trarre coraggio (sono gli stessi che terrà vicini, ma non abbastanza svegli, nel Getsemani). Gli altri forse non avrebbero capito o avrebbero potuto equivocare e aspettarsi l’uso di poteri divini per acquistare il regno terreno che sognavano. E questo è anche il motivo per cui i tre non ne potranno parlare agli altri prima della risurrezione.
Le parole che vengono usate per descrivere la ‘trasfigurazione’ sono insufficienti, si capisce solo che Gesù diventa luminoso dal di dentro, facendo sfolgorare anche le vesti. Poi compaiono Mosè ed Elia: rappresentano tutto il Primo Testamento, la Legge e i Profeti, che si inchinano al Messia di cui avevano preannunciato la venuta. La nube luminosa e la voce di Dio ricordano e superano l’esperienza dell’Esodo per annunciare che Gesù non è ‘solo’ il Messia ma lo stesso Figlio del Padre eterno e bisogna ascoltarlo: difatti Gesù, dando la nuova Legge, completa e sostituisce Mosè e realizza, superandole di molto, le già straordinarie attese dei Profeti.
Secondo i calcoli degli esegeti, questa esperienza sul Tabor avviene durante la festa delle capanne, che gli israeliti celebrano all’inizio dell’autunno per una settimana per festeggiare i raccolti dell’anno, per ricordare il tempo in cui, camminando verso la Terra Promessa, abitavano in capanne e per anticipare i tempi messianici in cui aspettavano di abitare in capanne preparate da Dio stesso. Per questo Pietro se ne esce con la proposta di preparare tre capanne. Sembra quasi dire: sono felice che il Messia stia proprio qui. Ma forse pensa anche di voler prolungare un evento troppo bello, e la voce dalla nube stronca questo desiderio fin troppo umano, per ‘ordinare’ non di godersi la presenza di Gesù ma di ascoltare la sua parola.

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Parola del Signore.

 

Commento

I catecumeni sono chiamati ‘illuminandi’, perché sono in attesa di ricevere la luce di Cristo che li farà splendere e li farà diventare a loro volta ‘luce del mondo’. Nel brano di oggi Gesù si definisce ‘luce del mondo’. E inizia ad a illuminarci su una questione angosciante: malattie e sventure sono una punizione di Dio per i nostri peccati? La sua risposta è no! La condizione umana è all’origine dei malanni di ogni genere di cui l’umanità fa esperienza. Dio si adopera instancabilmente per salvarci non dai malanni (qualche volta lo fa e sa lui perché), ma nei malanni (questo lo fa sempre perché ci ama). Nelle nostre sventure normalmente il Signore ci mette vicino dei fratelli che possano prendersi cura di noi, così qualunque situazione, per chi la vive, diventa occasione di crescita nell’amore ricevuto e donato. In questo caso Dio ha mandato Gesù perché il cieco nato diventi l’annuncio della nuova creazione che il Signore sta per realizzare per tutta l’umanità.
Fango e saliva richiamano l’atto creatore di Dio raccontato nella Genesi. L’ex-cieco che torna dalla piscina di Siloe (significa ‘inviato’, il cieco ha davvero incontrato l’inviato del Padre) è l’uomo che ha ricevuto in dono la capacità di ‘vedere’ la verità, anche se deve ancora fare un percorso faticoso e doloroso.
Mentre è costretto a raccontare più volte la sua straordinaria esperienza si scontra con la curiosità perplessa della gente, con i sillogismi teologici dei farisei (schiavi delle loro sicurezze ideologiche e volontariamente ciechi di fronte alla realtà dell’opera di Dio), con la paura dei suoi genitori di essere ‘scomunicati’, con l’opposizione farisaica tra il rispetto del sabato e il dono della vista, con la scelta finale di credere a Mosè o a Gesù che lo ha guarito. Il suo cammino è lineare: ha fatto l’esperienza di vedere per la prima volta grazie all’uomo chiamato Gesù, anche se di lui non sa nulla, poi, rifiutando di considerarlo peccatore, lo riconosce come profeta e si considera suo discepolo, diventa testimone della verità affrontando la persecuzione e la scomunica, infine arriva alla fede, riconoscendo in Gesù il figlio di Dio e inginocchiandosi davanti a lui.
In stridente contrasto è il percorso di chiusura dei Giudei che, sicuri di vederci bene, chiudono gli occhi del cuore e della mente di fronte all’opera di Dio. Credendo essi di essere fedeli a Mosè, in realtà lo rinnegano, perché egli aveva riconosciuto la presenza di Dio che liberava il suo popolo dal Faraone, loro invece non riconoscono in Gesù l’inviato del Padre per illuminare l’umanità nella vera conoscenza di Dio e per liberarla dalla schiavitù del peccato.

 

 

VANGELO

Dal Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Parola del Signore.

 

Commento

Non provo neanche a commentare tutto il brano. Sono costretto a fare una scelta. Intanto faccio notare due cose: nel vangelo di Giovanni i ‘fatti’ raccontati nascondono una rivelazione ‘profonda’. Il brano della Samaritana allora racconta l’incontro tra Gesù e una donna di Samaria, ma dice anche chi è e cosa desidera Dio, chi è Gesù, quale dono è venuto a portare, cosa sono chiamati a fare gli apostoli, a chi è destinato il messaggio evangelico e il dono di Gesù, quale cammino bisogna fare per arrivare alla fede…; questo brano va compreso in tre dimensioni: l’incontro di Gesù con la Samaritana; la predicazione del vangelo fatta ai samaritani e ai pagani e la loro risposta di fede al tempo degli apostoli; il messaggio evangelico che arriva a noi oggi. Nel primo momento dell’incontro Gesù rivela la sua missione ma la donna non capisce affatto il messaggio di Gesù sul dono che è venuto a portare nel mondo: l’acqua viva (per la samaritana è la rivelazione su Dio; per noi è lo Spirito Santo che agisce in noi) che estingue la sete di Dio. Lei si preoccupa solo di chiedere la soluzione del suo problema materiale: non essere più costretta a venire al pozzo. La fede è lontana. 

Poi Gesù segue un’altra strada: le rivela la sua situazione irregolare, come quella dell’umanità che ha voluto come mariti tanti idoli, rimanendo delusa. La donna allora approfitta per chiedere la soluzione di un problema secolare tra giudei e samaritani: dove abita Dio a Gerusalemme o sul Garizim (il monte del loro santuario)? Gesù qui rivela Dio e l’uomo: Dio è Padre, è spirito e abita dovunque perciò gli uomini possono incontrarlo sempre e dovunque a patto che vogliano somigliargli e realizzare il suo progetto di salvezza. La donna rimane perplessa e rimanda la sua risposta di fede alla venuta del Messia. E qui Gesù rivela se stesso: io sono il Messia. L’umanità non deve aspettare nessun altro, il Messia è venuto ed è lo stesso Figlio di Dio. Andare a chiamare i compaesani è la prima risposta di fede della donna che vuole tornare da Gesù (lascia la brocca al pozzo). La sua fede iniziale accende la curiosità dei samaritani che vengono ad incontrare direttamente Gesù e, dopo due giorni, non di miracoli ma di ascolto della sua parola, arrivano a una professione di fede che supera i loro confini: Gesù è il salvatore del mondo intero. È fede vera.
Non c’è molta differenza tra la samaritana e gli apostoli, che come lei non capiscono Gesù. Sono preoccupati del cibo materiale e non comprendono il cibo che tiene vivo Gesù: fare la volontà del Padre e cioè salvare l’umanità. Tuttavia Gesù affida loro la missione di raccogliere i frutti della sua semina: essi sono inviati a battezzare, come segno di conversione, i samaritani che credono in Gesù.

 

 

 

Alla commemorazione dell’ingresso del Signore in Gerusalemme

 

Dal Vangelo secondo Matteo 21, 1-11

 

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Parola del Signore.

 

 

 

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore». Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Parola del Signore.

 

Commento

Solo alcune annotazioni.


Il Messia che cavalca un asino, non realizza solo la profezia di Zaccaria, ma annuncia un Regno diverso da quello di Davide. Il cavallo, simbolo della guerra, è sostituito da un puledro d’asina, simbolo di pace. Gesù si comporta da re, requisendo la cavalcatura di cui aveva bisogno (ma lo restituisce!) e la gente lo tratta da re, acclamandolo e tappezzando la strada con i mantelli, come si usava nelle visite del re. Non c’è contraddizione in Gesù tra cavalcare l’asino e presentarsi da re di pace e salire sulla croce. Sarà una contraddizione nei capi e in parte del popolo.

Matteo dice che “tutto il popolo” ha gridato: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Sicuramente la gran parte del ‘popolo’ non ha chiesto la morte di Gesù. La folla urlante era costituita in gran parte dai partigiani di Barabba, in combutta con i capi. Matteo però con questa espressione sottolinea il rifiuto di Gesù da parte di Israele, rappresentato dai capi. Ma l’evangelista interpreta teologicamente questo rifiuto e lo indica come causa della distruzione del tempio e della dispersione del popolo d’Israele che continua ancora oggi.

Gli insulti che Gesù riceve costituiscono il ritorno di Satana per l’ultima tentazione: dimostrare di essere il Figlio di Dio con un atto di forza. Ma Gesù non risponde nulla, è impegnato a dimostrare che il Figlio di Dio è tale proprio perché dà la sua vita per la salvezza dei peccatori.

Ma è impegnato anche in un’altra lotta che avviene nel suo intimo. “Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»”. È il grido del Figlio innocente che ha preso dentro di sé il peccato di tutta l’umanità e, dal momento che questa assunzione è terribilmente reale, sta sperimentando le conseguenze, non, come noi, di qualche peccato personale, per quanto grave possa essere, ma dei peccati di tutta la storia, da Adamo all’ultimo uomo. La conseguenza 'infernale' è la lontananza da Dio. Gesù sulla croce è lacerato nell’anima, molto di più che nel corpo, perché sperimenta contemporaneamente la massima lontananza da Dio, in quanto rappresentante di tutti i peccatori, e la massima vicinanza a lui in quanto Figlio obbediente e innocente. Noi arriviamo a commuoverci per le sofferenze fisiche e la morte di Gesù, anzi a volte ne chiediamo conto a Dio Padre. Ma la sofferenza enormemente maggiore è stata quella dello spirito. A tanto è arrivato Gesù per salvare tutti e ciascuno di noi. È un abisso di amore e di sofferenza che possiamo intuire soltanto un po’.

 

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